Qualitativo

Sono in riunione e A dice “credo si possa fare qualcosa di qualitativo”. Io capisco che con “qualitativo” intende che si può fare qualcosa di alta qualità. Ma B risponde “certo, anche se devo dire che nella mia esperienza è importante una buona base di numeri”, perché deve avere inteso l’aggettivo nel senso che è comune in ricerca, dove si dice che un metodo è qualitativo quando sfrutta le informazioni verbali, le immagini, i filmati, la partecipazione diretta o qualunque altro dato che non sia una quantità.

Per un attimo penso di intervenire e sciogliere l’equivoco. Poi mi sovviene che non è bello correggere gli altri, e ancor meno procurare brutte figure alla gente nelle riunioni, e che B è di solito assai più sveglia di me, e quindi c’è una probabilità non nulla che a sbagliarmi sia io, e mentre penso tutto ciò A e B continuano a usare “qualitativo” a modo loro, e la discussione a quanto pare non subisce alcun danno, si crea anzi un clima amichevole, ed è da tempo che non partecipavo a una riunione così costruttiva, e si arriva persino a parlare dei soldi e A è tranquillo e dice che pagherà.

Ne concludo che nelle riunioni è meglio non essere troppo precisi.

E che a volte nella vita si può dare un grande contributo stando zitti.

Gomme da masticare

Siamo a pranzo con un dirigente di un’azienda che produce gomme da masticare. Questo dirigente ci dice che disgraziatamente le gomme da masticare sono in declino, la gente non le acquista più come faceva un tempo, e le cause sono molte, e uno dei nemici peggiori delle gomme da masticare è il telefonino, perché una volta i clienti in coda alle casse del supermercato si guardavano in giro per passare il tempo e a un certo punto notavano le gomme da masticare nell’avancassa. Da qui nasceva l’acquisto di impulso. Oggi invece i clienti in coda sono impegnati con il telefonino, e non si guardano attorno, e non si accorgono del ben di dio che c’è nell’avancassa, e così lasciano il supermercato senza gomme da masticare.

Un peccato non ideologico

Oggi ho letto i commenti della stampa sul papa che ha dato ai sacerdoti il potere di assolvere le donne dal peccato dell’aborto. Non ho trovato in nessuno di questi commenti quella che secondo me è la novità, e cioè che il papa ha deciso che l’aborto non è un peccato “ideologico”. I papi precedenti dipingevano la donna che abortiva come volesse schierarsi contro la vita in generale, e in favore dell’ateismo e del relativismo, mentre di solito una donna abortisce perché si trova ad affrontare certe realtà difficili in cui è andata a infilarsi, o che le sono successe per colpa di qualcun altro. L’ultimo pensiero che ha in testa è di prendere una posizione ideologica.

Il papa deve averlo capito e ha detto ai sacerdoti di trattare l’aborto come gli altri peccati, e di assolverlo in presenza dei criteri generali della riconciliazione. Prima, se una donna chiedeva l’assoluzione per l’aborto, i sacerdoti dovevano portare la pratica al vescovo, una procedura speciale che non era richiesta se, poniamo, la donna invece aveva ammazzato una persona adulta.

Preferisco molto questo papa ai papi precedenti che prendevano i gruppi di persone e dicevano loro, “voi siete le forze del male e lotterò contro di voi”. Questi papi fomentavano l’odio e le divisioni. Un papa che non fa ideologia invece si rende utile, perché se non siamo ideologici è più probabile che stringiamo accordi e riusciamo a vivere tutti insieme in un modo decente.

Gli ippopotami

“Il nostro primo progetto fu quando noi italiani decidemmo di insegnare agli zambiani come produrre il cibo. Così arrivammo con i nostri semi italiani nello Zambia meridionale, in questa valle che scendeva lungo il fiume Zambesi, assolutamente magnifica, e insegnammo ai locali come far crescere le zucchine e i pomodori italiani, e naturalmente i locali non mostravano alcun interesse. E noi eravamo meravigliati che in una valle così fertile i locali non avessero nessun tipo di agricoltura. Ma invece di chiedere loro come mai non facessero crescere nulla, dicevamo tranquillamente “Grazie al cielo siamo qui. Appena in tempo per salvare il popolo zambiano dalla carestia”. E, naturalmente, tutto in Africa cresceva in modo bellissimo. E non potevamo crederci, e dicevamo agli zambiani, “Guardate com’è facile l’agricoltura”. Quando i pomodori furono belli, e maturi, e rossi, una notte circa duecento ippopotami salirono dal fiume e mangiarono tutto. E dicemmo agli zambiani, “O mio Dio! Gli ippopotami!” E gli zambiani dissero “Sì, è per questo che qui non abbiamo agricoltura”.

Racconto di Ernesto Sirolli, tradotto dal libro TED Talks. The Official Guide to Public Speaking, di Chris Anderson, che lo prende da un TED dal titolo Volete aiutare qualcuno? State zitti ed ascoltate, che può essere utile a chi ha sempre la soluzione ai problemi degli altri.

Ascoltate

In tanti dicono che l’ascolto è bello, e intendono in genere l’Ascolto con la A maiuscola, quello che porta alla comunione delle anime.

Io raccomando invece l’ascolto con la a minuscola, che è quello in cui stai ad ascoltare una persona mentre parla. Questo “stai a”, che sembra un brutto italiano, coglie il punto centrale: devi stare fermo, stare zitto e limitarti a raccogliere le informazioni, come se fossi una spia della Stasi.

A volte credi di ascoltare e invece hai smesso dopo le prime parole che l’altro sta dicendo. Ti è già partita in testa una tua elaborazione che nel 100% dei casi è sbagliata perché ti ha impedito di seguire tutto il resto che quella persona aveva da dire. La mancanza di ascolto comporta il “non capire un cazzo”, e scusate la parolaccia. Per inciso le parolacce sono spesso la conseguenza di un mancato ascolto, perché la gente le usa quando vuole la tua attenzione. Se ascolti, con la a minuscola, e raccogli le informazioni, capisci assai meglio ciò che un altro ti dice e poi succede anche che ci vai più d’accordo. Giudichiamo in genere l’intelligenza di una persona da come parla, ma bisognerebbe invece giudicarla da come agisce, ed è difficile che agisca in modo intelligente se non ha ascoltato.

E se inizi ad ascoltare la gente ti verrà di adottare lo stesso atteggiamento verso le cose, perché puoi ascoltare una stanza, puoi ascoltare una pianta di ulivo, e ti accorgi che il mondo ti parla, ed è pieno di fatti più interessanti delle fantasie che tieni nella testa.

Le possibilità

È importante ricordare che il successo di una persona nella vita dipende anche dalle possibilità. Un atleta che ha scoperto le tecniche migliori per allenarsi, e si è spremuto tutti i giorni come un limone, perderà ugualmente la gara se non ha le possibilità atletiche del giamaicano Bolt. Anche nella vita la gente varia nelle possibilità. Uno nasce in una famiglia che lo aiuta, un altro in una famiglia che lo schianta. Uno ha il coraggio dei leoni e l’altro è divorato dalle ansie. È probabile anzi che nella vita le possibilità influiscano più che nell’atletica. Tutto questo per dire che se uno vuole capire qualcosa della vita non dovrebbe guardare solo a chi ha avuto successo, perché magari chi perde aveva le idee più valide e interessanti, solo che gli mancavano le possibilità.

Quando fate soffrire qualcuno, siate intermittenti per aggravare l’effetto

La scienza mostra che preferiamo che la gente ci tratti in modo continuamente orribile piuttosto che orribile di tanto in tanto. Si deve il risultato ai ricercatori dell’università del Michigan, che hanno diviso alcuni studenti in tre gruppi. Ogni gruppo era incaricato di svolgere, separatamente, lo stesso compito. L’esperimento era organizzato in modo tale che il primo gruppo ricevesse complimenti a tutto spiano da un pubblico nascosto, il secondo critiche umilianti ripetute, e il terzo un’alternanza a casaccio di complimenti e critiche umilianti. Alla fine i ricercatori hanno misurato lo stress degli studenti. I ricercatori hanno trovato che il gruppo che riceveva i complimenti non era stressato per nulla. Il gruppo bersagliato dalle critiche umilianti continue era stressato, ma non moltissimo. Il terzo gruppo, che aveva affrontato complimenti e critiche a casaccio, era di gran lunga il più stressato di tutti.

Sembra che in passato altri scienziati abbiano ottenuto risultati simili con i topi. L’esperimento era più facile perché potevano infierire sui topi più che sugli studenti. Gli scienziati notarono che i topi che non sapevano mai cosa attendersi sviluppavano brutte ulcere allo stomaco.

Se ne deduce innanzi tutto che i topi ci assomigliano più di quanto vogliamo pensare, il che a mio avviso ci dice qualcosa su qual è il nostro posto nell’universo.

Se ne deduce inoltre che siamo abbastanza bravi a gestire i mali regolari o definitivi. Chi perde una gamba impara pian piano a fare ciò che la sua nuova condizione gli consente; non sarà felice, si sveglierà la notte cercando la gamba mancante, avrà dolore all’arto fantasma, e acuta nostalgia dell’epoca in cui di gambe ne aveva due, eppure arriverà a non pensarci tutto il tempo. Avrà una vita. Ma se sei alla mercé di qualcuno che decide ogni momento cosa fare con te, e ha il coltello dalla parte del manico, e una volta ricevi una carezza, e un’altra volta uno schiaffo, ti sorge uno stress micidiale che ti blocca le altre attività. Passi tutto il tempo a chiederti il perché dello schiaffo, il perché della carezza, e cosa stai facendo di sbagliato, ed è il modo peggiore di campare.

È questo uno stato che colpisce gli innamorati, quando hanno la sventura di allacciarsi a un amato indeciso. L’innamorato si sfibra a cercare ogni giorno le parole giuste, e le azioni giuste, e tutto ciò che possa persuadere l’amato indeciso, il quale però, dall’alto dei suoi dubbi, procede per alternanze continue. Se vi è capitato sapete che non si vive più, e che se si vuole una storia bella bisogna cercarsi un amore corrisposto.

Può darsi anche che l’indeciso faccia apposta a trattarci così, perché è insicuro e necessita di molta attenzione dalla gente. Perciò vuole occupare i nostri pensieri, per paura che la nostra mente devi verso altri motivi di interesse. Non è in effetti una strategia sbagliata, perché ci capita spesso di dare per scontate le persone che ci stanno stabilmente accanto, e di pensare poco a loro, anche se sono le colonne della nostra vita. Sono sicuro che gli scienziati, se escogitano un modo di fare l’esperimento, troverebbero questa brutta tendenza anche nei topi.

Growth mindset

Leggevo un articolo della psicologa Carol Dweck, che ha introdotto il concetto di growth mindset. Nell’articolo si lamentava di chi confonde questo concetto con la voglia di crescere e migliorare. Il growth mindset, invece, consiste nel sapere che non sei ancora capace di svolgere bene una certa attività.

Spesso fantastichiamo di avere talenti inespressi, e per esempio iniziamo un corso di tango credendo di essere ballerini nati. Nella nostra mente già volteggiamo in modo rapido e armonioso, attorniati dagli altri allievi con la bocca spalancata. Oppure iniziamo a scrivere un romanzo e già ci chiediamo dove affittare il frac quando andremo a Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura. Questo atteggiamento, secondo la Dweck, si chiama fixed mindset, perché pensiamo ci siano state date delle qualità.

Se hai il growth mindset, sei consapevole che hai bisogno di imparare. Quindi fai pratica, ti informi, studi quelli che sono già bravi, chiedi aiuto alle persone competenti, e insomma fai tutte le cose ragionevoli che ti fanno migliorare. Mentre se hai il fixed mindset ti scontri presto con la dura realtà, perché scopri amaramente che gli altri ballano meglio di te, o sorridono imbarazzati quando gli fai leggere i brani del tuo capolavoro. Così abbandoni il corso di tango o riponi il romanzo nel cassetto. Magari è un bene, se davvero eri negato per ballare o per scrivere. Ma magari no, e con questo atteggiamento non lo scoprirai mai, perché non ti sarai mai applicato seriamente al tuo progetto.

Detto questo, ci sarà un motivo se tutti equivocano questo concetto. Forse è perché si chiama growth mindset, un eufemismo che cela il lavoro e pone l’accento sulla capacità di crescita. Mentre il punto importante è la coscienza di essere scarsi. Quindi la Dweck avrebbe forse dovuto chiamarlo I-need-to-improve mindset, oppure it-takes-a-lot-of-work mindset, oppure it’s-a-long-road mindset, anche se capisco che nessuno ama annunciare pene prolungate al pubblico.