Un problema alla volta

Si dice spesso di “affrontare un problema alla volta”, ma questo consiglio non tiene conto che i problemi della vita sono tutti collegati fra di loro. Si alleano. Non è come nei film di azione di Hollywood, che tu attacchi il cattivo e i suoi complici incrociano le braccia, o si accendono una sigaretta, e assistono al combattimento come spettatori. La vita reale è che tu vuoi picchiare una persona ben precisa ma, appena la colpisci, gli altri membri della folla ti abbrancano e ne risulta un parapiglia generale. Cosi è con i problemi della vita, ne vuoi affrontare uno e tutti gli altri ti saltano addosso.

Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

La calligrafia

Scrivere a mano è un esempio di un fatto importante della vita, perché se ti metti a tirare dritte le linee, a chiudere i cerchi, a rispettare le distanze tra le lettere, a tracciare gli elementi di congiunzione e fai tutti gli altri sforzi simili di precisione, la tua scrittura diventa bella e si legge quasi come fosse un libro. Il fatto importante è che scrivere bene può sembrarti inutile, perché uno riesce a leggerti anche se scrivi un po’ come viene, e però se scrivi bene il risultato è diverso. E la vita in generale è così, le cose belle nascono facendo ciò che non è strettamente necessario.

L’anziano

All’anziano si deve rispetto perché ha combattuto molte battaglie, di cui alcune le ha vinte, e allora si merita l’ammirazione che si dà ai vincitori, e altre le ha perse, e allora si merita l’omaggio ai vinti. Inoltre l’anziano è vittima dell’età e gli spetta la compassione che dobbiamo alle vittime. Infine ci passeremo anche noi, nell’anzianità, e quindi occorre la saggezza di chi sa che non si è ancora cimentato in questa faccenda, e allora deve essere umile, e non dare affatto per scontato che lui saprebbe fare meglio, anche quando guardando l’anziano nota una diminuzione della vita e gli pare un po’ un dipinto di Francis Bacon.

Le mini-emergenze

I mezzi di comunicazione moderni ti portano i piccoli problemi che una volta la gente non ti trasmetteva perché era troppo faticoso farlo. Occorreva visitarti di persona, o scriverti una lettera, o telefonarti, e allora amici e colleghi ti disturbavano solo per i problemi seri, e con questo intendo quelli che erano abbastanza seri per loro da giustificare lo sforzo.

Oggi, che abbiamo le nuove tecnologie, i messaggini e le mail ti trasmettono richieste continue di soccorso, accompagnate da faccine sorridenti, con cui in qualche modo il mittente riconosce che il problema è minuscolo, e si permette di portartelo solo perché gli è facile farlo.

Così ogni giorno ti arriva una catena di mini-emergenze da cui è difficile difenderti, perché come fai a rifiutare un piccolo aiuto agli amici e ai colleghi? Se hai abbastanza amici e colleghi, la catena è tanto lunga che spendi tutto il giorno a risolverla, e arrivi a sera senza avere fatto nulla di importante. L’indomani ripeti.