Molte riprese in corso, non dello stesso film

Ho letto un articolo che parla del focus, cioè della nostra attenzione, che uno potrebbe dire è come l’inquadratura del regista che decide a ogni istante di cosa si occupa il film. Il focus è la cinepresa che puntiamo sulle cose che succedono intorno a noi. L’articolo riporta alcuni esperimenti che dimostrano che viviamo tutti in film diversi, anche quando siamo nella stessa stanza e ci aspetteremmo una certa unanimità di vedute.

Uno è l’esperimento ben noto di Barry Manilow, o almeno è ben noto fra gli psicologi. Barry Manilow è un cantante americano che adesso è scomparso dalle scene, perché ormai è anziano, e il suo nome ai giovani dirà poco. Negli anni settanta ebbe un vasto successo, di quel tipo che in Italia definiamo nazional-popolare, con le implicazioni negative che la cosa comporta. Barry Manilow era un crooner, e quindi pensate a un incrocio fra Frank Sinatra e Toto Cutugno, senza la bella voce del primo, ma con una capigliatura simile al secondo, come noterete se cercate le foto su internet.

L’esperimento consisteva nell’entrare in una stanza affollata indossando una maglietta vistosa con la faccia di Barry Manilow. Il soggetto se ne vergognava, perché credeva che tutti i presenti l’avrebbero notato, si immaginava gli sguardi laser della folla dirigersi su di lui, sul suo petto dove campeggiava la faccia del cantante. Invece i dati mostravano che se ne accorgevano in pochissimi, pure fra coloro che conversavano con il soggetto e avevano la maglietta lì di fronte per tutto il tempo.

Il primo messaggio che ci viene da questo esperimento è che mentre tu sei concentrato sulla tua maglietta, gli altri sono concentrati sulla loro, su una bella ragazza che hanno notato, su come infilarsi nella coda del buffet, o su un pensiero che li tormenta, e insomma che nella stanza ogni partecipante gira un film diverso.

Il secondo messaggio è che non ce ne accorgiamo, che i film sono diversi. Abbiamo illusioni di realismo. Immaginiamo che il nostro film sia quello vero cui stanno partecipando anche gli altri. E siccome per forza di cose siamo al centro del nostro film, immaginiamo di essere al centro dell’attenzione di tutti. Oppure se il nostro focus è su qualcos’altro, poniamo sul nostro telefonino, per riportare gli esempi ai giorni d’oggi, non ci avvediamo che la gente magari in quel momento sta osservando proprio noi, e questo è il tema di un altro esperimento di cui parla l’articolo.

Il focus genera delle amarezze, per esempio quando una persona cara non presta attenzione al nostro film perché è impegnata nelle riprese del suo. L’articolo cita la moglie che soffre perché il marito non nota che lei ha pulito la casa, che è un esempio un po’ sessista e antiquato, degno dei tempi di Barry Manilow. Ma ne trovate mille altri nella vita di tutti i giorni, perché se ti illudi di essere il protagonista del film, poi è inevitabile che rimani deluso a fare la spalla o il personaggio di contorno, o a stare del tutto fuori dall’inquadratura, nei film che nel frattempo stanno girando gli altri.

Fonti. L’articolo è questo, sul New York Times.

La specie che parla

Qualche giorno fa sono andato alla Feltrinelli di piazza Duomo, che credo sia la libreria più grande a Milano, e mi sono fermato per un attimo a pensare a tutti i libri che aveva sugli scaffali, a quante storie e personaggi contenessero, e quanti ragionamenti, e come il mondo fosse pieno di scrittori, di cui una libreria contiene poi solo la piccola fetta di quelli bravi che hanno successo. Ho poi pensato a internet, ai miliardi di pagine web, ai miliardi di post su Facebook, ai miliardi di tweet su Twitter, dove troviamo anche i dilettanti e la gente che umilmente scrive e motteggia al servizio degli amici. Ieri fra l’altro Twitter ha detto agli investitori che i suoi utenti hanno ricominciato a crescere, perché si credeva che Twitter fosse in declino, che il settore dei social network fosse ormai affollato, e invece a quanto pare lo spazio per i social network non si esaurisce mai, e in questo caso si crede che Twitter cresca a ragione di tutti gli utenti che hanno qualcosa da scrivere sul presidente Trump.

E ho pensato che Instagram contiene altri miliardi di atti comunicativi, perché anche l’utente che pubblica una fotografia sta tentando di dirti qualcosa. E quando entri in un’aula in università sei sempre accolto dal frastuono, non perché qualcuno stia urlando, è solo la somma sonora delle conversazioni che in quel momento sono in corso, e tu devi compiere un atto di violenza, bloccare queste conversazioni, con l’aiuto delle regole e delle istituzioni, perché nell’ora successiva sarai l’unico ad avere il diritto della parola.

La specie umana parla. Ha bisogno di dire. Forse dovevano battezzarla homo loquacis, invece che homo sapiens, ammesso e non concesso che loquacis sia la giusta declinazione. Facciamo homo garrulus se preferite, perché della sapienza degli umani bisogna dubitare, mentre sulla loro disposizione a parlare non ci sono dubbi. Suppongo che questa disposizione insopprimibile sia sorta nei tempi primordiali, per probabili motivi evolutivi, perché ad esempio un cacciatore ne incontrava un altro nella savana ed era vantaggioso che i due si rovesciassero addosso fiumi di informazioni, fra le quali ci potevano essere spunti preziosi che li aiutavano nella caccia e giovavano alla sopravvivenza di entrambi. Oppure può darsi che lo scambio ininterrotto di commenti e pettegolezzi abbia permesso ai nostri progenitori di formare le comunità, e di avere così la forza del numero contro le specie rivali.

Perciò, se ti viene il dubbio di a cosa servano i libri, e i social network, e le conversazioni e tutte le altre parole che si dicono — incluse quelle che sto scrivendo ora — la risposta è che questo è il destino che l’evoluzione ha scelto per noi. Ad altre specie ha dato mezzi diversi, come le zanne affilate, gli arti veloci, la resistenza fisica, che permettevano agli esemplari di lottare anche con poco coordinamento reciproco. Così queste specie comunicano poco. L’evoluzione del linguaggio in loro si è fermata a beeeh, grrrr, miao miao e bau bau. Quando le osserviamo, notiamo che al di fuori dei rari momenti di combattimento, dimostrano in generale un animo tranquillo.

Francia 1 – Italia 0 nella partita dell’apertura mentale

Ieri sera guardavo Otto e mezzo di Lilli Gruber, dedicato alle elezioni francesi, e devo dire che è stata una bella trasmissione, con persone informate e che parlavano in buon italiano, cose che in televisione non sono normali, ma si capiva che Augias, Caracciolo e la Gruber morivano dalla voglia di spettegolare sulla moglie del candidato Macron. Tutti e tre buttavano lì le mezze frasi, sperando che qualcuno le raccogliesse, e si dicesse ciò che occorre dire su una moglie che ha ventiquattro anni più del marito, che si sviluppasse l’argomento nelle sue morbose implicazioni, pur mantenendo il bon ton signorile. Augias in particolare aveva il pizzicorino, e ha detto che era “una strana relazione”, e ha fatto intendere che c’era materiale per massacrare Macron nelle settimane che porteranno al ballottaggio. La Gruber ha mostrato le foto di Macron e la moglie che si baciavano sul palco, e Augias ci ha tenuto a sottolineare che gli artifici del trucco e delle luci facevano sembrare la signora più giovane di quello che era, così che il pubblico a casa non si facesse illusioni sulle sembianze di normalità del bacio. Qui la Gruber è stata brava a non fare una piega, perché anche lei ha sessant’anni e si ringiovanisce facendosi illuminare dal basso. Sarebbero andati avanti così fino al termine della puntata se l’ospite francese Marc Lazar in collegamento da Parigi non fosse intervenuto, e non avesse detto che quando l’uomo ha vent’anni in più di sua moglie parliamo di una bellissima relazione, e Augias forse doveva pensarci un attimo prima di chiamare “strana” la relazione opposta. Augias insisteva, e protestava che lui si limitava a riferire i pettegolezzi degli altri, e la Gruber voleva parlare delle elettrici francesi che votavano Macron a ragione della moglie, ma Marc Lazar ha detto che i francesi di questa storia se ne infischiano. Allora i tre italiani l’hanno smessa perché altrimenti sembravano dei provinciali.

Lo scrittore e i significati

Fare lo scrittore è come rimanere un adolescente, che è il periodo della vita in cui attacchi significati a tutte le piccole cose che ti accadono. Questo periodo si esaurisce perché acquisti l’esperienza e ti accorgi che i significati non c’erano, ma li attaccavi tu alle piccole cose con la fantasia e con certe concezioni di te stesso. Lo scrittore è uno che continua ad attaccare i significati alle piccole cose che osserva e che immagina, anche da adulto, perché è ostinato, illuso, oppure ha scelto di farne il suo mestiere, e ci mette un’arte che procura il piacere al pubblico che ama ritirarsi nella lettura per riassaporare ogni tanto i significati.

Le tue opinioni sul tema

Mi avevano invitato a parlare ad un convegno e dovevo prepararmi un discorso. All’epoca il mio approccio ai convegni era di chiedermi “cosa devo dire in questo tipo di occasione di fronte a questo genere di pubblico?”, che in generale è molto faticoso. Occorre che ti interroghi su cosa si aspettano gli altri, che non è mai chiarissimo, e costruire argomenti su misura per loro. Devi farti gli esperimenti mentali su come reagirebbero a una certa tua dichiarazione. Ti si genera nella testa un andirivieni di idee che abbozzi e scarti, e c’è battaglia con te stesso, e inevitabilmente hai i momenti in cui ti insulti per avere accettato di parlare a quel convegno.

Quella volta invece avevo poco tempo, ed ero vittima di stanchezza generale per altre attività che facevo, e mi chiesi “cosa penso sul tema che è oggetto del convegno?”. Capii che è un approccio più snello, in cui attingi al tuo pozzo interiore, dei pensieri che hai già pensato, usi il lavorio mentale che hai già fatto, i pensieri scaturiscono appena ti poni la domanda, e infatti preparai una traccia di discorso in cinque minuti.

Al convegno un paio di relatori dissero ciò che occorreva dire in quella occasione di fronte a quel genere di pubblico, creando il mortorio nella platea. Un altro relatore disse quello che pensava sul tema del convegno, e ad essere sincero erano opinioni sciocche, che a mio avviso poteva fare a meno di comunicarci, e però animarono la platea. Anche io espressi le mie opinioni, aggiungendo animazione ulteriore. È chiaro che le mie opinioni, essendo mie, mi sembravano ben fondate e illuminanti. Infatti il vero rischio di dire ciò che pensi è di compiacerti di farlo, che è un male, perché il compiacimento è come il riso e abbonda sulla bocca degli stolti. Quando vedi la platea che si anima, può darsi che sia perché è illuminata, ma può anche darsi che pensi di te ciò che pensavo dell’altro relatore, che era meglio che lasciasse le sue opinioni nel pozzo interiore da cui erano nate.

Questo convegno non era pericoloso, per ragioni che non sto a dirvi, ma ce ne sono altri in cui puoi offendere qualcuno con le tue opinioni personali. Quel giorno decisi che avrei accettato inviti ai convegni solo se potevo parlare liberamente senza gettare disdoro sulle istituzioni coinvolte. Non avrei più preparato i discorsi in base a ciò che ci si aspettava da me. La ragione è che se fai un mestiere che contiene del pensiero, e per quanto sappia non ce n’è uno che non ne contenga un po’, il tuo dovere non è di dire ciò che devi dire, ma di avere opinioni che meritino di essere dette. Se per caso hai umilmente l’impressione di non avercele, è meglio che stai a casa a lavorare, oppure vai in giro e prendi appunti su ciò che vedi, e magari un giorno hai qualcosa di cui parlare.