Lettera di Kurt Vonnegut alla scuola Xavier

Cara Scuola Superiore Xavier, cara signora Lockwood, e cari signori Perin, McFeely, Batten, Maurer e Congiusta,

grazie per le vostre amichevoli lettere. Sapete di sicuro come rallegrare un vecchissimo pazzo (84 anni) sul viale del tramonto. Non faccio più apparizioni pubbliche perché ormai la cosa cui assomiglio di più è un’iguana.

Inoltre, ciò che avevo da dirvi avrebbe preso ben poco tempo, vale a dire: praticate qualsiasi arte, la musica, il canto, la danza, la recitazione, la pittura, la scultura, la poesia, il romanzo, la saggistica, il giornalismo, non importa se bene o male, non per ottenere denaro e fama, ma per sperimentare il diventare, per scoprire cosa c’è dentro di voi, per far crescere la vostra anima.

Sul serio! Intendo dire che dovete iniziare ora, fare dell’arte e farlo per il resto della vostra vita. Fate un disegno divertente o carino della signora Lockwood e consegnateglielo. Danzate a casa dopo la scuola, e cantate nella doccia, e così via. Disegnate un volto nel puré di patate. Fingete di essere il Conte Dracula.

Questo è un compito da fare stasera, e spero che la signora Lockwood vi bocci se non lo fate: scrivete una poesia di sei righe, su qualunque argomento, ma in rima. Non si può giocare a tennis senza una rete. Fate che sia la migliore possibile. Ma non dite a nessuno che l’avete scritta. Non mostratela e non recitatela a nessuno, nemmeno alla fidanzata o ai genitori, neanche alla signora Lockwood. D’accordo?

Strappatela in pezzi piccolissimi e buttateli in cestini della spazzatura molto distanti fra loro. Vi accorgerete di essere già stati gloriosamente ricompensati per la vostra poesia. Avrete sperimentato il diventare, scoperto un mucchio di cose su ciò che avete dentro, e avrete fatto crescere la vostra anima.

Che Dio vi benedica tutti!

Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut scrisse questa lettera nel 2006, in risposta agli studenti della signora Lockwood, della scuola Xavier di New York. La signora Lockwood aveva chiesto loro di scrivere ai loro autori preferiti per invitarli a visitare la scuola. Kurt Vonnegut fu l’unico a rispondere.

Il Regno dei Misteri

di Tim Kreider

Ultimamente ho avuto un mucchio di conversazioni con amici che si trovano ad essere single a trenta o quarant’anni e iniziano a temere che non sia per colpa degli uomini porci/delle donne pazze, o del crudele scenario darwiniano del corteggiamento a New York, o della sfortuna.

Forse è colpa loro.

“Continuo a donarmi alla gente, ma pare che non mi vogliano”, mi ha detto un’amica dopo l’ultima rottura.

Un’altra, che piangeva al tavolo della sala da pranzo perché non ha avuto una “vera” relazione per anni, ha detto “Si vede che sbaglio qualcosa”.

La mia amica Jasmine, che è stata fidanzata con due uomini e sposata con un terzo, si descrive come perennemente single. “Ero single anche quando ero sposata”, dice, “come sono una fumatrice anche se ho smesso di fumare”.

Ci meravigliamo che la maggioranza della gente, inclusi molti che paiono meno frequentabili di noi, riescano in questo semplice trucco – tenere in piedi le relazioni – che a noi sembra impraticabile. È la stessa sbalordita ammirazione che provo a vedere gli altri completare in tempo la dichiarazione dei redditi.

Uno sbrigativo psicoanalista da salotto concluderebbe facilmente che, anche se queste persone credono di volere relazioni durevoli, a un qualche livello non le vogliono davvero, altrimenti le avrebbero già. Sono tutte piacevoli, intelligenti e ambiziose. Persino nello scenario di New York, sono pesci da prendere. Ma dentro di te, quando sei intrappolato nel labirinto delle tue tendenze incurabili, la cosa ti sembra molto più involontaria.

Perché continuiamo a sentirci attratti da chi è chiaramente impegnato, grottescamente sbagliato, risolutamente sballato? Mi sento come se fossimo una fratellanza e una sorellanza di disadattati, che è sempre più disperata e strettamente avvinta man mano che il nostro numero diminuisce, come un plotone in guerra ridotto ai suoi ultimi soldati.

In qualche raro momento, quando penso alle amicizie, ai flirt e alle avventure che ho avuto, ognuna con la sua miscela particolare di solidarietà, affetto e tensione sessuale, mi sento un privilegiato, come se la mia vita fosse molto più ricca di quella dei miei amici incastrati in matrimoni a lungo termine. Ma quando sono solo e sveglio nelle ore della notte, non posso fare a meno di sentirmi illegittimo, periferico, come se mi mancasse qualche pezzo essenziale dell’equipaggiamento umano.

Oggi la solitudine è celebrata come un legittimo stile di vita; ci chiamano “single orgogliosi” o “quirkyalone”. Questo fenomeno sembra esclusivamente limitato agli articoli sulle riviste; ho osservato pochi esemplari in natura.

La maggior parte dei single che conosco sta cercando qualcuno. In generale, gli esseri umani sembrano più felici nelle relazioni. O forse felice non è la parola giusta.

“Mia moglie è stata la più grande fonte di sofferenza e frustrazione della mia vita”, mi ha detto un informatore. “Ma è stata anche la mia fonte più grande di gioia e consolazione”.

Potreste sostenere che, siccome la moglie aumenta la sua sofferenza e la sua gioia in ugual misura, le cose si elidono e io non devo lamentarmi. Ma sappiamo tutti che non è vero. La sua vita è più difficile ma anche più godibile, complessa, profonda e (perché non dirlo?) migliore della mia.

C’è tutto un universo di storie da raccontare per chi è dentro le relazioni stabili e i matrimoni, ma questo universo a me è inaccessibile. Queste coppie che si tengono per mano sul marciapiedi o che sonnecchiano nel parco il sabato pomeriggio, placide come bestiame, sembrano ignare della loro felicità.

È un’illusione, lo so. Come afferma una massima degli alcolisti anonimi, “Non confrontare ciò che è dentro di te con le apparenze degli altri”.

Anni fa, mentre avevo una storia coinvolgente e senza speranza, la mia amante e io facevamo tintinnare i bicchieri al ristorante, succhiavamo le ostriche, ci baciavamo davanti a tutti senza vergogna, e quando coglievamo la gente a guardarci dicevamo teneramente l’un l’altra “guarda, pensano che siamo felici”.

Ma è presumibile che ci sia qualcuno felice. Le relazioni felici a me sembrano assolutamente distanti, quasi ipotetiche, come la pace nel mondo o la conclusione del libro su cui sto lavorando.

Recentemente ho preso una sbandata totale per qualcuno per la prima volta dopo molto tempo. La conoscevo da anni ma avevo sempre dato per scontato che non mi ritenesse un candidato, come fidanzato o come materiale per un’avventura. Quando mi invitò a salire da lei con un pretesto così palesemente debole che non poteva essere altro che una proposta, fui scioccato dalla scoperta di quanto l’aveva desiderata, e per quanto tempo.

Naturalmente, era come al solito una storia senza speranza. La prima cosa che disse quando ricominciammo a respirare dopo il primo bacio fu “Jen non deve sapere”. Pensò un momento. “Neanche Karen, probabilmente”.

Era infastidita dalle dimostrazioni pubbliche di affetto. Anche se era stata lei a iniziare la cosa, continuava a insistere che era una cattiva idea, del tutto insostenibile. Entrambi avremmo dovuto viaggiare per numerosi mesi a venire e, sottolineava, c’erano fra noi incompatibilità inconciliabili di lungo termine. Sarebbe stato meglio separarci finché eravamo in tempo. Io credevo che avremmo potuto continuare un po’, prima di separarci.

Anche se avevo già lasciato il mio appartamento e stavo per partire per le vacanze estive, restai da lei, ottenendo asilo per tre giorni in più di quanto avessi previsto.

Ogni giorno, a metà mattina, mi chiedeva timidamente se potevo ritardare la partenza ancora un giorno. Quando le chiedevo di ammettere che voleva che restassi e le dicevo che avrei trovato qualcosa in affitto per una settimana o due, insisteva che no no no, non avrebbe funzionato. Dovevo partire l’indomani.

Ero come Sherazad: ogni giorno era il mio ultimo giorno, e ne guadagnavo uno in più con le mie attrazioni. Immaginavo che dopo anni avrei ancora chiamato Amtrak ogni giorno per posporre la mia partenza, e lei ancora non avrebbe ammesso che era qualcosa di lungo termine.

Conoscevo le mie tendenze alla fuga quanto bastava per riconoscere nella sua riluttanza a farsi scappare qualunque ammissione di affetto, nelle proteste che non avrebbe mai potuto essere una “vera” relazione, e nei suoi sporadici, svogliati tentativi di separarci, i sintomi della paura di stare affezionandosi a me.

In un certo senso, erano ammissioni di affetto altrettanto esplicite che i bigliettini passati a scuola o il mio nome scritto sulla copertina del diario. E diciannove anni con un gatto mi hanno abituato al fatto che si può adorare qualcosa tradendo segni di affetto reciproco solo casualmente. Accumulavo ogni luccichio dei suoi occhi e ogni arricciamento delle sue labbra come piccole vittorie. Quando rideva, mi sembrava di vincere la battaglia di Austerlitz.

Come tutti noi solitari, stava accanitamente perseguendo obiettivi contraddittori, inventandosi ragioni per ritenere impossibile ciò che chiaramente voleva, facendo del suo meglio per allontanare ciò a cui continuava ad afferrarsi.

Questo comportamento non mi era estraneo. La copertina del mio primo libro di fumetti mostrava un uomo appeso disperatamente con una mano a un ramo sopra uno strapiombo, mentre sega furiosamente il ramo con l’altra.

“Non capisco cosa provo”, mi avvertì. “Sono inesperta in questo regno”.

Non ero sicuro di quale regno intendesse. Il regno degli affetti? Dell’innamorarsi di qualcuno che non era in programma? O delle relazioni più lunghe di una settimana?

“È il Regno dei Misteri”, dissi. Non avevo idea di che cosa stessi parlando.

“Mi piace”, disse.

“Benvenuta”, dissi.

Così ora siamo entrati nel Regno dei Misteri. Mi piacerebbe che ci fossero stadi dell’amore generalmente accettati, come ci sono per il cancro, così da poterli delicatamente rivelare a qualcuno senza causare il panico. “Ascolta, ti amo ma è solo lo Stadio 1 – è ancora piuttosto curabile”.

Per ora mi limito ad assaporare la sensazione illusoria di avere una relazione, anche se so che non può durare. Siamo come una coppia che si mette in tiro e sperpera i soldi a cena in un ristorante che non si può permettere. Ma mi era chiaro fin dall’inizio, ed è passato così tanto tempo da quando ho tenuto abbastanza a qualcosa da poterne soffrire che, se mi si spezzasse il cuore, sarebbe un segno gradito di salute mentale.

È già un sollievo sapere che il mio cervello è ancora in grado di farlo, che non ne ha perso la capacità chimica. Avevo segretamente cominciato a temere che avesse esaurito la dopamina, per l’età o la depressione.

Fu stupefacente vedere un viso familiare e simpatico trasformarsi in qualcosa di radioso, sedersi fianco a fianco sul pavimento come i ragazzi dopo la scuola a leggere insieme i suoi diari di ragazza, stare rannicchiati nel letto a guardare i lampi che accendevano la finestra, trovare l’amore e il sesso implausibilmente intrecciati. Fu miracoloso e fugace come un instabile elemento esotico che può esistere solo per un istante, ma almeno ora so che è teoricamente possibile.

Mi diede speranza per tutti, per tutti noi solitari che guardiamo la vita dall’esterno. Fu così bello camminare con qualcuno mano nella mano in una mattina di primavera a New York, come qualunque altra coppia nella strada, sentendosi, per una volta, come se mi fosse concesso di appartenere al mondo.

Articolo originale (New York Times). L’ho intitolato Il Regno dei Misteri seguendo la preferenza dell’autore; non avrei comunque saputo come tradurre il titolo scelto dal New York Times. Tim Kreider è un fumettista radicale e un pacato saggista. Il suo ultimo libro (completato) è We Learn Nothing, di cui mi pare non ci siano traduzioni italiane.

Altamente improbabile

di Vendela Vida

Quando avviene qualcosa di straordinario, diciamo spesso che supera l’immaginazione. Ma che la realtà superi in stranezza qualsiasi immaginazione succede di continuo, ogni minuto della giornata. Di recente due donne che lavoravano allo stesso piano di un ospedale della Florida hanno scoperto che erano sorelle (erano state adottate da famiglie diverse negli anni settanta). Leggiamo questo fatto nel giornale e lo accettiamo come stupefacente ma reale. Lo stesso avvenimento in un romanzo realistico, tuttavia, sarebbe giudicato improbabile o implausibile. Siamo arrivati al punto dove non solo la realtà è più strana dell’immaginazione, ma proibiamo all’immaginazione di non avvicinarsi neanche a quanto è strana la vita reale di ogni giorno.

Questa ingiustizia ha delle conseguenze: gli autori rivedono i testi, rendendo i loro romanzi meno strampalati delle loro stesse vite — della vita in sé — per paura che le trame siano ritenute implausibili. Il fatto che, come lettori e scrittori, non vogliamo concedere ai romanzi di essere altrettanto strani della realtà è, beh, strano.

In un pomeriggio di dicembre, quando avevo ventun’anni e vivevo a Manhattan, feci una passeggiata nel parco di Riverside. “Signora?”, sentii dire da un uomo. Mi voltai indietro pensando che forse mi era caduto qualcosa, ma non era così. L’uomo aveva i capelli rossi e occhiali con una montatura sottile. La sua mano destra era infilata nella giacca di pelle, che era slacciata. Rimase zitto ma si avvicinò. Mi voltai e continuai a camminare nella stessa direzione, ma accelerai il passo.

“Signora”, disse di nuovo. “Ho una pistola, faccia come le dico”. Mi mostrò la pistola e mi indicò di camminare verso una panchina vicina. Mi guardai intorno per vedere se potevo chiedere aiuto, ma le sole persone nelle vicinanze erano giovani mamme che spingevano i bambini nel passeggino.

Ci sedemmo sulla panchina e l’uomo mi informò — due volte — che voleva morire. Poi precisò: non voleva morire da solo.

Cominciarono a sudarmi le mani nei guanti. Potevo leggere le piccole lettere sul lato dei suoi occhiali: “Giorgio Armani”. Sto per essere uccisa da un uomo che indossa occhiali Giorgio Armani, era il ritornello che mi pulsava nella testa. Dovevo portare l’uomo in una strada frequentata, pensai. Mi sovvenne una libreria a Broadway, con il telefono dietro il banco. L’uomo puntò la pistola alla mia tempia. L’adrenalina mi scorreva nel corpo e nel cervello.

“Ci sono così tanti motivi per vivere”, gli dissi. “C’è la poesia!”. Sembravo un’insegnante di scuola squilibrata. Ma vidi qualcosa nei suoi occhi, una disponibilità ad ascoltare. Recitai alcune poesie di Mark Strand — la prima strofa di una poesia, la strofa finale di un’altra. L’uomo sembrava incuriosito, o confuso. Acconsentii ad accompagnarmi alla libreria per vedere di cosa stavo parlando. Ma quando ci avvicinammo all’uscita del parco, improvvisamente si scusò e fuggì.

Questo evento divenne la scena d’apertura di “E adesso puoi andare”, il mio primo romanzo. Tutto il seguito era finzione — una missione medica nelle Filippine (non sono mai stata nelle Filippine o in missione medica), un nuovo incontro con l’aspirante assassino (non lo vidi mai più, e la polizia non lo prese mai).

Ma mentre i lettori assumevano che ero stata nelle Filippine, e alcuni addirittura si identificavano nei dettagli del mio viaggio mai avvenuto, pochi credettero che un personaggio avrebbe fatto ricorso alla poesia in una situazione così estrema. In un paio di circostanze definirono la scena “improbabile”. Volevo dire loro “Ma mi è accaduta”. Invece tenni il silenzio sulle origini autobiografiche del libro.

Qualche anno fa iniziai a prendere appunti per un nuovo romanzo. Sapevo che si incentrava sulla malleabilità della nostra identità, e su un personaggio alla ricerca di se stessa, ma non sapevo dove ambientarlo o come dovesse cominciare. In questo periodo andai in Marocco. Durante il check-in in un albergo di Casablanca, i miei bagagli furono rubati da una banda di ladri (come appresi più tardi guardando i filmati della sorveglianza dell’albergo). Mi ritrovai in una stazione della polizia, sotto l’effetto del fuso orario, disorientata e scoraggiata, circondata da investigatori. Ma, piuttosto all’improvviso, il libro che non riuscivo ad afferrare andò al suo posto. Lo avrei ambientato lì, in Marocco, e sarebbe iniziato con un furto. Ero esaltata, suscitando di sicuro perplessità negli investigatori e nel capo della polizia. Avevo il mio inizio. Il resto del libro, “Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti”, sarebbe stato pura finzione.

Quando discussi del libro prima e dopo la pubblicazione, fui sincera sul fatto che il furto della valigia e l’incontro con gli investigatori marocchini erano basati su qualcosa che mi era accaduto. Volevo che la questione dell’implausibilità rimanesse fuori dall’equazione. Ma questo impulso di spiegare l’origine mi ha spinto a domandarmi che tipo di accordo gli scrittori e i lettori hanno stretto. Come lettori, non vogliamo leggere storie che siano meno interessanti delle vite quotidiane che conduciamo. Non è vero? E come scrittori non credo che dovremmo per forza spiegare che una cosa è accaduta nella vita reale per giustificare la trama improbabile di un romanzo. Certo che è improbabile. È per quello che leggiamo. È per quello che scriviamo. Chi ha mai finito un libro dicendo “Ho apprezzato tanto quanto tutto fosse probabile”? I lettori e gli scrittori devono stabilire, e concedere, che la realtà è molto strana, che la vita ci sorprende una dozzina di volte al giorno. E se vogliamo che i nostri romanzi siano memorabili, non dovrebbero essere un poco più strani della realtà, invece del contrario?

Articolo originale (New York Times). Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti è il romanzo più recente di Vendela Vida, che è una delle fondatrici della rivista The Believer.

La mia soluzione all’angoscia delle email senza risposta

di Lucy Kellaway

Una volta c’erano due risposte alla maggior parte delle cose d’affari — sì e no. Ora ce n’è una terza che sta diventando più popolare di entrambe. È il silenzio — ossia nessuna risposta alcuna.

Ho appena avuto un messaggio angosciato da un lettore che ha passato l’anno scorso a cercare lavoro, affrontando spesso parecchi turni di interviste, con il risultato che non ha ricevuto offerte, e neanche bocciature. Ogni volta il processo è terminato nel silenzio.

Il silenzio non è una risposta solo alle ricerche di lavoro, ma anche alle offerte di vendita, gli inviti, le proposte di riunione, i promemoria, le richieste generali — o qualsiasi cosa inviata per email.

In questa non-comunicazione perdono tutti, anche se alcuni più di altri. Per i distributori di silenzio, non rispondere non è educato né efficiente, ma è vitale per sopravvivere. Ogni giorno evito di rispondere a dozzine di messaggi, perché con così tanta spazzatura che arriva il silenzio è l’unico modo per restare sani di mente.

Ma la salute mentale dell’uno genera squilibrio nell’altro. Il silenzio fa impazzire l’aspirante lavoratore — la certezza della bocciatura, mi ha detto, gli sarebbe stata più grata. Tutti i giorni sento un’ansia che varia fra il moderato e lo sfibrante perché una gamma di persone ha mancato di rispondere ai miei messaggi. Il silenzio che ha accolto un’email leggermente sfacciata era dovuto al disgusto per il tono leggero? Quando ho mandato un’email con la scaletta dell’idea per un articolo, il silenzio che ne è seguito esprimeva sgomento? O disaccordo? O qualcosa del tutto diverso?

Ciò che rende così snervante il silenzio delle email è che è impossibile interpretarlo. Quando parli con qualcuno, puoi vedere se è ammutolito dallo stupore, dalla riprovazione o dalla noia. Ma le email non danno indizi. La persona ha davvero visto il messaggio? Ti sta ignorando deliberatamente? O è disgustata? Occupata? Scarica? O può essere — come a me accade spesso — che abbia letto il messaggio sul telefonino senza gli occhiali da vista a portata di mano, e che l’ora che li ha trovati il momento sia passato.

Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, pensa di avere la risposta. Ha detto a tutti i suoi inferiori di rispondere alle email in giornata — il che può essere una buona notizia per i clienti della banca, anche se di certo significa che i suoi banchieri saranno così occupati a battere risposte affrettate da non avere tempo per l’attività bancaria.

Un’altra soluzione potrebbe essere un sistema che ci consenta di controllare subito se le nostre email sono state aperte. Ma neanche questa è una risposta, perché le “conferme di lettura” sono invadenti, e sapere che qualcuno ha letto il tuo messaggio non diminuisce la paranoia — l’aumenta.

L’unica soluzione efficiente sarebbe di rendere più complicato e costoso comunicare gli uni con gli altri. Arriverebbero soltanto richieste ragionevoli e rispondere tornerebbe di moda. Ma fino ad allora ognuno di noi deve costruirsi un metodo.

Il punto di partenza è capire che anche se il silenzio probabilmente significa no, potrebbe anche significare sì o forse — ciò che rende essenziale chiedere di nuovo. La pancia mi dice che è umiliante, ma la pancia si sbaglia. Non bisogna vergognarsi di assillare: in un mondo dove la gente ha largamente rinunciato a rispondere, è imbecille chiedere una volta sola.

Quindi quanto dovremmo aspettare prima di chiedere di nuovo? Ho trovato un articolo di un professore del MIT che suggerisce che l’80 per cento delle risposte arriva nelle prime 29 ore, con un ulteriore 17 per cento che arriva negli undici giorni successivi. In base a questa ricerca sarebbe giusto aspettare dodici giorni — che a me sembra troppo. Non riesco a ricordarmi di avere ricevuto niente dopo tanto tempo; penso che la risposta giusta sia semmai una settimana.

La domanda successiva è cosa dire nel sollecito. La mia casella è ingolfata di messaggi che iniziano con “Mi spiace disturbare…” o “Non so se hai avuto tempo di leggere il mio messaggio…”, entrambi i quali abbassano vagamente chi li scrive. Meglio riassumere il messaggio in una frase, unendo l’originale per non sbagliare.

La domanda finale è quante volte ripetere il processo, se la risposta continua a non materializzarsi. Dipende da quanto tieni alla risposta, ma penso che tre volte vada bene. Se la risposta doveva essere no, assillare non può peggiorare le cose. E c’è abbastanza gente — e sono ancora qualche volta in questo debole gruppo — che dedica il suo tempo non a chi desidera vedere di più ma a chi insiste più a lungo.

L’altra soluzione è rinunciare alle email e prendere invece il telefono. Ci sono ricerche che suggeriscono che è più probabile che le persone facciano ciò che vuoi se glielo chiedi parecchie volte per vie diverse. Può darsi sia così, ma detesto così tanto che la gente mi telefoni dicendo “Chiamavo solo per sapere se avevi visto l’email” che, anche se questo approccio funzionasse, in tutta sincerità non riesco a raccomandarlo.

Articolo originale (Financial Times). Lucy Kellaway tiene la rubrica Dear Lucy del Financial Times, dove risponde alle lettere di manager perplessi e insoddisfatti, in genere invitandoli a smettere di lamentarsi.

Sono quasi morta. E allora?

di Meghan Daum

Nell’autunno di quattro anni fa passai numerosi giorni in coma farmacologico dopo avere contratto un caso curiosamente grave di tifo murino. Un’infezione batterica causata dai morsi delle pulci portò a un’insufficienza epatica, problemi ai reni, una meningoencefalite e, tra le altre complicazioni, una sindrome particolarmente letale chiamata coagulazione intravascolare disseminata.

Dopo aver perso la capacità di formare le parole ed essere finita in terapia intensiva, fui sottoposta a numerose trasfusioni di sangue e piastrine, una puntura lombare e infusioni continue di quattro antibiotici differenti. I dottori dissero a mio marito che era del tutto possibile che morissi. A parte questo, avrei potuto avere danni permanenti al cervello.

Fu un calvario, sebbene meno per me che per chi mi stette accanto. Mentre io fluttuavo nell’oblio indotto dal propofol, la mia famiglia e i miei amici affrontarono una sorta di versione anticipata dei cinque stadi del lutto. Patteggiarono e pregarono. Cercarono i miei sintomi su Google, si telefonarono l’un l’altro per ragionare sul mio destino e in generale uscirono di senno per cinque giorni.

Avviso ai lettori: non morii. Non ebbi neanche danni al cervello. Ho un acufene e una piccolissima riduzione dell’udito. Quando me ne lamentai col neurologo, mi disse che non dovevo lamentarmi di niente, dato il “miracolo” della mia sopravvivenza.

“Miracolo” è una parola che non hai una gran voglia di sentire da un neurologo. Con gli altri la metto da parte, specialmente con un’amica cristiana evangelica che ha arruolato l’intera famiglia, il gruppo di studio della Bibbia e tutta la congregazione per pregare per me. Quando visitai quest’amica qualche mese dopo la malattia, suo marito mi chiese se l’essere sopravvissuta per un pelo mi avesse fatto pensare alla vita in modo diverso, o riconsiderare le mie vedute agnostiche. Balbettai una risposta senza senso e mi scusai perché dovevo andare in bagno.

Come emerse, i miei amici laici non erano meno affamati di dimostrazioni della mia trasformazione spirituale o morale.

“Puoi scegliere di trarne qualcosa di positivo e utile”, mi disse una collega. “O puoi scegliere di non imparare nulla e continuare come prima”.

Implicava che il cammino che avevo seguito finora non era per niente buono — non che lei avesse mai sollevato dubbi prima. Ma ora che mi era stata data una seconda opportunità le cose sarebbero state diverse. Il mio cumulo di lamentele meschine e preoccupazioni futili, la maggior parte delle quali aveva a che fare con una combinazione di entrate instabili, insoddisfazioni immobiliari e una costante ansia sotterranea per la mia carriera, sarebbe stato schiacciato dalla gratitudine per il semplice fatto di essere viva.

Queste domande avrebbero potuto infastidirmi, se non fossero state tanto familiari. Meno di un anno prima, avevo fatto simili istanze a mia madre mentre stava morendo di cancro. Smaniosa di aiutare lei e me a dare un senso al suo destino (che era crudele; il suo cancro era raro e senza cause, e lei era ancora sulla sessantina), le chiesi ripetutamente di dirmi cosa pensava. Stava cominciando a vedere il mondo in un modo diverso? C’era qualcosa che improvvisamente aveva iniziato ad avere senso?

Non ero sicura se la sua riluttanza a rispondere fosse il risultato di non avere risposte o di sapere che quelle che aveva non erano quelle che stavo cercando. Mia madre e io non avevamo una relazione propriamente calorosa, anche se non era neanche lontanamente così carica di gelo, e spesso di dinamiche ostili, come quella fra lei e sua madre. Ma temendo di essere giudicata se non mi fossi dimostrata una figlia adorante e devastata dal dolore, misi in scena uno spettacolo che doveva suggerire che un nuovo e più profondo legame madre-figlia stava portando a momenti di guarigione e rivelazione per entrambe.

“Stiamo avendo momenti davvero speciali”, scrivevo nelle mail ad amici e parenti. “Stiamo scorrendo le vecchie foto di famiglia e ricordando i tempi passati”.

In realtà, le poche volte che avevo tentato di scorrere le vecchie foto di famiglia, mia madre era troppo confusa per essere interessata. Sembrava pensare che le chiedessi di organizzarle. Ma dato che riferire questa verità cruda e poco poetica era chiaramente inadatto all’occasione, continuavo con i miei messaggi in stile “Brodo caldo per l’anima”. “È spirata serenamente questo pomeriggio”, scrissi quando morì il giorno dopo Natale. Mi misi persino a dire che mia madre aveva “tenuto il Natale per noi”, aspettando il giorno successivo per morire, evitando così di rabbuiare le luci di questa festa per il resto delle nostre vite. Mio fratello, per quanto avesse dato i suoi contributi alla zuccherosità e agli eufemismi, di fronte a ciò alzò gli occhi al cielo. Anche mia madre probabilmente l’avrebbe fatto. Era rimasta incosciente per molti giorni prima di morire; pareva improbabile che sapesse che giorno fosse. La scrittrice in me detestava l’eufemismo “spirare”, ma la piaciona sapeva che occorreva tenere le cose a una velata distanza.

Nell’aiutare mia madre nelle cure durante la malattia, mi ero aspettata di somministrare pillole e litigare con la compagnia assicurativa. Ciò che non mi ero aspettata era che sarei stata tacitamente incaricata di aggiornare gli altri non solo con informazioni, ma anche con una storia. La storia non finiva semplicemente con la morte di mia madre per una malattia casuale, rara e brutale ma con un momento ben preciso di pace o trascendenza — o almeno con qualcosa cui il resto di noi poteva attribuire una misura di significato. In mancanza di alternative, presi la linea del Natale.

Un anno dopo, quando mi trovai a offrire simili banalità dopo avere a mia volta sfiorato la morte — mette davvero le cose in prospettiva, impari cosa è importante, non mi farò più prendere dalle piccolezze — sentii di nuovo che la sincerità sarebbe stata assolutamente scortese, persino un tradimento dell’amore e dell’amicizia.

Per favore non fraintendetemi. Ero grata di essere viva, fisicamente e cognitivamente — e, per essere sincera, ancora più grata di non essere emersa dal coma viva ma con un danno grave e irreparabile al cervello.

Ma mi conoscevo anche abbastanza bene da sospettare che, dopo qualche mese passato a respirare metaforicamente il profumo dei fiori, sarei probabilmente ridiventata quella ingrata lagnosa che ero prima. E più gli amici mi visitavano, portandomi cibi e provviste, e sommergendomi di auguri e di ogni genere di domande sul mio stato mentale, più mi rendevo conto che la loro fame di storie sulla mia trasformazione cosmica proveniva meno dalla preoccupazione per la mia anima che da un bisogno culturalmente radicato di una Chiusura, con la C maiuscola. Dato che volevano che questo capitolo della mia vita finisse, e volevano che tornassi sana come lo ero stata quando ero un’ingrata lagnosa, volevano accertarsi che fossi sufficientemente trasformata da non lagnarmi più o da non essere ingrata di nuovo. Era come se l’unico modo per essere sicuri che il mio corpo fosse libero da infezioni fosse che ero divenuta ufficialmente una persona migliore.

Gli americani non si stancano mai delle storie di trionfo sulle avversità. Ma, sempre di più, ci ossessiona non solo la vittoria ma anche la redenzione. L’anno scorso, quando tre donne di Cleveland furono salvate da un rapitore che le aveva rinchiuse e torturate per anni in una casa circondata da vicini, ci fu chiesto di vederci non uno sconcertante attestato del venir meno della comunità ma, secondo la maggior parte dei titoli, una storia di speranza e sopravvivenza.

Il mese scorso, quando sono apparse nuove informazioni sulla preparazione delle decapitazioni degli ostaggi dello Stato Islamico in Siria, le descrizioni delle torture che i prigionieri avevano subito, così come la notizia che in certi casi si erano rivoltati gli uni contro gli altri o, in misura diversa, sembrava si fossero convertiti all’Islam, il pubblico è apparso agghiacciato, in un modo in cui prima non lo era stato affatto. Forse è perché, fino ad allora, affrontare le notizie delle decapitazioni implicava la fantasia che i prigionieri provassero un senso di chiarezza e uno scopo prima di morire. Volevamo credere che il periodo in prigione, per quanto spaventoso, avesse portato con sé un qualche stato di rivelazione che aveva permesso loro di morire in un modo che non fossero la confusione e la paura abietta.

Le crisi, per definizione, sono caotiche. Non sempre insegnano lezioni e, contrariamente a quanto amiamo dirci, è altrettanto probabile che estraggano il peggio dalla gente quanto il meglio. Ma la narrazione della redenzione, con il suo corollario, la narrazione del recupero, è così cara alla nostra cultura che anche le persone razionali tendono ad aderirvi — non fosse che per fare educata conversazione. È in misura uguale una storia della buonanotte, una storia di amore e una storia di orrore, e l’esempio perfetto della preferenza americana per il sentimentalismo e il finale pulito rispetto all’onestà e all’autenticità.

Il problema è che è anche disegnata alla perfezione per farci sentire dei falliti — verso noi stessi, verso i nostri cari, nella vita in generale. E, ironicamente, più ci sta a cuore la vittima principale della crisi, più ci viene di tentare di spingere questa vittima a darvi un senso, così da alleviare la nostra inquietudine. Aspettandomi che mia madre pronunciasse qualche grande epifania sul letto di morte, stavo in realtà chiedendole di rendere l’iniquità della sua morte in qualche modo più giusta. Aspettandosi che   diventassi una persona migliore dopo avere sfiorato la morte, i miei amici stavano in realtà dicendo che speravano che non avessi fatto prender loro un maledetto spavento per nulla.

Non avrebbero dovuto preoccuparsi. Non sono una persona migliore. Sono la stessa persona. Che in effetti è una sorta di miracolo.

Articolo originale (New York Times). Meghan Daum è un’autrice e commentatrice americana che scrive abitualmente per il Los Angeles Times. Ha curato di recente Selfish, Shallow & Self-Absorbed, una raccolta di saggi di sedici autori sulla decisione di non avere figli.

Lettera di Richard Feynman a Koichi Mano

Caro Koichi,

sono molto lieto di ricevere tue notizie, e di sapere che hai questa posizione nei Research Laboratories.

Sfortunatamente la tua lettera mi ha addolorato, perché sembri veramente triste. Sembra che l’influenza del tuo insegnante sia stata di darti un’idea falsa di quali siano i problemi di valore. I problemi di valore sono quelli che puoi concretamente risolvere o aiutare a risolvere, quelli a cui puoi concretamente dare un contributo. Nella scienza, un problema è importante se sta irrisolto davanti a noi, e vediamo un modo per fare qualche passo in avanti. Ti consiglierei di scegliere problemi più semplici, o come dici, più umili, finché ne trovi qualcuno che puoi risolvere facilmente, non importa se è banale. Otterrai il piacere del successo e di aiutare i tuoi compagni, anche solo per rispondere a una domanda che è venuta in mente un collega meno dotato di te. Non devi privarti di questi piaceri a causa dell’idea sbagliata che hai di cosa ha valore.

Mi hai conosciuto quando ero al picco della mia carriera e ti sembrava che fossi impegnato in problemi degni degli dei. Ma nello stesso periodo avevo un altro dottorando (Albert Gibbs), la tesi del quale era su come fanno i venti a creare le onde soffiando sull’acqua del mare. Lo accettai come studente perché venne da me con il problema che voleva risolvere. Con te ho fatto un errore, dandoti il problema invece di farti scegliere il tuo; e ti ho lasciato un’idea sbagliata di cosa è interessante, o piacevole, o importante da affrontare (vale a dire, quei problemi sui quali vedi che puoi fare qualcosa). Mi spiace, scusami. Spero che questa lettera la corregga un poco.

Ho lavorato su innumerevoli problemi che tu chiameresti umili, ma che mi sono piaciuti e mi hanno fatto sentire bene, perché qualche volta, in parte, sono riuscito a risolverli. Per esempio, esperimenti sul coefficiente d’attrito delle superfici altamente levigate, per cercare di imparare qualcosa su come funziona l’attrito (fallimento). O come le proprietà elastiche dei cristalli dipendono dalle forze fra gli atomi che li compongono, o come fare in modo che il metallo galvanizzato si attacchi a oggetti di plastica (come le manopole della radio). O come l’uranio diffonde i neutroni. O la riflessione delle onde elettromagnetiche sui vetri ricoperti di pellicola. Lo sviluppo delle onde d’urto nelle esplosioni. Il disegno di un contatore di neutroni. Perché alcuni elementi catturano gli elettroni dagli orbitali L, ma non dagli orbitali K. La teoria generale di come piegare la carta per costruire un certo tipo di gioco per bambini (detto flexagono). I livelli di energia nei nuclei leggeri. La teoria della turbolenza (ci ho speso numerosi anni senza successo). Più tutti i problemi “maggiori” della teoria quantistica.

Nessun problema è piccolo o banale se possiamo concretamente fare qualcosa per risolverlo.

Dici che sei uno sconosciuto. Non lo sei per tua moglie e per tuo figlio. Non lo resterai a lungo per i colleghi più vicini se puoi rispondere alle loro semplici domande quando vengono nel tuo ufficio. Non sei sconosciuto a me. Non restare sconosciuto a te stesso — è un modo di essere troppo triste. Scopri il tuo posto nel mondo e valuta te stesso equamente, non nei termini degli ingenui ideali della tua giovinezza, e neanche nei termini di quelli che erroneamente immagini siano gli ideali del tuo insegnante.

Buona fortuna e felicità.

Sinceramente,

Richard P. Feynman

Richard Feynman scrisse questa lettera nel 1966, un anno dopo avere vinto il premio Nobel per la Fisica. Koichi Mano, che era stato suo studente nove anni prima, lo aveva informato che stava studiando la “teoria della coerenza, con applicazioni alla propagazione delle onde elettromagnetiche nell’atmosfera turbolenta, un problema umile e terra-terra”. Per chi non avesse mai letto Feynman: dovrebbe iniziare, per esempio da Sta scherzando, Mr. Feynman!

Risparmiatevi la solitudine dei lavoratori stabili da casa

di Lucy Kellaway

Due delle mie più vecchie amiche hanno sviluppato di recente un forte disgusto per le loro occupazioni. Entrambe mostrano gli stessi sintomi — disillusione, apatia e una convinzione che il loro lavoro sia del tutto inutile.

Le due fanno parte di un nostro gruppo di quattro, nel quale abbiamo avuto tutte relazioni lunghe, stabili e largamente felici con i nostri datori di lavoro. Nell’insieme, abbiamo raggiunto circa 110 anni di servizio.

Come mai, mi sono domandata, queste due in particolare sono così stufe, mentre noi altre stiamo bene? Non sembra che sia il lavoro in sé. Abbiamo tutte occupazioni relativamente stimolanti. Non sono neppure le pressioni. Siamo tutte vecchie volpi che sanno come affrontarle. Ciò che credo le affligga sia la stessa cosa che avrebbe dovuto renderle libere: lavorano prevalentemente da casa.

Una ha una posizione elevata in una grande organizzazione che le consente di mostrarsi in ufficio sì e no una volta al mese. L’altra è un editor che ci va ancora meno di frequente.

Quando iniziarono a lavorare da casa, circa dieci anni fa, erano insopportabilmente compiaciute di questa libertà. Erano flessibili e moderne. Potevano giocare a tennis a metà pomeriggio, sbrigando il lavoro in modo efficiente nel momento che trovavano più opportuno.

Dieci anni dopo, il cinismo e il senso di inutilità che provano potrebbe essere il risultato di avere speso troppo tempo in ciabatte nello studio di casa. In tali condizioni qualsiasi lavoro alla fine inizia a sembrare senza senso. Al contrario, se spendete la vita a fianco di altre persone facendo le stesse cose, vi convincete in qualche modo gli uni con gli altri che ciò che fate conta. Da dove siedo, circondata da persone che lavorano tutte per il FT, l’importanza del giornale sembra colossale. E lo sembra anche l’importanza di chi ha preso la mia tazza del caffè, e di chi sta per essere promosso/stangato. Queste stupide cose non sono stupide per niente. Sono ciò che ci lega in un’impresa comune.

Eppure quando ho suggerito a una delle amiche che la soluzione era andare in ufficio, mi ha guardato come se fossi impazzita. Non ci pensava proprio, disse, di andare a sobbarcarsi l’estenuante banalità della vita d’ufficio.

La sua contrarietà potrebbe dimostrare che sbaglio. Ma non penso. Penso che dimostri quanto sia difficile tornare indietro. Perché lo schema del lavoro in ufficio è così innaturale che, se perdi il ritmo, è quasi impossibile riprenderlo.

Oltre a pensare agli amici che invecchiano, mi preoccupo anche per quelli giovani. La scorsa settimana parlavo a un giovane laureato che aveva ottenuto di recente un eccellente posto come redattore per un’azienda televisiva, ma quando gli ho chiesto come stava andando ha fatto una smorfia. Il lavoro era buono, ma non c’era un ufficio dove andare, e così passava il tempo nella sua stanza a casa o nei caffè. Conosceva a malapena le altre persone con cui lavorava, e senza modelli da imitare non stava imparando molto.

Quando un paio di anni fa Marissa Mayer disse ai dipendenti di Yahoo di rinunciare alle loro ciabatte e venire al lavoro, il mondo intero si rivoltò contro di lei. Ma non solo aveva ragione, aveva ancora più ragione di quanto lei stessa pensasse. Disse che la gente doveva venire in ufficio per essere disponibile e innovativa, ma la verità è più ampia. Abbiamo bisogno di andare in ufficio per cinque ragioni ulteriori: per convincerci che quanto facciamo ha un qualche scopo, per sentirci umani, per imparare di più, per farci percepire che il lavoro è distinto dalla casa — e per facilitare il flusso dei pettegolezzi.

Ma nonostante tutto ciò, la mania del lavoro da casa continua a diffondersi. Comunque, la ragione potrebbe non essere quella che crediamo — non ha nulla a che fare con la comodità, e neanche con il permettere ai nostri datori di lavoro di risparmiare sull’affitto o la bolletta dell’elettricità. Secondo uno studio pubblicato nell’ultimo numero di Academy of Management Discoveries, la ragione più forte per cui la gente lavora da casa non è che rende più facile la vita in famiglia o evita i trasferimenti — è che lo fanno gli altri.

I ricercatori hanno chiesto ai dipendenti di una grande azienda tecnologica americana perché non venivano al lavoro, e hanno scoperto che era perché detestavano tanto presentarsi in un ufficio dove metà dei colleghi era assente che decidevano di stare a casa anche loro. È una conclusione preoccupante — lavorare da casa sembra capace di alimentarsi da sé in modo malsano, spargendo solitudine fra la gente senza funzionare per nessuno.

Noto con disagio qualcosa di ironico nell’articolo che sto scrivendo. Mentre batto queste parole non sono circondata dai colleghi, sono seduta a casa da sola. Ma non è perché non credo in quanto scrivo. È perché ho un appuntamento in città e non ha senso che prima passi dall’ufficio. Il telelavoro va bene per qualche persona qualche volta. Ma per la maggioranza della gente e la maggior parte delle volte, è la politica progressista più retrograda che sia stata mai inventata.

Articolo originale (Financial Times). Lucy Kellaway tiene la rubrica Dear Lucy del Financial Times, dove risponde alle lettere di manager perplessi e insoddisfatti, in genere invitandoli a smettere di lamentarsi.

Maternità schermata

di Susan Dominus

L’agenda di mia madre è uno dei piccoli dettagli visivi della mia infanzia che posso evocare perfettamente, anche se sono certa che non ne esiste alcuna fotografia. Rilegata in finta pelle, riempita dalla sua scrittura formale e angolata, era per me a malapena leggibile, con indirizzi cancellati e rimpiazzati da altri quando le vite degli amici mutavano. Mi spediva spesso a prendergliela da un cassetto della cucina. Sapevo quando stava cercando un numero di telefono, il che può sembrare insignificante, non fosse che i miei figli non sanno quando sto cercando un numero di telefono, perché tutto ciò che vedono è me, con il mio iPhone, concentrata attentamente su qualcosa di misterioso che decisamente non li riguarda.

È questa perdita di trasparenza, più di ogni altra cosa, che mi rende nostalgica della mia vita prima dell’iPhone. Quando mia madre era curiosa di come sarebbe stato il tempo, la vedevo prendere la prima pagina del giornale e cercare l’informazione. Lo stesso, naturalmente, si poteva dire di come apprendeva le notizie. Sapevo sempre con chi stava parlando perché, precedentemente all’identificativo di chiamata, tutte le conversazioni cominciavano con ciò che oggi sembra un’esplicitazione studiata (“Ciao Toby, sono Flora”). E quando mia madre spendeva i suoi venti minuti giornalieri obbligatori al telefono con la sua anziana madre, ciò accadeva sempre in cucina, dove in genere ascoltavo a metà, mentre facevo i compiti, aspettando con impazienza che lei finisse. Ora, invece, quando ci troviamo con gli amici più stretti e i membri della famiglia, operiamo furtivamente senza neanche volerlo, per la sola ragione che usiamo uno strumento quasi onnipresente e molto comodo, l’uso specifico del quale non è quasi mai dichiarato.

Ci pensai la prima volta qualche mese fa, mentre stavo aspettando la fine dell’allenamento calcistico dei miei figli gemelli, leggendo “Visione Binoculare”, una raccolta di racconti brevi di Edith Perlman, sull’iPhone. I ragazzi stavano dribblando dei coni; io sedevo sulle gradinate della palestra, toccata dalle meditazioni di Perlman sulla mortalità, godendomi un piccolo momento mio in un posto improbabile. Niente di ciò era ovvio all’osservatore, il che non mi sembrava importante, finché una donna a qualche metro di distanza si rivolse a me. “Ma guardiamoci”, disse, con un sorriso imbarazzato, accennando con un gesto alla fila di genitori piegati sui loro apparecchi. “I nostri ragazzi si stanno allenando e noi siamo tutti al telefonino”.

Arrossii. Non potevo che ammettere la colpa! Ma, quasi altrettanto velocemente, mi sentii indignata: l’accusa era in errore! È vero, ero al telefonino, e se i miei figli avessero guardato su, verso di me, avrebbero visto la stessa cosa che aveva visto quella donna: una persona vagamente annoiata, che si distraeva con qualche stupida occupazione elettronica. Sarebbe in molti casi una descrizione accurata di me, ma capitava che ora non lo fosse. Al momento dell’accusa ero un’amante della grande letteratura cui capitava di godersene un po’ su uno schermo portatile. Preferendo un e-book al libro rilegato, ero involontariamente caduta in un personaggio familiare e assai biasimato: la mamma che è cieca ai piaceri quotidiani del genitore, e si concentra invece su qualche distrazione che, in quanto si svolge sul telefonino, è intrinsecamente futile. Crudelmente, il telefonino trasforma anche la più degna delle evasioni nell’ennesimo passatempo.

È già abbastanza impegnativo riuscire a tenersi in contatto con la gente, ricordarsi di ritirare questo e lasciare quest’altro, arrivare puntuali, o arrivare in generale, ritagliarsi del tempo per leggere, rispondere alla domanda di un amico. Ancora peggio, per me, è tentare di realizzare tutto questo sotto una vaga nuvola di sospetto; sforzarmi di fare qualcosa di utile o significativo mentre sento che sembra che stia probabilmente guardando filmati di Justin Bieber ai Video Music Awards.

Oggi i genitori sono spesso rimproverati di farsi distrarre dai loro apparecchi, di dedicare più attenzione ai loro telefonini che ai loro bambini. Ammetto che Twitter mi fornisce, a volte, conversazioni più spiritose di quelle che potrei avere con un bambino di sei anni; che, in effetti, c’è sempre qualche scusa per prendere il telefonino e mettere in sottofondo il bambino che inveisce sul problema del burro di arachidi; che la sensazione di produttività che il telefonino produce è tanto intossicante quanto falsa.

Ma si può serenamente dire che è probabile che i nostri genitori dessero a loro volta più attenzione alla miriade dei loro compiti quotidiani di quanta ne dessero ai bambini, e anche che lo facevano in presenza di questi. Vedo mia madre, intorno al 1982, con i conti sparsi sul tavolo della cucina, con il libro dei conti di fronte a sé; la sento al telefono mentre prende nota delle indicazioni stradali per raggiungere la casa di qualcuno. La differenza è che questi compiti, per il fatto di non svolgersi tutti su un oscuro apparecchio, erano tangibili e per questo sembravano legittimi.

Mi spazientivo quando l’attenzione di mia madre era rivolta altrove. Ma i miei bambini di nove anni, quando mi vedono al telefonino, sentono qualcosa di più intenso, qualcosa di più prossimo all’indignazione. Sono esclusi due volte: vedono che ho altre occupazioni e, in più, non hanno idea di quali. Questo è ciò che rende lo smartphone una fonte tanto ricca e paradossale di sensi di colpa nell’attuale generazione di madri e padri. Siamo considerati allo stesso tempo incombenti e distratti, indecorosamente infatuati dei nostri bambini e però tanto assorbiti dai nostri telefonini, tanto inconsapevoli dei momenti preziosi dell’infanzia che passano via, che ce ne dovremmo vergognare.

Ho cominciato a narrare i miei usi del telefonino quando i bambini sono attorno. “Sto rispondendo alla mail del tuo insegnante”, dico loro, oppure “Sto mandando il testo che mi hai chiesto di mandare per il pigiama party”, sperando di poter vanificare la cattiva reputazione dell’apparecchio, la sua intrinseca aria di egocentrismo.

Mio marito pensa che nessuna narrazione potrà mai bastare a cambiare il modo in cui i bambini vivono il telefonino. Il problema, dice, è che ogni volta che l’afferro loro sanno che ho anche in mano un portale, altrettanto magico di quello nell’armadio di Narnia, e con lo stessa capacità di trasportarmi in un altro mondo o in mondi infiniti. Sono sempre distante millisecondi dalla notizia di un’orrenda strage in una calca alla Mecca, o dalle immagini della grande arte medievale, o dalla dissezione su Twitter di una visita del papa. Quanto sto andando lontano, possono ragionevolmente domandarsi, e quanto ci metterò a tornare? Forse sentono quanto sia vasta la portata dell’apparecchio e quanto poco sanno di ciò che tale vastità contiene; in qualsiasi momento, l’ampiezza del divario fra me e loro è inconoscibile.

Recentemente, uno dei miei figli ha avuto problemi ad addormentarsi. Accendo le luci nell’armadio, verifico a fondo la presenza di ladri o alieni, eppure non riesce ad allontanare la vaga sensazione che ci sia un intruso nella casa, che qualche entità esterna minacciosa abbia trovato modo di entrare, o che potrebbe farlo mentre dorme. E così mi stendo nel buio accanto a lui, con tutta la pazienza che posso, mettendomi a respirare profondamente così che lui faccia lo stesso. Nel frattempo combatto l’impulso sempre più grande di prendere il telefonino, per fare qualcosa di produttivo, per sentire quella sensazione di raggiungere un posto, finalmente senza sensi di colpa, mentre mio figlio dorme.

Articolo originale (New York Times). Susan Dominus è una giornalista americana che scrive abitualmente di letteratura, donne e società. 

Tre dita e mezzo

di Douglas Coupland

Il 28 febbraio 2013, il signor Jack Lew, capo di gabinetto della Casa Bianca, fu nominato Ministro del Tesoro degli Stati Uniti e, come tale, è previsto che la sua firma appaia sulle banconote americane. Sfortunatamente la sua firma assomiglia ai cerchi che tutti facciamo quando proviamo una penna a sfera per vedere se funziona ancora, e ci fu un tumulto così alto che Lew alla fine dovette creare una nuova firma che fosse più compatibile con le banconote. Ora Lew è sui soldi.

La mia firma è brutta quanto lo era quella di Lew. Come la maggior parte della gente, inventai una firma quando ero adolescente con cui ora sono incastrato per tutta la vita. È un’orribile serie di grafemi che a malapena mi ricordo di avere creato. Mi disturba che il gesto che mi definisce nel mondo della scrittura sia stato disegnato da un quindicenne egocentrico seduto in fondo all’aula, durante la lezione di matematica, annoiato oltre ogni dire, che è essenzialmente ciò che è la maggioranza delle firme. Con il declino generale del corsivo, le firme, insieme ai graffiti, sono uno dei pochi rimanenti gesti personali che sopravvivono nella nostra cultura.

Corsivo: ho dato recentemente una bottiglia di vino alla figlia di un amico, una ventiduenne, in cambio per avermi aiutato in un piccolo progetto. Ho scritto a mano una nota di ringraziamento, che accompagnava il regalo, ma il volto di lei si pietrificò quando l’aprì per leggerla. Le chiesi che problema c’era e disse: “Non so leggere gli… scarabocchi”. Annotiamo un’altra vittoria per le tecnologie digitali.

Ho una bella scrittura, ma richiede molto lavoro, e devo essere nell’umore giusto per sfoderare questa scrittura, e i contenuti devono meritare un tocco personale — le note di ringraziamento o i biglietti di compleanno. La mia scrittura è bella perché, a cominciare dai trenta, ho lavorato duro per sistemarla. Lo spensierato sistema scolastico di Vancouver lasciò che io e i miei coetanei scrivessimo degli sgorbi come Adrian Mole all’età di dodici anni e mezzo. Potete praticamente vedere i foruncoli su ogni asta.

Fatto divertente: sono mancino, il che ha sempre reso il corsivo una sfida considerevole. Stranamente, quando devo scrivere qualcosa di più grande di quindici centimetri, per esempio su una lavagna, divento destrorso — le lettere all’improvviso si trasformano in oggetti e vogliono essere navigati da una parte diversa del mio cervello.

Inoltre non batto bene a macchina. Sono un battitore a tre dita e mezzo, principalmente gli indici, ma anche uno scatto di pollici sullo spaziatore. Sono anche pigrissimo. Può darsi che battere a macchina richieda meno lavoro che scrivere a mano ma, in ogni caso, se voglio produrre parole, vogliono batterle non più di una volta.

Nel 1998 ero in un albergo di Bruxelles e il mio portatile si guastò. Per rispettare una scadenza usai il business centre dell’albergo. Mi sedetti a lavorare e… fu come avessi avuto un infarto: nessuna delle lettere della tastiera del Benelux era nella posizione “corretta”. Tentai di battere il mio articolo ma rinunciai dopo tre frasi. Era peggio che difficile, era impossibile, infinitamente più difficile di quando imparai da solo a battere (malamente) nell’adolescenza. Il mio cervello non poteva farlo.

Quattro anni fa notai che stavo facendo molti più errori di battitura del solito sul mio portatile Mac; errori goffi, imbarazzanti, e ne fui preoccupato: è così che comincia? Poi gli errori aumentarono e mi sentii come se fossi tornato nel business centre di Bruxelles, ma questa volta il mio infarto stava avvenendo al rallentatore e partoriva le oscure inclinazioni del decadimento mentale. La preoccupazione per questo decadimento divenne un’angoscia silenziosa finché finalmente mi venne in mente che avevo iniziato a usare l’iPhone come un matto nello stesso periodo in cui i miei “sintomi” erano cominciati. Mentre sono un battitore a tre dita e mezzo sulla tastiera, sono anche un battitore a tre dita e mezzo sul cellulare… tranne che faccio con i pollici il lavoro delle dita, e le dita fanno quello che fanno i pollici. E in aggiunta? Il correttore automatico. Così in fondo a quella scatola di cavi elettrici aggrovigliati che è il mio cervello, quel piccolo gruppo di neuroni che aveva orchestrato i miei colpi sui tasti per venticinque anni doveva all’improvviso riconfigurarsi per accettare una realtà simile e tuttavia invertita — e non gli piaceva neanche un po’.

La scienza ci dice che gli esseri umani producono diecimila cellule cerebrali al giorno ma, se non le attiviamo apprendendo cose nuove, sono riassorbite dal corpo — cosa leggermente sinistra, ma se non hai cercato di trattenerle allora probabilmente non te le meriti. La mia corteccia per la battitura ci mise quattro anni per produrre nuove cellule e per rinegoziare i problemi neurali ed ergonomici di abituarsi a invertire pollici e dita secondo i congegni… Quattro anni.

La buona notizia è che chiesi in giro e scoprii che la maggioranza delle persone che conoscevo stava sperimentando silenziosamente un simile panico segreto per la crescente incapacità a battere — non sono solo io! Ma posso vedere che l’intera relazione della nostra specie con le parole, e il modo di costruirle, sta subendo un’imponente ridefinizione. Sto a cavallo tra le ere della scrittura a mano e dell’uso intenso dello smartphone. I giovani come la figlia del mio amico, con i loro emoticon e gli acronimi dilaganti, hanno la fortuna di non dover disimparare il corsivo — con il vantaggio di non provare il senso di avere perso qualcosa. È una specie di libertà, e ne sono geloso. In parte l’accettare il futuro consiste nel riconoscere che certe cose devono essere dimenticate, ed è sempre un affronto perché sono sempre le cose che ami. Abbiamo perso la scrittura a mano e ci hanno dato in cambio il Comic Sans. Davvero un cattivo affare.

Articolo originale (Financial Times). Il libro più recente di Douglas Coupland è un saggio, “L’era dei terremoti. Una guida all’estremo presente”, scritto con Hans Ulrich Obrist e Shumon Basar, e dedicato a come internet sta cambiando la struttura della nostra mente e del pianeta.

Cena e inganno

di Edward Frame

Sono le 16 e 25. Percorro la cucina, oltrepassando gli aiuti cuoco, fino alla stanza degli armadietti al primo piano. Mi vesto in dieci minuti. Ne restano altri venti per il “pasto in famiglia” prima che i garzoni smontino tutto. Alle 16 e 55 sono pronto. Lo schieramento è fra cinque minuti — “live at five”. Ricontrollo la mia uniforme, un abito dall’aspetto costoso che mi ha assegnato il ristorante, prima di unirmi al resto del personale di sala al piano di sotto.

Lo schieramento è la nostra riunione finale prima del servizio. I capi riferiscono i cambiamenti del menu e la nostra posizione nella lista dei ristoranti migliori del mondo. A volte ci esaminano. “Il nostro chef dove ha ottenuto la sua prima stella Michelin?”. “Di che tipo di pietra è fatto il pavimento?”. Ma stasera ci si limita ad assaggiare il nuovo vino. Un classico Bordeaux: frutti di bosco, petali di rosa, ciliegie acerbe; acidità medio-alta, tannino soffice. Si abbina bene al maiale.

La sala ha quattro “stazioni”, ognuna con sei o sette tavoli gestiti da una squadra di servizio di quattro persone — il maître, il sommelier, il cameriere e l’aiuto cameriere. In quanto maître, sono responsabile della mia squadra. Mi sono occorsi otto mesi per essere promosso a questa posizione; alcuni maître ci mettono anni.

In più sei aiutanti vagano per la sala, insieme a tre capi. Due controllori stanno in cucina a decidere quando inviare il cibo e dove. Nella maggior parte degli altri ristoranti tre stelle Michelin di New York il sistema è piuttosto simile.

Le porte si aprono alle 5 e 35. Il registro stasera dice 152 coperti. Prima normalmente erano circa 120, ma i proprietari apriranno un nuovo posto nel giro di un mese e hanno bisogno di soldi. Così stasera siamo a 152. Il capo sala la chiama “un’opportunità per più ospiti di sperimentare il ristorante”. Ma è un’ipocrisia, e tutti lo sanno. Trentadue coperti in più significano che dobbiamo produrre otto tavoli in più, due in più nella mia sezione, il che significa che prenderò il taxi per andare a casa alle tre di notte, invece che alle due.

La mia squadra è buona. Non perfetta, buona. Il sommelier conosce il vino, ma nelle serate di piena affonda velocemente. Posso fidarmi del cameriere. L’aiuto cameriere è magnifico. Ogni maître sa che l’aiuto cameriere può salvarti o stroncarti. “Pane, acqua e ritirare i piatti”, tecnicamente l’aiuto cameriere non fa altro, ma uno bravo fa girare bene le cose nella sezione.

Il primo tavolo si siede alle 5 e 31. Stampo e osservo la matricola, un dossier digitale che teniamo su tutti gli ospiti, vecchi e nuovi. Chi sono questi? VIP? (“soigné” è il termine raccomandato). Sono i primi arrivati, quindi so che non lo sono, ma controllo ugualmente. Sono già stati qui? Hanno preferenze per l’acqua? Allergie alimentari? Cibi che amano? Che detestano? Spendono molto in vino?

Li informo del mio ruolo fin dal saluto: una frase graziosa, un gesto delle mani, una pressione dei palmi, qualunque cosa che segnali a tutti i presenti che devono prestare attenzione, che sarò io a dettare i ritmi dell’esperienza di stasera, non loro. “Buonasera”. Grande sorriso. “Preferite sempre l’acqua gasata? O questa volta vi piacerebbe altro?”. L’aiuto cameriere è in piedi accanto alla credenza vicina al secchiello dello champagne, in attesa. Una lieve agitazione delle mie dita dietro la schiena significa bollicine; un movimento fendente, liscia; una rotazione del pugno, acqua con ghiaccio. Come per magia, l’aiuto cameriere arriva con la scelta corretta. “Posso prendervi un momento per descrivere il menu?”.

I maître fanno a gara nel decantare il menu nel più breve tempo possibile. L’essenziale è eliminare le opzioni inutili: la maggioranza della gente vuole solo sentirsi dire cosa fare. Alle 5 e 35 torno al tavolo per prendere l’ordine. Memorizzo la scelta di ogni ospite; scriverla evocherebbe un rapporto “transazionale”, una cosa che voglio evitare. Ogni ospite deve sentirsi speciale. Un minuto dopo detto gli ordini al cameriere, che li trascrive e poi li trasmette mentre io resto in sala.

Nel servizio perfetto, il maître non lascia mai la sala. In seguito, si tratta solo di curare la tavola fin quando porto il conto con un cognac offerto dalla casa, dopo tre o cinque ore, a seconda che scelgano la cena o la degustazione. Lo rifarò tredici volte questa sera.

Marx avrebbe forse definito quest’occupazione “lavoro alienato”, ma l’espressione non è del tutto giusta. La mia esperienza professionale nei ristoranti di classe era contraddistinta da un lavoro duro, ripetitivo e spesso privo di significato. Ma non era completamente “alienante”, non all’inizio. Al contrario, trovavo che il lavoro duro, ripetitivo, per quanto fosse “alienante” in qualche senso astratto o teorico, potesse essere incredibilmente gratificante. Eseguire gli stessi compiti con la precisione di una macchina per tante, tante, tante volte di seguito, come un operaio della fabbrica di spilli di Adam Smith, offriva un genere speciale di godimento. Non c’era riflessione, e alcun dubbio circa cosa mi chiedesse il lavoro, e potevo indulgere per ore nella semplice immediatezza dell’azione.

In cucina, vicino alla porta che conduceva in sala, un cartello sintetizzava il nostro lavoro in forma di comandamento: “Rendilo bello”. Renderlo bello significa ritenerti responsabile di ogni dettaglio. Significa che tutto nel ristorante deve sembrare perfetto — la posizione delle candele sul tavolo, la riga dei tuoi capelli. Tutto conta.

Molti di noi assorbono questo mantra velocemente. Uno dei miei primi incarichi come aiutante fu pulire i cristalli. Lavoravo in una stanzetta, collegata alla lavastoviglie. I cestelli di bicchieri uscivano, io cancellavo i segni dell’acqua o le macchie, e poi, appena finivo un cestello, ne appariva un altro. Andavo avanti per ore, come in un qualche tipo di mito di Sisifo rivisitato per la ristorazione. Dopo due ore mi bruciavano le dita e mi faceva male la schiena. Ma non potevo fermarmi. I cestelli continuavano a uscire. Non ho mai pensato di rallentare. Non c’era tempo. Bisognava renderlo bello. Volevo renderlo bello.

Salii di rango più velocemente del solito. Ogni promozione richiedeva un insieme di competenze nuove, ma meccaniche e rassicuranti. Quando portavo i piatti in tavola, imparai a seguire la regola “alzali a destra, abbassali a sinistra”. I miei movimenti dovevano essere perfettamente sincronizzati con gli altri aiutanti, con le braccia che scendevano insieme come quelle di una bilancia. Per cambiare la tovaglia, prima la stendevo con un ferro da stiro antico, poi sistemavo sulla tavola i cristalli, gli argenti e i sottopiatti, assicurandomi che i marchi di questi ultimi fossero dritti e guardassero l’ospite, il tutto in meno di tre minuti. Un altro aiutante mi suggerì di canticchiare sottovoce il tema di “The Bourne Identity” per tenere la motivazione. Lo feci e aveva ragione. Funzionava.

L’anatra usciva dalla cucina su un carrello speciale chiamato guéridon. I maître la tagliavano a fianco della tavola. Affettare il petto sinistro era facile, ma ottenere il lato destro richiedeva un po’ di destrezza. Non potevi girare l’uccello, cosa che veniva naturale, perché l’ano non doveva mai guardare l’ospite. Lo chef stabilì che sarebbe stato “poco attraente”. Così dovevi invertire le mani, tagliando con entrambe. Non importa quali fossero le tue capacità nel brandire il coltello con una mano o l’altra, occorreva che entrambi i petti fossero nel piatto in meno di un minuto, prima che la cucina spedisse i contorni. Se ti prendeva di più eri costretto a finire il lavoro mentre qualche aiutante si aggirava imbarazzato intorno a te con un vassoio pieno di casseruole e pinze.

*     *     *

Non tutti sanno fare bene questo lavoro. I maître si divertivano a dire che non valeva la pena di imparare il nome di una persona finché non era stato promosso almeno una volta. Ma appena promosso eri ammesso in un circolo chiuso di persone che eccellevano in questo tipo di cosa. La maggior parte del personale di servizio condivideva una cosa — un’alleanza silenziosa contro i nostri superiori: gli ospiti, e i nostri capi. Quando qualcuno parlava del “cigno” dello schieramento, una metafora per il cameriere perfetto, che si industriava instancabilmente sotto la superficie mantenendo un’impressione di assoluta compostezza per l’osservatore casuale, non c’era mai alcun indizio che i capi comprendessero, come noi, la scissione psicologica che il loro simbolo preferito implicava. Ma come maître o camerieri o sommelier il nostro lavoro non era solo servire cibo, era recitare una parte, e lo facevamo con un certo grado di auto-ironia di cui i nostri capi sembravano incapaci.

Uscire dalla parte durante il servizio poteva essere divertente. Potevi giocare a indovinare, “è la figlia o un’escort?”. O il “gioco degli aggettivi”, dove la gara era nel riuscire a vendere un vino usando i qualificativi più irrilevanti possibili. Imparavi a leggere la gente. Ricordo ancora l’uomo d’affari cinesi al Tavolo 43. Quella sera aveva due accompagnatrici: una coppia di giovani donne la cui pelle sembrava stranamente sintetica. Ordinò subito una bottiglia di Krug 1990 — un migliaio di dollari, come niente.

“Posso prendervi un momento per descrivere il menu?”.

“Vogliamo la degustazione”, disse.

Le due donne erano concentrate sui telefonini, indifferenti al nostro scambio. Chiaramente non intendevano mangiare nulla.

“Signore, la degustazione è un’esperienza di cinque ore”. Lo guardai, poi guardai le due donne. “È certo che non vorrebbe passare altrove una parte della serata?”.

Optò per la cena.

Provi un fervore speciale quando il tuo lavoro è proiettare un’aura di calor e ospitalità mantenendo allo stesso tempo una distanza emotiva quasi clinica. Questo gusto dell’inganno era implicito in un’altra metafora popolare fra i grandi capi: il rossetto sul maiale. L’essenziale in una cena di classe, mi disse un capo, era di assicurare che l’ospite non notasse mai il maiale, solo il rossetto. Gli ospiti volevano credere ciò che volevamo far credere; volevano credere che tutto fosse perfetto. Ma nel momento in cui qualcuno notava una minima imperfezione — una macchia sul burro, un’impronta sulla forchetta — altre imperfezioni diventavano improvvisamente visibili, minacciando l’illusione che tutti lavoravamo per mantenere.

In questo parco giochi per super-ricchi, ero una chaperon sovra-pagata che indossava un abito su misura. Gli eccessi di cibo erano comuni. Lo era altrettanto il sesso; più di una volta abbiamo dovuto interrompere coiti nel bagno. Una volta una donna chiese di lasciare il suo bambino al guardaroba. Quando il maître di sala le spiegò che la cena sarebbe durata almeno tre ore, lo guardò fissa, senza battere ciglio. “Sì, lo so”. Uomini adulti con abiti di Zegna e Ferragamo sedevano al bar cantando “Siam l’uno per cento!”.

Questa vita grottesca notturna era quasi eccitante. Ma qualcosa accadde dopo avere passato troppe notti a consegnare conti con quattro o cinque cifre su vassoi d’argento. L’alienazione subentrò davvero. Immagino che i seduttori sperimentino qualcosa di simile. Impari cosa vuole la gente da te e, per un po’, ti senti euforico  a fare tutti i gesti giusti: la battuta con i tempi perfetti, il sorriso ironico. Ma, giù nel profondo, non senti niente. Finché qualcosa non ti costringe a tornare di nuovo alla realtà.

*     *     *

Quando l’ospite cade, sono in piedi accanto alla credenza nei pressi del bar. È pranzo. La sala è piena. Non lo vedo andare giù, ma fa un suono forte e ansimante prima di finire sul pavimento. Lo conosciamo tutti. È un habitué. Sarà stato al ristorante centocinquanta volte e ordina sempre la stessa cosa: doppia vodka con ghiaccio per cominciare; primo piatto aragosta; secondo piatto anatra; niente dolce. Di solito viene con la moglie, che si lamenta senza remore della sua dieta. Dà ottime mance e, come la maggior parte degli habitué, è considerato da tutti un cafone. Ma ora, mentre è steso lì, con la pelle che sta assumendo un certo colore bianco-grigiastro, è impossibile provare qualcosa per l’uomo che ha appena avuto un infarto nella nostra sala che non sia la pietà.

Si trova sul pavimento lucido del terrazzo, steso sulla schiena. La gente lo fissa, non del tutto sicura di cosa fare, con i pensieri che chiaramente si alternano fra la preoccupazione e quell’altro pensiero più brutto — ho aspettato tre settimane per questa prenotazione e mi stanno guastando l’esperienza. Tutto ciò che portava a questo momento era stato orchestrato con tanta cura: i tempi delle portate, le pieghe precise di ogni tovagliolo, il livello di tutti i bicchieri d’acqua. Ma non questo. I camerieri, abitualmente composti, sono visibilmente scossi. Come è ragionevolmente possibile dilungarsi sulle virtù del Bordeaux della riva sinistra accanto a un corpo?

Non è possibile, penso, quindi mi rivolgo al mio capo e gli chiedo: “Che devo fare?”. Presumo qualcuno abbia chiamato un’ambulanza. Il capo ha appena finito di spingere in fretta un carrello dello champagne davanti al possibile morto sul pavimento, un debole tentativo di nasconderlo ai clienti vicini. Nulla nel manuale di servizio gli può dire come rispondere alla mia domanda. Non era pianificato; il momento richiede vera empatia, vera comprensione umana, e non la versione contraffatta con cui lui e io ci guadagniamo da vivere.

“Vado ad alzare la musica”, dice. “Continua come prima”.

Così faccio. Continuo, versando vino, declamando i cibi e portando conti scritti a mano finché i paramedici arrivano, dieci minuti dopo. Il capo regala il conto alla gente seduta vicino “all’incidente”. Nessun altro sembra occuparsene.

L’ospite, appresi qualche giorno dopo, sopravvisse. Ma non tornò mai al ristorante. Né lo feci io, dopo essermene andato qualche mese più tardi per iniziare il dottorato. Alla fine, “renderlo bello” per ottanta ore alla settimana mi faceva sentire vuoto e stanco. Come la moglie dell’habitué amava dire quando ordinava il suo solito pranzo, “mangiare così ti fa male”.

Articolo originale. Edward Frame sta svolgendo il suo dottorato alla New School of Social Research, a New York. Dato che ci sono solo sei ristoranti a tre stelle in città, la stampa ha individuato subito il nome del locale, che è l’Eleven Madison Park, nella zona del Flatiron, e ha il cartello “make it nice”.