Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.

La soluzione provvisoria

Il mazzo di chiavi che mi porto in giro ogni giorno quando esco di casa sta in una custodia piatta, che in realtà è una bustina per gli occhiali, e rimedia al problema che i mazzi di chiavi ti rovinano le tasche dei pantaloni, e in alternativa quelle delle giacche. So che il rimedio appropriato sarebbe di comprarmi, o anche di farmi regalare, perché agli uomini non si sa mai cosa regalare, e questa sarebbe una soluzione convincente, un portachiavi bello di quelli con l’astuccio, che non si trovano tanto facilmente in giro, soprattutto di grossa taglia, che a me serve perché ho molte chiavi. La bustina per gli occhiali era una soluzione provvisoria per salvare le tasche in attesa dell’acquisto o del regalo futuro, ma ammetto che con il tempo ci ho preso l’abitudine, ed è già la seconda che ho, dopo che le chiavi mi hanno distrutto la prima, e in verità non è che sono proprio ossessionato dal cercare il portachiavi con l’astuccio. Non posso escludere che finirò i miei giorni con il mazzo di chiavi nella bustina per gli occhiali. Credo che capiti anche con altre soluzioni provvisorie, che si stabilizzano, e forse uno dovrebbe contare quante soluzioni provvisorie ha nella sua vita, perché mi sa che son di più di quanto pensiamo, e credo che portino anche a un certo numero di matrimoni.

Tranquillità contro ansia

Lo svantaggio della tranquillità è che ti dà il tempo di chiederti che te ne fai del tuo essere tranquillo, mentre quando sei ansioso non hai tempo di chiederti che te ne fai del tuo essere ansioso.

La cataratta

Mia mamma mi ha detto che un’ospite della casa dove è ricoverata farà l’intervento alla cataratta, un’ospite che ha ben novantanove anni. Mi sono chiesto perché mia mamma entrasse in questo tema, quello degli interventi alla cataratta, dato che anche lei avrebbe bisogno dell’intervento, come accertato da visita oculistica, ma si oppone, in spregio del pericolo che la sua cataratta peggiori.

In questa opposizione mia mamma ha la fermezza di un eroe del Risorgimento. Mia sorella e io abbiamo cercato di convincerla che l’intervento è sicuro, ma lei ovviamente non si fida dei suoi figli. Dice che nessuno toccherà i suoi occhi. C’è stato un periodo di ripetute discussioni, dopo il quale abbiamo messo da parte la cataratta, in attesa di sviluppi, una sorta di tregua, per non tormentare la povera donna già malandata di salute.

Per questo ero stupito che proprio lei avesse ritirato fuori il tema. Ha anzi aggiunto che altre ospiti hanno fatto l’intervento, e si è messa ad elencarle. Una aveva centoquattro anni, un’altra centotre, e un’altra ancora esattamente cento, ciò che fra l’altro vi dà l’idea della popolazione di questa casa di riposo. Così sono cascato nella trappola e ho detto, “ecco, vedi, se fanno la cataratta loro, puoi farla anche tu”. E lei, “certo, la farò anch’io quando avrò cent’anni!”, perché lei ne ha solo ottantadue, ed era lì che voleva arrivare, si era preparata da giorni questa battuta, che a mio avviso non fa tanto ridere, ma si vedeva che era tutta contenta di avermi fregato. Perciò ho incassato, sono stato zitto, perché è giusto che anche l’anziano abbia le sue soddisfazioni.

Contro gli obiettivi

Qualche settimana fa è morto sull’Everest un famoso alpinista svizzero, che si chiamava Ueli Steck, e aveva solo quarantuno anni, e secondo gli esperti era il più bravo alpinista del mondo nel settore dell’arrampicata libera. Il povero Steck era famoso per i record di velocità. Per fare un esempio, Steck fu il primo a scalare la parete Nord dell’Eiger in meno di quattro ore — l’Eiger è una cima dalle parti di Berna e la parete Nord è la più impervia. Il nostro Reinhold Messner scalò quella parete quando era giovane, anche lui in arrampicata libera, e gli fecero molti complimenti, e dissero “però questo Messner!”, “che campione, Messner!”, tutto ciò perché c’era riuscito in dieci ore. Steck aveva iniziato come dilettante. Era un carpentiere che scalava le montagne nel fine settimana, ma a furia di scalarle praticamente di corsa si era procurato le attenzioni della stampa, che con la sua solita fantasia lo aveva soprannominato “Swiss machine”. Così erano arrivati i soldi e Steck aveva smesso di tagliare il legno, e aveva fatto dell’alpinismo una professione, finché come dicevo è caduto.

Dell’alpinismo si può dire molto, perché è uno sport che accende le polemiche, per via che in montagna si muore, e per il dibattito che c’è sempre stato sull’arte appropriata di scalare una montagna. Certamente l’alpinismo ha un obiettivo, che non è arrivare in vetta, ma arrivarci in un certo modo, perché se il punto fosse arrivare in vetta tanto varrebbe prendere l’elicottero. Questo modo deve essere difficile. Fu Messner, ai suoi tempi, a criticare i colleghi che salivano sui percorsi attrezzati e si aiutavano con la tecnologia, e “colleghi” è una parola mia, perché Messner non li reputava tali, e usava altri termini, e in ogni caso per lui non erano alpinisti veri. Fu ancora Messner a decidere di scalare gli ottomila senza corde e senza bombole di ossigeno, che è pericolosissimo, e vi invito in proposito a cercare su internet cosa succede al cervello umano se lo private di ossigeno sufficiente. Fu sempre Messner a porsi l’obiettivo di essere il primo a scalare tutti gli ottomila dell’Himalaya. E oggi che questi obiettivi sono stati compiuti, e sugli ottomila più facili salgono anche i turisti, e salgono pure sul lato più accessibile dell’Everest, e a dire il vero qualche turista tutti gli anni ci muore, gli alpinisti di professione si pongono gli obiettivi di velocità, come faceva il povero Steck.

Confesso la mia ignoranza in fatto di alpinismo, al di là delle informazioni che leggo e dei ricordi di quando ero bambino e in Italia non si faceva altro che parlare di Messner. Lo faccio per mettere le mani in avanti, perché so che già si nota in questo articolo una critica dell’alpinismo, o almeno dell’alpinismo sportivo, e uno fa presto a rendersi ridicolo criticando ciò che non sa. Ma in realtà, come dice il titolo, voglio criticare il porsi gli obiettivi, non l’alpinismo.

La montagna mi piace ma salgo solo fin dove mi portano le gambe. Se c’è da arrampicarsi, e cioè da usare le mani, guardatevi indietro e mi vedrete dirigermi verso il rifugio. Capisco perfettamente che c’è qualcosa di fisico nello scalare una montagna, che è bello, e profondo, e importante, e che è inutile tentare di parlarne se non lo hai vissuto. Capisco anche che la montagna ti ispira molta umiltà, perché gli alpinisti parlano della montagna con rispetto, perfino con una certa religiosità, e si vede che sono sinceri, perché evidentemente quando salgono sanno che possono morire, sanno che la montagna è più grande di loro, e che la natura applicherà le sue leggi, e sono questi i pensieri che ti insegnano qual è il tuo posto nell’universo.

Però, come dicevo, l’alpinismo ha degli obiettivi. E gli obiettivi per natura hanno la capacità di dominarci, anche quando sono arbitrari, e soprattutto quando sono precisi e misurabili. Se la tabella della palestra ti dice che devi eseguire quaranta addominali, senti una determinazione a eseguirne quaranta, non uno di meno, anche se il beneficio atletico di trentanove addominali sarebbe grosso modo lo stesso. Se il premio dell’Esselunga cui aspiri vale diecimila punti, ti ingegni a pensare a come accumulare questi punti con la spesa, anche se rischi di spendere più di quanto costerebbe il premio se lo acquistassi in negozio. Obiettivo = motivazione, questa è la prima legge. La seconda legge è che quanto più l’obiettivo è difficile, tanto più è motivante, perché ti mette nella cerchia ristretta di chi può raggiungerlo, e torniamo così agli alpinisti che vogliono la parete impervia.

Ci sono cose in natura e nella società che per qualche meccanismo misterioso diventano subito obiettivi per la mente umana. Un esempio sono i numeri tondi — all’università vuoi i trenta, in montagna gli ottomila, e quando sei anziano vuoi raggiungere i cento. Un altro è il vincere, l’arrivare primi, la superiorità sugli altri in tutte le sue forme, e sono obiettivi tanto ovvi che c’è un aggettivo apposta per chi non li segue — decoubertiniano. La montagna è un altro esempio ancora: la vedi e ti viene voglia di scalarla, senza un motivo, perché occorre dire che in vetta alla montagna non ci sono attività utili da svolgere, il panorama è ottimo anche se rimani più sotto, tanto che l’alpinista appena è giunto in vetta pianta una bandiera e se ne torna a valle. È un po’ quello che succede ai cani, che se ci fate caso hanno l’istinto di entrare nelle buche, ma dopo che ci entrano non sanno cosa farci.

Così gli alpinisti, invece di accontentarsi della bellezza della scalata, si fanno catturare dall’obiettivo di farcela senza ossigeno, e si sentono migliori di chi sale con le corde, e contano i minuti dell’ascesa per battere il record di velocità.

Darsi obiettivi ha senz’altro dei vantaggi, perché mobilita le tue energie, ti accende il motore. La vita è difficile e, parlando onestamente, se vuoi cercare un senso, una bellezza o una motivazione intrinseca in tutto ciò che fai, ci sono giorni in cui staresti fermo ai box. Ma non tutte le montagne che ti sventagliano davanti meritano di essere scalate. Ciò che è motivante non è per forza ciò che ha valore. Quando è la difficoltà dell’impresa a interessarti, significa probabilmente che non c’è un buon motivo per realizzarla.

Mi spiace perciò che sto in Italia, e non ho la possibilità di diventare un guru della produttività, perché è una professione che ti chiede di essere americano, o di avere alle spalle una filosofia orientale, altrimenti inventerei il No-Objective Method, o la No-Objective Way, incentrati sull’idea generale di sbarazzarsi degli obiettivi nella vita e nel lavoro. Potrebbe avere successo. Nelle riunioni con i partecipanti faremmo dei falò delle to-do list, che sono niente altro che elenchi di obiettivi. Al posto degli obiettivi, uno dovrebbe scrivere su un diario le scelte quotidiane che a suo avviso lo portano verso il bello, verso l’utile, verso il piacevole, o anche a eseguire i suoi doveri dell’esistenza. Uno abbandonerebbe i pensieri che non servono a nulla — i numeri da realizzare, i culmini da raggiungere, le difficoltà auto-imposte e i paragoni con gli altri — e poi si stupirebbe di quanto tempo si libera in questo modo, anche al netto delle giornate-no che inevitabilmente passerebbe ai box. Sono convinto che senza obiettivi saremmo tutti meno egocentrici, meno competitivi, e ci sarebbe più amicizia. Il mondo sarebbe un posto migliore per viverci, e per quanto riguarda l’alpinismo si assisterebbe a un calo degli incidenti sulle montagne.

Fonti. Le notizie sulla morte di Ueli Steck. L’articolo di Aeon, da cui ho preso il concetto dell’elicottero, e altre informazioni, e che ha ispirato tutto il resto.

Molte riprese in corso, non dello stesso film

Ho letto un articolo che parla del focus, cioè della nostra attenzione, che uno potrebbe dire è come l’inquadratura del regista che decide a ogni istante di cosa si occupa il film. Il focus è la cinepresa che puntiamo sulle cose che succedono intorno a noi. L’articolo riporta alcuni esperimenti che dimostrano che viviamo tutti in film diversi, anche quando siamo nella stessa stanza e ci aspetteremmo una certa unanimità di vedute.

Uno è l’esperimento ben noto di Barry Manilow, o almeno è ben noto fra gli psicologi. Barry Manilow è un cantante americano che adesso è scomparso dalle scene, perché ormai è anziano, e il suo nome ai giovani dirà poco. Negli anni settanta ebbe un vasto successo, di quel tipo che in Italia definiamo nazional-popolare, con le implicazioni negative che la cosa comporta. Barry Manilow era un crooner, e quindi pensate a un incrocio fra Frank Sinatra e Toto Cutugno, senza la bella voce del primo, ma con una capigliatura simile al secondo, come noterete se cercate le foto su internet.

L’esperimento consisteva nell’entrare in una stanza affollata indossando una maglietta vistosa con la faccia di Barry Manilow. Il soggetto se ne vergognava, perché credeva che tutti i presenti l’avrebbero notato, si immaginava gli sguardi laser della folla dirigersi su di lui, sul suo petto dove campeggiava la faccia del cantante. Invece i dati mostravano che se ne accorgevano in pochissimi, pure fra coloro che conversavano con il soggetto e avevano la maglietta lì di fronte per tutto il tempo.

Il primo messaggio che ci viene da questo esperimento è che mentre tu sei concentrato sulla tua maglietta, gli altri sono concentrati sulla loro, su una bella ragazza che hanno notato, su come infilarsi nella coda del buffet, o su un pensiero che li tormenta, e insomma che nella stanza ogni partecipante gira un film diverso.

Il secondo messaggio è che non ce ne accorgiamo, che i film sono diversi. Abbiamo illusioni di realismo. Immaginiamo che il nostro film sia quello vero cui stanno partecipando anche gli altri. E siccome per forza di cose siamo al centro del nostro film, immaginiamo di essere al centro dell’attenzione di tutti. Oppure se il nostro focus è su qualcos’altro, poniamo sul nostro telefonino, per riportare gli esempi ai giorni d’oggi, non ci avvediamo che la gente magari in quel momento sta osservando proprio noi, e questo è il tema di un altro esperimento di cui parla l’articolo.

Il focus genera delle amarezze, per esempio quando una persona cara non presta attenzione al nostro film perché è impegnata nelle riprese del suo. L’articolo cita la moglie che soffre perché il marito non nota che lei ha pulito la casa, che è un esempio un po’ sessista e antiquato, degno dei tempi di Barry Manilow. Ma ne trovate mille altri nella vita di tutti i giorni, perché se ti illudi di essere il protagonista del film, poi è inevitabile che rimani deluso a fare la spalla o il personaggio di contorno, o a stare del tutto fuori dall’inquadratura, nei film che nel frattempo stanno girando gli altri.

Fonti. L’articolo è questo, sul New York Times.

La specie che parla

Qualche giorno fa sono andato alla Feltrinelli di piazza Duomo, che credo sia la libreria più grande a Milano, e mi sono fermato per un attimo a pensare a tutti i libri che aveva sugli scaffali, a quante storie e personaggi contenessero, e quanti ragionamenti, e come il mondo fosse pieno di scrittori, di cui una libreria contiene poi solo la piccola fetta di quelli bravi che hanno successo. Ho poi pensato a internet, ai miliardi di pagine web, ai miliardi di post su Facebook, ai miliardi di tweet su Twitter, dove troviamo anche i dilettanti e la gente che umilmente scrive e motteggia al servizio degli amici. Ieri fra l’altro Twitter ha detto agli investitori che i suoi utenti hanno ricominciato a crescere, perché si credeva che Twitter fosse in declino, che il settore dei social network fosse ormai affollato, e invece a quanto pare lo spazio per i social network non si esaurisce mai, e in questo caso si crede che Twitter cresca a ragione di tutti gli utenti che hanno qualcosa da scrivere sul presidente Trump.

E ho pensato che Instagram contiene altri miliardi di atti comunicativi, perché anche l’utente che pubblica una fotografia sta tentando di dirti qualcosa. E quando entri in un’aula in università sei sempre accolto dal frastuono, non perché qualcuno stia urlando, è solo la somma sonora delle conversazioni che in quel momento sono in corso, e tu devi compiere un atto di violenza, bloccare queste conversazioni, con l’aiuto delle regole e delle istituzioni, perché nell’ora successiva sarai l’unico ad avere il diritto della parola.

La specie umana parla. Ha bisogno di dire. Forse dovevano battezzarla homo loquacis, invece che homo sapiens, ammesso e non concesso che loquacis sia la giusta declinazione. Facciamo homo garrulus se preferite, perché della sapienza degli umani bisogna dubitare, mentre sulla loro disposizione a parlare non ci sono dubbi. Suppongo che questa disposizione insopprimibile sia sorta nei tempi primordiali, per probabili motivi evolutivi, perché ad esempio un cacciatore ne incontrava un altro nella savana ed era vantaggioso che i due si rovesciassero addosso fiumi di informazioni, fra le quali ci potevano essere spunti preziosi che li aiutavano nella caccia e giovavano alla sopravvivenza di entrambi. Oppure può darsi che lo scambio ininterrotto di commenti e pettegolezzi abbia permesso ai nostri progenitori di formare le comunità, e di avere così la forza del numero contro le specie rivali.

Perciò, se ti viene il dubbio di a cosa servano i libri, e i social network, e le conversazioni e tutte le altre parole che si dicono — incluse quelle che sto scrivendo ora — la risposta è che questo è il destino che l’evoluzione ha scelto per noi. Ad altre specie ha dato mezzi diversi, come le zanne affilate, gli arti veloci, la resistenza fisica, che permettevano agli esemplari di lottare anche con poco coordinamento reciproco. Così queste specie comunicano poco. L’evoluzione del linguaggio in loro si è fermata a beeeh, grrrr, miao miao e bau bau. Quando le osserviamo, notiamo che al di fuori dei rari momenti di combattimento, dimostrano in generale un animo tranquillo.

Francia 1 – Italia 0 nella partita dell’apertura mentale

Ieri sera guardavo Otto e mezzo di Lilli Gruber, dedicato alle elezioni francesi, e devo dire che è stata una bella trasmissione, con persone informate e che parlavano in buon italiano, cose che in televisione non sono normali, ma si capiva che Augias, Caracciolo e la Gruber morivano dalla voglia di spettegolare sulla moglie del candidato Macron. Tutti e tre buttavano lì le mezze frasi, sperando che qualcuno le raccogliesse, e si dicesse ciò che occorre dire su una moglie che ha ventiquattro anni più del marito, che si sviluppasse l’argomento nelle sue morbose implicazioni, pur mantenendo il bon ton signorile. Augias in particolare aveva il pizzicorino, e ha detto che era “una strana relazione”, e ha fatto intendere che c’era materiale per massacrare Macron nelle settimane che porteranno al ballottaggio. La Gruber ha mostrato le foto di Macron e la moglie che si baciavano sul palco, e Augias ci ha tenuto a sottolineare che gli artifici del trucco e delle luci facevano sembrare la signora più giovane di quello che era, così che il pubblico a casa non si facesse illusioni sulle sembianze di normalità del bacio. Qui la Gruber è stata brava a non fare una piega, perché anche lei ha sessant’anni e si ringiovanisce facendosi illuminare dal basso. Sarebbero andati avanti così fino al termine della puntata se l’ospite francese Marc Lazar in collegamento da Parigi non fosse intervenuto, e non avesse detto che quando l’uomo ha vent’anni in più di sua moglie parliamo di una bellissima relazione, e Augias forse doveva pensarci un attimo prima di chiamare “strana” la relazione opposta. Augias insisteva, e protestava che lui si limitava a riferire i pettegolezzi degli altri, e la Gruber voleva parlare delle elettrici francesi che votavano Macron a ragione della moglie, ma Marc Lazar ha detto che i francesi di questa storia se ne infischiano. Allora i tre italiani l’hanno smessa perché altrimenti sembravano dei provinciali.

Lo scrittore e i significati

Fare lo scrittore è come rimanere un adolescente, che è il periodo della vita in cui attacchi significati a tutte le piccole cose che ti accadono. Questo periodo si esaurisce perché acquisti l’esperienza e ti accorgi che i significati non c’erano, ma li attaccavi tu alle piccole cose con la fantasia e con certe concezioni di te stesso. Lo scrittore è uno che continua ad attaccare i significati alle piccole cose che osserva e che immagina, anche da adulto, perché è ostinato, illuso, oppure ha scelto di farne il suo mestiere, e ci mette un’arte che procura il piacere al pubblico che ama ritirarsi nella lettura per riassaporare ogni tanto i significati.

Le tue opinioni sul tema

Mi avevano invitato a parlare ad un convegno e dovevo prepararmi un discorso. All’epoca il mio approccio ai convegni era di chiedermi “cosa devo dire in questo tipo di occasione di fronte a questo genere di pubblico?”, che in generale è molto faticoso. Occorre che ti interroghi su cosa si aspettano gli altri, che non è mai chiarissimo, e costruire argomenti su misura per loro. Devi farti gli esperimenti mentali su come reagirebbero a una certa tua dichiarazione. Ti si genera nella testa un andirivieni di idee che abbozzi e scarti, e c’è battaglia con te stesso, e inevitabilmente hai i momenti in cui ti insulti per avere accettato di parlare a quel convegno.

Quella volta invece avevo poco tempo, ed ero vittima di stanchezza generale per altre attività che facevo, e mi chiesi “cosa penso sul tema che è oggetto del convegno?”. Capii che è un approccio più snello, in cui attingi al tuo pozzo interiore, dei pensieri che hai già pensato, usi il lavorio mentale che hai già fatto, i pensieri scaturiscono appena ti poni la domanda, e infatti preparai una traccia di discorso in cinque minuti.

Al convegno un paio di relatori dissero ciò che occorreva dire in quella occasione di fronte a quel genere di pubblico, creando il mortorio nella platea. Un altro relatore disse quello che pensava sul tema del convegno, e ad essere sincero erano opinioni sciocche, che a mio avviso poteva fare a meno di comunicarci, e però animarono la platea. Anche io espressi le mie opinioni, aggiungendo animazione ulteriore. È chiaro che le mie opinioni, essendo mie, mi sembravano ben fondate e illuminanti. Infatti il vero rischio di dire ciò che pensi è di compiacerti di farlo, che è un male, perché il compiacimento è come il riso e abbonda sulla bocca degli stolti. Quando vedi la platea che si anima, può darsi che sia perché è illuminata, ma può anche darsi che pensi di te ciò che pensavo dell’altro relatore, che era meglio che lasciasse le sue opinioni nel pozzo interiore da cui erano nate.

Questo convegno non era pericoloso, per ragioni che non sto a dirvi, ma ce ne sono altri in cui puoi offendere qualcuno con le tue opinioni personali. Quel giorno decisi che avrei accettato inviti ai convegni solo se potevo parlare liberamente senza gettare disdoro sulle istituzioni coinvolte. Non avrei più preparato i discorsi in base a ciò che ci si aspettava da me. La ragione è che se fai un mestiere che contiene del pensiero, e per quanto sappia non ce n’è uno che non ne contenga un po’, il tuo dovere non è di dire ciò che devi dire, ma di avere opinioni che meritino di essere dette. Se per caso hai umilmente l’impressione di non avercele, è meglio che stai a casa a lavorare, oppure vai in giro e prendi appunti su ciò che vedi, e magari un giorno hai qualcosa di cui parlare.