La divisa

Ho uno studente non vedente che va in giro con il cane. Mi sono occorse tre o quattro lezioni per capire che teneva il cane in aula, accovacciato sotto il banco, perché è un cane docilissimo che non si fa notare, e sta fermo in silenzio tutto il tempo, anche se la lezione dura un’ora e mezza. So che non è un fatto straordinario, perché tanti altri cani si accucciano sotto la sedia del padrone al ristorante, e non emettono un guaito, nonostante tutto il cibo che passa di continuo avanti e indietro, e che sentono vivamente con l’olfatto, e che dovrebbe emozionarli molto di più che udire parlare me. Però un giorno ho fatto conversazione con questo studente, e lui mi ha detto “magari non le era mai capitato di fare lezione con un cane in aula”, e io ho detto, “in effetti no, ma all’inizio non mi ero mica accorto, perché è un cane così docile”, e lui mi ha detto che sì, però è docile solo quando indossa l’imbragatura, e appena gliela toglie lui diventa all’istante un cane come tutti gli altri, che abbaia, scappa e fa il bullo. Questo studente mi ha spiegato che l’imbragatura è come una divisa, per il cane dei non vedenti. Quando il cane la indossa si cala nel suo ruolo, in cui deve accompagnare ed essere d’aiuto, e sa che non è il momento di fare quello che gli pare, e ho pensato che ho scoperto un’altra cosa in cui i cani sono più affidabili degli esseri umani.

Non uccidermi più

Sono a cena con questa mia amica, a cui voglio molto bene, e che per la precisione è una mia ex, che per me è stata importante. Ci frequentiamo ancora perché ci lasciammo di comune accordo. A un certo punto sapevamo che la nostra storia stava finendo. Le ragioni erano ovvie e indiscutibili, anche se ora non ve le racconto. A essere del tutto sinceri io avrei proseguito, perché sono il tipo che lascia che le cose si trascinino. Fu lei che decise, senza troppe parole, anzi senza dire nulla, perché bastavano azioni chiare, per le ragioni appunto che non vi sto a dire. Le fece. Se parlo di comune accordo è perché le accettai, capii che era giusto, anche se per me fu una grande tristezza.

E allora sono a cena con lei, e abbiamo bevuto un po’, e la serata è alla fine, e ci stiamo mangiando un mucchio di biscottini della casa, e ci versiamo qualche bicchierino di limoncello, perché il ristoratore ci ha lasciato la bottiglia sul tavolo, e lei mi dice che ha fatto un sogno in cui mi ha ucciso. Ora, sapendo come è finita la nostra storia, non ci vuole Freud per capire cosa significa, un sogno in cui mi ha ucciso. E siccome lei lo dice come fosse una notizia frivola, le faccio una smorfia per dirle che a me questo sogno che ha fatto non rallegra tanto. Lei mi guarda. Ucciso come, le chiedo. Lei dice, non lo so, so solo che nel sogno ti avevo ucciso ed ero molto calma. Io dico, ah, eri pure calma. Lei capisce che me la sto prendendo, e capirlo è anche facile, perché a parte la smorfia iniziale mi è venuta la faccia di quello offeso. Lei dice che sarebbe stato brutto se fosse stato un sogno angoscioso, perché allora avrebbe significato che aveva un desiderio represso di uccidermi, ma se era calma non era così. Mi dice inoltre che non devo preoccuparmi, perché le era già capitato di uccidere in sogno suo padre, e io mi immagino che se Freud fosse qua sarebbe assai interessato, e scriverebbe fitte note sul suo quaderno, a sentire che lei ha ucciso in sogno suo padre. Ma lei lo dice perché so che gli voleva bene — lei è sempre stata innamorata di suo padre — per cui dovrei trarne conclusioni tranquillizzanti. Persino onorevoli. Quelli che ama lei li uccide. Io dico ok, ma l’offesa non mi passa. E lei dice, sei arrabbiato con me. E io dico, sai, non è che uno è contento a essere ucciso. E lei dice, ma io nel sogno ero calma. E io dico, ho capito. E lei dice, allora non ti racconterò più questi sogni. E io dico, in effetti è meglio che non me li racconti.

Rimaniamo zitti. È chiaro che è il momento di pagare, di andare. L’accompagno a casa, e quando ci lasciamo ci baciamo sulle guance, e in quell’attimo minuscolo lei è fra le mie braccia, come una volta, e mi dice mi spiace, e io le dico non uccidermi più.

Sediamoci

E allora lei è lì e mi chiede se mi può parlare. Io le dico di sì. Lei dice va bene. Se è una cosa brutta, le dico, stiamo in piedi, altrimenti ci sediamo e prendiamo qualcosa. E lei chiede perché. Io le dico che le cose brutte è meglio dirle alla svelta, quelle belle invece bisogna gustarsele un po’. Lei sta zitta e poi dice che è brutta. E io le dico sediamoci.