Lettera di Kurt Vonnegut alla scuola Xavier

Cara Scuola Superiore Xavier, cara signora Lockwood, e cari signori Perin, McFeely, Batten, Maurer e Congiusta,

grazie per le vostre amichevoli lettere. Sapete di sicuro come rallegrare un vecchissimo pazzo (84 anni) sul viale del tramonto. Non faccio più apparizioni pubbliche perché ormai la cosa cui assomiglio di più è un’iguana.

Inoltre, ciò che avevo da dirvi avrebbe preso ben poco tempo, vale a dire: praticate qualsiasi arte, la musica, il canto, la danza, la recitazione, la pittura, la scultura, la poesia, il romanzo, la saggistica, il giornalismo, non importa se bene o male, non per ottenere denaro e fama, ma per sperimentare il diventare, per scoprire cosa c’è dentro di voi, per far crescere la vostra anima.

Sul serio! Intendo dire che dovete iniziare ora, fare dell’arte e farlo per il resto della vostra vita. Fate un disegno divertente o carino della signora Lockwood e consegnateglielo. Danzate a casa dopo la scuola, e cantate nella doccia, e così via. Disegnate un volto nel puré di patate. Fingete di essere il Conte Dracula.

Questo è un compito da fare stasera, e spero che la signora Lockwood vi bocci se non lo fate: scrivete una poesia di sei righe, su qualunque argomento, ma in rima. Non si può giocare a tennis senza una rete. Fate che sia la migliore possibile. Ma non dite a nessuno che l’avete scritta. Non mostratela e non recitatela a nessuno, nemmeno alla fidanzata o ai genitori, neanche alla signora Lockwood. D’accordo?

Strappatela in pezzi piccolissimi e buttateli in cestini della spazzatura molto distanti fra loro. Vi accorgerete di essere già stati gloriosamente ricompensati per la vostra poesia. Avrete sperimentato il diventare, scoperto un mucchio di cose su ciò che avete dentro, e avrete fatto crescere la vostra anima.

Che Dio vi benedica tutti!

Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut scrisse questa lettera nel 2006, in risposta agli studenti della signora Lockwood, della scuola Xavier di New York. La signora Lockwood aveva chiesto loro di scrivere ai loro autori preferiti per invitarli a visitare la scuola. Kurt Vonnegut fu l’unico a rispondere.

Il Regno dei Misteri

di Tim Kreider

Ultimamente ho avuto un mucchio di conversazioni con amici che si trovano ad essere single a trenta o quarant’anni e iniziano a temere che non sia per colpa degli uomini porci/delle donne pazze, o del crudele scenario darwiniano del corteggiamento a New York, o della sfortuna.

Forse è colpa loro.

“Continuo a donarmi alla gente, ma pare che non mi vogliano”, mi ha detto un’amica dopo l’ultima rottura.

Un’altra, che piangeva al tavolo della sala da pranzo perché non ha avuto una “vera” relazione per anni, ha detto “Si vede che sbaglio qualcosa”.

La mia amica Jasmine, che è stata fidanzata con due uomini e sposata con un terzo, si descrive come perennemente single. “Ero single anche quando ero sposata”, dice, “come sono una fumatrice anche se ho smesso di fumare”.

Ci meravigliamo che la maggioranza della gente, inclusi molti che paiono meno frequentabili di noi, riescano in questo semplice trucco – tenere in piedi le relazioni – che a noi sembra impraticabile. È la stessa sbalordita ammirazione che provo a vedere gli altri completare in tempo la dichiarazione dei redditi.

Uno sbrigativo psicoanalista da salotto concluderebbe facilmente che, anche se queste persone credono di volere relazioni durevoli, a un qualche livello non le vogliono davvero, altrimenti le avrebbero già. Sono tutte piacevoli, intelligenti e ambiziose. Persino nello scenario di New York, sono pesci da prendere. Ma dentro di te, quando sei intrappolato nel labirinto delle tue tendenze incurabili, la cosa ti sembra molto più involontaria.

Perché continuiamo a sentirci attratti da chi è chiaramente impegnato, grottescamente sbagliato, risolutamente sballato? Mi sento come se fossimo una fratellanza e una sorellanza di disadattati, che è sempre più disperata e strettamente avvinta man mano che il nostro numero diminuisce, come un plotone in guerra ridotto ai suoi ultimi soldati.

In qualche raro momento, quando penso alle amicizie, ai flirt e alle avventure che ho avuto, ognuna con la sua miscela particolare di solidarietà, affetto e tensione sessuale, mi sento un privilegiato, come se la mia vita fosse molto più ricca di quella dei miei amici incastrati in matrimoni a lungo termine. Ma quando sono solo e sveglio nelle ore della notte, non posso fare a meno di sentirmi illegittimo, periferico, come se mi mancasse qualche pezzo essenziale dell’equipaggiamento umano.

Oggi la solitudine è celebrata come un legittimo stile di vita; ci chiamano “single orgogliosi” o “quirkyalone”. Questo fenomeno sembra esclusivamente limitato agli articoli sulle riviste; ho osservato pochi esemplari in natura.

La maggior parte dei single che conosco sta cercando qualcuno. In generale, gli esseri umani sembrano più felici nelle relazioni. O forse felice non è la parola giusta.

“Mia moglie è stata la più grande fonte di sofferenza e frustrazione della mia vita”, mi ha detto un informatore. “Ma è stata anche la mia fonte più grande di gioia e consolazione”.

Potreste sostenere che, siccome la moglie aumenta la sua sofferenza e la sua gioia in ugual misura, le cose si elidono e io non devo lamentarmi. Ma sappiamo tutti che non è vero. La sua vita è più difficile ma anche più godibile, complessa, profonda e (perché non dirlo?) migliore della mia.

C’è tutto un universo di storie da raccontare per chi è dentro le relazioni stabili e i matrimoni, ma questo universo a me è inaccessibile. Queste coppie che si tengono per mano sul marciapiedi o che sonnecchiano nel parco il sabato pomeriggio, placide come bestiame, sembrano ignare della loro felicità.

È un’illusione, lo so. Come afferma una massima degli alcolisti anonimi, “Non confrontare ciò che è dentro di te con le apparenze degli altri”.

Anni fa, mentre avevo una storia coinvolgente e senza speranza, la mia amante e io facevamo tintinnare i bicchieri al ristorante, succhiavamo le ostriche, ci baciavamo davanti a tutti senza vergogna, e quando coglievamo la gente a guardarci dicevamo teneramente l’un l’altra “guarda, pensano che siamo felici”.

Ma è presumibile che ci sia qualcuno felice. Le relazioni felici a me sembrano assolutamente distanti, quasi ipotetiche, come la pace nel mondo o la conclusione del libro su cui sto lavorando.

Recentemente ho preso una sbandata totale per qualcuno per la prima volta dopo molto tempo. La conoscevo da anni ma avevo sempre dato per scontato che non mi ritenesse un candidato, come fidanzato o come materiale per un’avventura. Quando mi invitò a salire da lei con un pretesto così palesemente debole che non poteva essere altro che una proposta, fui scioccato dalla scoperta di quanto l’aveva desiderata, e per quanto tempo.

Naturalmente, era come al solito una storia senza speranza. La prima cosa che disse quando ricominciammo a respirare dopo il primo bacio fu “Jen non deve sapere”. Pensò un momento. “Neanche Karen, probabilmente”.

Era infastidita dalle dimostrazioni pubbliche di affetto. Anche se era stata lei a iniziare la cosa, continuava a insistere che era una cattiva idea, del tutto insostenibile. Entrambi avremmo dovuto viaggiare per numerosi mesi a venire e, sottolineava, c’erano fra noi incompatibilità inconciliabili di lungo termine. Sarebbe stato meglio separarci finché eravamo in tempo. Io credevo che avremmo potuto continuare un po’, prima di separarci.

Anche se avevo già lasciato il mio appartamento e stavo per partire per le vacanze estive, restai da lei, ottenendo asilo per tre giorni in più di quanto avessi previsto.

Ogni giorno, a metà mattina, mi chiedeva timidamente se potevo ritardare la partenza ancora un giorno. Quando le chiedevo di ammettere che voleva che restassi e le dicevo che avrei trovato qualcosa in affitto per una settimana o due, insisteva che no no no, non avrebbe funzionato. Dovevo partire l’indomani.

Ero come Sherazad: ogni giorno era il mio ultimo giorno, e ne guadagnavo uno in più con le mie attrazioni. Immaginavo che dopo anni avrei ancora chiamato Amtrak ogni giorno per posporre la mia partenza, e lei ancora non avrebbe ammesso che era qualcosa di lungo termine.

Conoscevo le mie tendenze alla fuga quanto bastava per riconoscere nella sua riluttanza a farsi scappare qualunque ammissione di affetto, nelle proteste che non avrebbe mai potuto essere una “vera” relazione, e nei suoi sporadici, svogliati tentativi di separarci, i sintomi della paura di stare affezionandosi a me.

In un certo senso, erano ammissioni di affetto altrettanto esplicite che i bigliettini passati a scuola o il mio nome scritto sulla copertina del diario. E diciannove anni con un gatto mi hanno abituato al fatto che si può adorare qualcosa tradendo segni di affetto reciproco solo casualmente. Accumulavo ogni luccichio dei suoi occhi e ogni arricciamento delle sue labbra come piccole vittorie. Quando rideva, mi sembrava di vincere la battaglia di Austerlitz.

Come tutti noi solitari, stava accanitamente perseguendo obiettivi contraddittori, inventandosi ragioni per ritenere impossibile ciò che chiaramente voleva, facendo del suo meglio per allontanare ciò a cui continuava ad afferrarsi.

Questo comportamento non mi era estraneo. La copertina del mio primo libro di fumetti mostrava un uomo appeso disperatamente con una mano a un ramo sopra uno strapiombo, mentre sega furiosamente il ramo con l’altra.

“Non capisco cosa provo”, mi avvertì. “Sono inesperta in questo regno”.

Non ero sicuro di quale regno intendesse. Il regno degli affetti? Dell’innamorarsi di qualcuno che non era in programma? O delle relazioni più lunghe di una settimana?

“È il Regno dei Misteri”, dissi. Non avevo idea di che cosa stessi parlando.

“Mi piace”, disse.

“Benvenuta”, dissi.

Così ora siamo entrati nel Regno dei Misteri. Mi piacerebbe che ci fossero stadi dell’amore generalmente accettati, come ci sono per il cancro, così da poterli delicatamente rivelare a qualcuno senza causare il panico. “Ascolta, ti amo ma è solo lo Stadio 1 – è ancora piuttosto curabile”.

Per ora mi limito ad assaporare la sensazione illusoria di avere una relazione, anche se so che non può durare. Siamo come una coppia che si mette in tiro e sperpera i soldi a cena in un ristorante che non si può permettere. Ma mi era chiaro fin dall’inizio, ed è passato così tanto tempo da quando ho tenuto abbastanza a qualcosa da poterne soffrire che, se mi si spezzasse il cuore, sarebbe un segno gradito di salute mentale.

È già un sollievo sapere che il mio cervello è ancora in grado di farlo, che non ne ha perso la capacità chimica. Avevo segretamente cominciato a temere che avesse esaurito la dopamina, per l’età o la depressione.

Fu stupefacente vedere un viso familiare e simpatico trasformarsi in qualcosa di radioso, sedersi fianco a fianco sul pavimento come i ragazzi dopo la scuola a leggere insieme i suoi diari di ragazza, stare rannicchiati nel letto a guardare i lampi che accendevano la finestra, trovare l’amore e il sesso implausibilmente intrecciati. Fu miracoloso e fugace come un instabile elemento esotico che può esistere solo per un istante, ma almeno ora so che è teoricamente possibile.

Mi diede speranza per tutti, per tutti noi solitari che guardiamo la vita dall’esterno. Fu così bello camminare con qualcuno mano nella mano in una mattina di primavera a New York, come qualunque altra coppia nella strada, sentendosi, per una volta, come se mi fosse concesso di appartenere al mondo.

Articolo originale (New York Times). L’ho intitolato Il Regno dei Misteri seguendo la preferenza dell’autore; non avrei comunque saputo come tradurre il titolo scelto dal New York Times. Tim Kreider è un fumettista radicale e un pacato saggista. Il suo ultimo libro (completato) è We Learn Nothing, di cui mi pare non ci siano traduzioni italiane.

Altamente improbabile

di Vendela Vida

Quando avviene qualcosa di straordinario, diciamo spesso che supera l’immaginazione. Ma che la realtà superi in stranezza qualsiasi immaginazione succede di continuo, ogni minuto della giornata. Di recente due donne che lavoravano allo stesso piano di un ospedale della Florida hanno scoperto che erano sorelle (erano state adottate da famiglie diverse negli anni settanta). Leggiamo questo fatto nel giornale e lo accettiamo come stupefacente ma reale. Lo stesso avvenimento in un romanzo realistico, tuttavia, sarebbe giudicato improbabile o implausibile. Siamo arrivati al punto dove non solo la realtà è più strana dell’immaginazione, ma proibiamo all’immaginazione di non avvicinarsi neanche a quanto è strana la vita reale di ogni giorno.

Questa ingiustizia ha delle conseguenze: gli autori rivedono i testi, rendendo i loro romanzi meno strampalati delle loro stesse vite — della vita in sé — per paura che le trame siano ritenute implausibili. Il fatto che, come lettori e scrittori, non vogliamo concedere ai romanzi di essere altrettanto strani della realtà è, beh, strano.

In un pomeriggio di dicembre, quando avevo ventun’anni e vivevo a Manhattan, feci una passeggiata nel parco di Riverside. “Signora?”, sentii dire da un uomo. Mi voltai indietro pensando che forse mi era caduto qualcosa, ma non era così. L’uomo aveva i capelli rossi e occhiali con una montatura sottile. La sua mano destra era infilata nella giacca di pelle, che era slacciata. Rimase zitto ma si avvicinò. Mi voltai e continuai a camminare nella stessa direzione, ma accelerai il passo.

“Signora”, disse di nuovo. “Ho una pistola, faccia come le dico”. Mi mostrò la pistola e mi indicò di camminare verso una panchina vicina. Mi guardai intorno per vedere se potevo chiedere aiuto, ma le sole persone nelle vicinanze erano giovani mamme che spingevano i bambini nel passeggino.

Ci sedemmo sulla panchina e l’uomo mi informò — due volte — che voleva morire. Poi precisò: non voleva morire da solo.

Cominciarono a sudarmi le mani nei guanti. Potevo leggere le piccole lettere sul lato dei suoi occhiali: “Giorgio Armani”. Sto per essere uccisa da un uomo che indossa occhiali Giorgio Armani, era il ritornello che mi pulsava nella testa. Dovevo portare l’uomo in una strada frequentata, pensai. Mi sovvenne una libreria a Broadway, con il telefono dietro il banco. L’uomo puntò la pistola alla mia tempia. L’adrenalina mi scorreva nel corpo e nel cervello.

“Ci sono così tanti motivi per vivere”, gli dissi. “C’è la poesia!”. Sembravo un’insegnante di scuola squilibrata. Ma vidi qualcosa nei suoi occhi, una disponibilità ad ascoltare. Recitai alcune poesie di Mark Strand — la prima strofa di una poesia, la strofa finale di un’altra. L’uomo sembrava incuriosito, o confuso. Acconsentii ad accompagnarmi alla libreria per vedere di cosa stavo parlando. Ma quando ci avvicinammo all’uscita del parco, improvvisamente si scusò e fuggì.

Questo evento divenne la scena d’apertura di “E adesso puoi andare”, il mio primo romanzo. Tutto il seguito era finzione — una missione medica nelle Filippine (non sono mai stata nelle Filippine o in missione medica), un nuovo incontro con l’aspirante assassino (non lo vidi mai più, e la polizia non lo prese mai).

Ma mentre i lettori assumevano che ero stata nelle Filippine, e alcuni addirittura si identificavano nei dettagli del mio viaggio mai avvenuto, pochi credettero che un personaggio avrebbe fatto ricorso alla poesia in una situazione così estrema. In un paio di circostanze definirono la scena “improbabile”. Volevo dire loro “Ma mi è accaduta”. Invece tenni il silenzio sulle origini autobiografiche del libro.

Qualche anno fa iniziai a prendere appunti per un nuovo romanzo. Sapevo che si incentrava sulla malleabilità della nostra identità, e su un personaggio alla ricerca di se stessa, ma non sapevo dove ambientarlo o come dovesse cominciare. In questo periodo andai in Marocco. Durante il check-in in un albergo di Casablanca, i miei bagagli furono rubati da una banda di ladri (come appresi più tardi guardando i filmati della sorveglianza dell’albergo). Mi ritrovai in una stazione della polizia, sotto l’effetto del fuso orario, disorientata e scoraggiata, circondata da investigatori. Ma, piuttosto all’improvviso, il libro che non riuscivo ad afferrare andò al suo posto. Lo avrei ambientato lì, in Marocco, e sarebbe iniziato con un furto. Ero esaltata, suscitando di sicuro perplessità negli investigatori e nel capo della polizia. Avevo il mio inizio. Il resto del libro, “Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti”, sarebbe stato pura finzione.

Quando discussi del libro prima e dopo la pubblicazione, fui sincera sul fatto che il furto della valigia e l’incontro con gli investigatori marocchini erano basati su qualcosa che mi era accaduto. Volevo che la questione dell’implausibilità rimanesse fuori dall’equazione. Ma questo impulso di spiegare l’origine mi ha spinto a domandarmi che tipo di accordo gli scrittori e i lettori hanno stretto. Come lettori, non vogliamo leggere storie che siano meno interessanti delle vite quotidiane che conduciamo. Non è vero? E come scrittori non credo che dovremmo per forza spiegare che una cosa è accaduta nella vita reale per giustificare la trama improbabile di un romanzo. Certo che è improbabile. È per quello che leggiamo. È per quello che scriviamo. Chi ha mai finito un libro dicendo “Ho apprezzato tanto quanto tutto fosse probabile”? I lettori e gli scrittori devono stabilire, e concedere, che la realtà è molto strana, che la vita ci sorprende una dozzina di volte al giorno. E se vogliamo che i nostri romanzi siano memorabili, non dovrebbero essere un poco più strani della realtà, invece del contrario?

Articolo originale (New York Times). Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti è il romanzo più recente di Vendela Vida, che è una delle fondatrici della rivista The Believer.

La mia soluzione all’angoscia delle email senza risposta

di Lucy Kellaway

Una volta c’erano due risposte alla maggior parte delle cose d’affari — sì e no. Ora ce n’è una terza che sta diventando più popolare di entrambe. È il silenzio — ossia nessuna risposta alcuna.

Ho appena avuto un messaggio angosciato da un lettore che ha passato l’anno scorso a cercare lavoro, affrontando spesso parecchi turni di interviste, con il risultato che non ha ricevuto offerte, e neanche bocciature. Ogni volta il processo è terminato nel silenzio.

Il silenzio non è una risposta solo alle ricerche di lavoro, ma anche alle offerte di vendita, gli inviti, le proposte di riunione, i promemoria, le richieste generali — o qualsiasi cosa inviata per email.

In questa non-comunicazione perdono tutti, anche se alcuni più di altri. Per i distributori di silenzio, non rispondere non è educato né efficiente, ma è vitale per sopravvivere. Ogni giorno evito di rispondere a dozzine di messaggi, perché con così tanta spazzatura che arriva il silenzio è l’unico modo per restare sani di mente.

Ma la salute mentale dell’uno genera squilibrio nell’altro. Il silenzio fa impazzire l’aspirante lavoratore — la certezza della bocciatura, mi ha detto, gli sarebbe stata più grata. Tutti i giorni sento un’ansia che varia fra il moderato e lo sfibrante perché una gamma di persone ha mancato di rispondere ai miei messaggi. Il silenzio che ha accolto un’email leggermente sfacciata era dovuto al disgusto per il tono leggero? Quando ho mandato un’email con la scaletta dell’idea per un articolo, il silenzio che ne è seguito esprimeva sgomento? O disaccordo? O qualcosa del tutto diverso?

Ciò che rende così snervante il silenzio delle email è che è impossibile interpretarlo. Quando parli con qualcuno, puoi vedere se è ammutolito dallo stupore, dalla riprovazione o dalla noia. Ma le email non danno indizi. La persona ha davvero visto il messaggio? Ti sta ignorando deliberatamente? O è disgustata? Occupata? Scarica? O può essere — come a me accade spesso — che abbia letto il messaggio sul telefonino senza gli occhiali da vista a portata di mano, e che l’ora che li ha trovati il momento sia passato.

Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, pensa di avere la risposta. Ha detto a tutti i suoi inferiori di rispondere alle email in giornata — il che può essere una buona notizia per i clienti della banca, anche se di certo significa che i suoi banchieri saranno così occupati a battere risposte affrettate da non avere tempo per l’attività bancaria.

Un’altra soluzione potrebbe essere un sistema che ci consenta di controllare subito se le nostre email sono state aperte. Ma neanche questa è una risposta, perché le “conferme di lettura” sono invadenti, e sapere che qualcuno ha letto il tuo messaggio non diminuisce la paranoia — l’aumenta.

L’unica soluzione efficiente sarebbe di rendere più complicato e costoso comunicare gli uni con gli altri. Arriverebbero soltanto richieste ragionevoli e rispondere tornerebbe di moda. Ma fino ad allora ognuno di noi deve costruirsi un metodo.

Il punto di partenza è capire che anche se il silenzio probabilmente significa no, potrebbe anche significare sì o forse — ciò che rende essenziale chiedere di nuovo. La pancia mi dice che è umiliante, ma la pancia si sbaglia. Non bisogna vergognarsi di assillare: in un mondo dove la gente ha largamente rinunciato a rispondere, è imbecille chiedere una volta sola.

Quindi quanto dovremmo aspettare prima di chiedere di nuovo? Ho trovato un articolo di un professore del MIT che suggerisce che l’80 per cento delle risposte arriva nelle prime 29 ore, con un ulteriore 17 per cento che arriva negli undici giorni successivi. In base a questa ricerca sarebbe giusto aspettare dodici giorni — che a me sembra troppo. Non riesco a ricordarmi di avere ricevuto niente dopo tanto tempo; penso che la risposta giusta sia semmai una settimana.

La domanda successiva è cosa dire nel sollecito. La mia casella è ingolfata di messaggi che iniziano con “Mi spiace disturbare…” o “Non so se hai avuto tempo di leggere il mio messaggio…”, entrambi i quali abbassano vagamente chi li scrive. Meglio riassumere il messaggio in una frase, unendo l’originale per non sbagliare.

La domanda finale è quante volte ripetere il processo, se la risposta continua a non materializzarsi. Dipende da quanto tieni alla risposta, ma penso che tre volte vada bene. Se la risposta doveva essere no, assillare non può peggiorare le cose. E c’è abbastanza gente — e sono ancora qualche volta in questo debole gruppo — che dedica il suo tempo non a chi desidera vedere di più ma a chi insiste più a lungo.

L’altra soluzione è rinunciare alle email e prendere invece il telefono. Ci sono ricerche che suggeriscono che è più probabile che le persone facciano ciò che vuoi se glielo chiedi parecchie volte per vie diverse. Può darsi sia così, ma detesto così tanto che la gente mi telefoni dicendo “Chiamavo solo per sapere se avevi visto l’email” che, anche se questo approccio funzionasse, in tutta sincerità non riesco a raccomandarlo.

Articolo originale (Financial Times). Lucy Kellaway tiene la rubrica Dear Lucy del Financial Times, dove risponde alle lettere di manager perplessi e insoddisfatti, in genere invitandoli a smettere di lamentarsi.

Sono quasi morta. E allora?

di Meghan Daum

Nell’autunno di quattro anni fa passai numerosi giorni in coma farmacologico dopo avere contratto un caso curiosamente grave di tifo murino. Un’infezione batterica causata dai morsi delle pulci portò a un’insufficienza epatica, problemi ai reni, una meningoencefalite e, tra le altre complicazioni, una sindrome particolarmente letale chiamata coagulazione intravascolare disseminata.

Dopo aver perso la capacità di formare le parole ed essere finita in terapia intensiva, fui sottoposta a numerose trasfusioni di sangue e piastrine, una puntura lombare e infusioni continue di quattro antibiotici differenti. I dottori dissero a mio marito che era del tutto possibile che morissi. A parte questo, avrei potuto avere danni permanenti al cervello.

Fu un calvario, sebbene meno per me che per chi mi stette accanto. Mentre io fluttuavo nell’oblio indotto dal propofol, la mia famiglia e i miei amici affrontarono una sorta di versione anticipata dei cinque stadi del lutto. Patteggiarono e pregarono. Cercarono i miei sintomi su Google, si telefonarono l’un l’altro per ragionare sul mio destino e in generale uscirono di senno per cinque giorni.

Avviso ai lettori: non morii. Non ebbi neanche danni al cervello. Ho un acufene e una piccolissima riduzione dell’udito. Quando me ne lamentai col neurologo, mi disse che non dovevo lamentarmi di niente, dato il “miracolo” della mia sopravvivenza.

“Miracolo” è una parola che non hai una gran voglia di sentire da un neurologo. Con gli altri la metto da parte, specialmente con un’amica cristiana evangelica che ha arruolato l’intera famiglia, il gruppo di studio della Bibbia e tutta la congregazione per pregare per me. Quando visitai quest’amica qualche mese dopo la malattia, suo marito mi chiese se l’essere sopravvissuta per un pelo mi avesse fatto pensare alla vita in modo diverso, o riconsiderare le mie vedute agnostiche. Balbettai una risposta senza senso e mi scusai perché dovevo andare in bagno.

Come emerse, i miei amici laici non erano meno affamati di dimostrazioni della mia trasformazione spirituale o morale.

“Puoi scegliere di trarne qualcosa di positivo e utile”, mi disse una collega. “O puoi scegliere di non imparare nulla e continuare come prima”.

Implicava che il cammino che avevo seguito finora non era per niente buono — non che lei avesse mai sollevato dubbi prima. Ma ora che mi era stata data una seconda opportunità le cose sarebbero state diverse. Il mio cumulo di lamentele meschine e preoccupazioni futili, la maggior parte delle quali aveva a che fare con una combinazione di entrate instabili, insoddisfazioni immobiliari e una costante ansia sotterranea per la mia carriera, sarebbe stato schiacciato dalla gratitudine per il semplice fatto di essere viva.

Queste domande avrebbero potuto infastidirmi, se non fossero state tanto familiari. Meno di un anno prima, avevo fatto simili istanze a mia madre mentre stava morendo di cancro. Smaniosa di aiutare lei e me a dare un senso al suo destino (che era crudele; il suo cancro era raro e senza cause, e lei era ancora sulla sessantina), le chiesi ripetutamente di dirmi cosa pensava. Stava cominciando a vedere il mondo in un modo diverso? C’era qualcosa che improvvisamente aveva iniziato ad avere senso?

Non ero sicura se la sua riluttanza a rispondere fosse il risultato di non avere risposte o di sapere che quelle che aveva non erano quelle che stavo cercando. Mia madre e io non avevamo una relazione propriamente calorosa, anche se non era neanche lontanamente così carica di gelo, e spesso di dinamiche ostili, come quella fra lei e sua madre. Ma temendo di essere giudicata se non mi fossi dimostrata una figlia adorante e devastata dal dolore, misi in scena uno spettacolo che doveva suggerire che un nuovo e più profondo legame madre-figlia stava portando a momenti di guarigione e rivelazione per entrambe.

“Stiamo avendo momenti davvero speciali”, scrivevo nelle mail ad amici e parenti. “Stiamo scorrendo le vecchie foto di famiglia e ricordando i tempi passati”.

In realtà, le poche volte che avevo tentato di scorrere le vecchie foto di famiglia, mia madre era troppo confusa per essere interessata. Sembrava pensare che le chiedessi di organizzarle. Ma dato che riferire questa verità cruda e poco poetica era chiaramente inadatto all’occasione, continuavo con i miei messaggi in stile “Brodo caldo per l’anima”. “È spirata serenamente questo pomeriggio”, scrissi quando morì il giorno dopo Natale. Mi misi persino a dire che mia madre aveva “tenuto il Natale per noi”, aspettando il giorno successivo per morire, evitando così di rabbuiare le luci di questa festa per il resto delle nostre vite. Mio fratello, per quanto avesse dato i suoi contributi alla zuccherosità e agli eufemismi, di fronte a ciò alzò gli occhi al cielo. Anche mia madre probabilmente l’avrebbe fatto. Era rimasta incosciente per molti giorni prima di morire; pareva improbabile che sapesse che giorno fosse. La scrittrice in me detestava l’eufemismo “spirare”, ma la piaciona sapeva che occorreva tenere le cose a una velata distanza.

Nell’aiutare mia madre nelle cure durante la malattia, mi ero aspettata di somministrare pillole e litigare con la compagnia assicurativa. Ciò che non mi ero aspettata era che sarei stata tacitamente incaricata di aggiornare gli altri non solo con informazioni, ma anche con una storia. La storia non finiva semplicemente con la morte di mia madre per una malattia casuale, rara e brutale ma con un momento ben preciso di pace o trascendenza — o almeno con qualcosa cui il resto di noi poteva attribuire una misura di significato. In mancanza di alternative, presi la linea del Natale.

Un anno dopo, quando mi trovai a offrire simili banalità dopo avere a mia volta sfiorato la morte — mette davvero le cose in prospettiva, impari cosa è importante, non mi farò più prendere dalle piccolezze — sentii di nuovo che la sincerità sarebbe stata assolutamente scortese, persino un tradimento dell’amore e dell’amicizia.

Per favore non fraintendetemi. Ero grata di essere viva, fisicamente e cognitivamente — e, per essere sincera, ancora più grata di non essere emersa dal coma viva ma con un danno grave e irreparabile al cervello.

Ma mi conoscevo anche abbastanza bene da sospettare che, dopo qualche mese passato a respirare metaforicamente il profumo dei fiori, sarei probabilmente ridiventata quella ingrata lagnosa che ero prima. E più gli amici mi visitavano, portandomi cibi e provviste, e sommergendomi di auguri e di ogni genere di domande sul mio stato mentale, più mi rendevo conto che la loro fame di storie sulla mia trasformazione cosmica proveniva meno dalla preoccupazione per la mia anima che da un bisogno culturalmente radicato di una Chiusura, con la C maiuscola. Dato che volevano che questo capitolo della mia vita finisse, e volevano che tornassi sana come lo ero stata quando ero un’ingrata lagnosa, volevano accertarsi che fossi sufficientemente trasformata da non lagnarmi più o da non essere ingrata di nuovo. Era come se l’unico modo per essere sicuri che il mio corpo fosse libero da infezioni fosse che ero divenuta ufficialmente una persona migliore.

Gli americani non si stancano mai delle storie di trionfo sulle avversità. Ma, sempre di più, ci ossessiona non solo la vittoria ma anche la redenzione. L’anno scorso, quando tre donne di Cleveland furono salvate da un rapitore che le aveva rinchiuse e torturate per anni in una casa circondata da vicini, ci fu chiesto di vederci non uno sconcertante attestato del venir meno della comunità ma, secondo la maggior parte dei titoli, una storia di speranza e sopravvivenza.

Il mese scorso, quando sono apparse nuove informazioni sulla preparazione delle decapitazioni degli ostaggi dello Stato Islamico in Siria, le descrizioni delle torture che i prigionieri avevano subito, così come la notizia che in certi casi si erano rivoltati gli uni contro gli altri o, in misura diversa, sembrava si fossero convertiti all’Islam, il pubblico è apparso agghiacciato, in un modo in cui prima non lo era stato affatto. Forse è perché, fino ad allora, affrontare le notizie delle decapitazioni implicava la fantasia che i prigionieri provassero un senso di chiarezza e uno scopo prima di morire. Volevamo credere che il periodo in prigione, per quanto spaventoso, avesse portato con sé un qualche stato di rivelazione che aveva permesso loro di morire in un modo che non fossero la confusione e la paura abietta.

Le crisi, per definizione, sono caotiche. Non sempre insegnano lezioni e, contrariamente a quanto amiamo dirci, è altrettanto probabile che estraggano il peggio dalla gente quanto il meglio. Ma la narrazione della redenzione, con il suo corollario, la narrazione del recupero, è così cara alla nostra cultura che anche le persone razionali tendono ad aderirvi — non fosse che per fare educata conversazione. È in misura uguale una storia della buonanotte, una storia di amore e una storia di orrore, e l’esempio perfetto della preferenza americana per il sentimentalismo e il finale pulito rispetto all’onestà e all’autenticità.

Il problema è che è anche disegnata alla perfezione per farci sentire dei falliti — verso noi stessi, verso i nostri cari, nella vita in generale. E, ironicamente, più ci sta a cuore la vittima principale della crisi, più ci viene di tentare di spingere questa vittima a darvi un senso, così da alleviare la nostra inquietudine. Aspettandomi che mia madre pronunciasse qualche grande epifania sul letto di morte, stavo in realtà chiedendole di rendere l’iniquità della sua morte in qualche modo più giusta. Aspettandosi che   diventassi una persona migliore dopo avere sfiorato la morte, i miei amici stavano in realtà dicendo che speravano che non avessi fatto prender loro un maledetto spavento per nulla.

Non avrebbero dovuto preoccuparsi. Non sono una persona migliore. Sono la stessa persona. Che in effetti è una sorta di miracolo.

Articolo originale (New York Times). Meghan Daum è un’autrice e commentatrice americana che scrive abitualmente per il Los Angeles Times. Ha curato di recente Selfish, Shallow & Self-Absorbed, una raccolta di saggi di sedici autori sulla decisione di non avere figli.