Il check up annuale

Sono preoccupato perché domani ho un check up, come tutti gli anni, perché tutti gli anni in questo periodo faccio un check up, perché mi sembra il momento giusto prima delle intense attività di settembre, ma quest’anno mi reco a farlo in compagnia di un’amica, che a sua volta vivrà le intense attività, e denuncia dei sintomi, che a mia valutazione sono piccoli, innocui e passeggeri, ma lei teme le annuncino una grave malattia, o anche parecchie, sparse nei vari organi vitali, e quindi si attende che domani cadranno su di lei verdetti spietati, e sono preoccupato perché è una situazione un po’ come nei film, perché ci sono situazioni così nei film, con lei che teme e lui che la rassicura, e poi alla fine si scopre che quello ammalato è lui. 

Qualitativo

Sono in riunione e A dice “credo si possa fare qualcosa di qualitativo”. Io capisco che con “qualitativo” intende che si può fare qualcosa di alta qualità. Ma B risponde “certo, anche se devo dire che nella mia esperienza è importante una buona base di numeri”, perché deve avere inteso l’aggettivo nel senso che è comune in ricerca, dove si dice che un metodo è qualitativo quando sfrutta le informazioni verbali, le immagini, i filmati, la partecipazione diretta o qualunque altro dato che non sia una quantità.

Per un attimo penso di intervenire e sciogliere l’equivoco. Poi mi sovviene che non è bello correggere gli altri, e ancor meno procurare brutte figure alla gente nelle riunioni, e che B è di solito assai più sveglia di me, e quindi c’è una probabilità non nulla che a sbagliarmi sia io, e mentre penso tutto ciò A e B continuano a usare “qualitativo” a modo loro, e la discussione a quanto pare non subisce alcun danno, si crea anzi un clima amichevole, ed è da tempo che non partecipavo a una riunione così costruttiva, e si arriva persino a parlare dei soldi e A è tranquillo e dice che pagherà.

Ne concludo che nelle riunioni è meglio non essere troppo precisi.

E che a volte nella vita si può dare un grande contributo stando zitti.

Le belle idee che rimangono tali

Sono al cocktail di un’associazione e la conversazione cade sul problema delle belle idee, e cioè che se uno vuole realizzare tutte le belle idee che gli vengono perisce di esaurimento fisico e mentale. Questo è un problema perché una bella idea reclama per definizione di essere realizzata, mentre a volte la vita ti impone che una bella idea rimarrà tale. “Dovremmo fare la mostra delle belle idee!”, dice allora una signora, e non sta scherzando, perché questa è un’associazione in cui si organizzano le mostre.

Segue un attimo di silenzio in cui valutiamo questa mostra delle belle idee, che avrebbe un significato e abbondanza di materiale. La storia dell’umanità è ricca di belle idee che nessuno ha realizzato, perché il pensatore era privo dei mezzi o era già soddisfatto di avere concepito una bella idea, e sperava che qualcuno si sobbarcasse la fatica di metterla in atto. Ciò accade su scala piccola anche nel lavoro, dove incontri un mucchio di gente che ti lancia le belle idee sperando che le realizzi tu.

Di questo genere, se non proprio questi, sono i pensieri che ci attraversano la testa nell’attimo di silenzio. Dopo di che torniamo a bere e decidiamo che anche questa mostra è una bella idea che rimarrà tale.

Tragiche verità

Sto facendo il check up annuale, perché non sono un giovane virgulto, e se non sei un giovane virgulto devi tenerti sotto controllo, e sto parlando con la dottoressa, che guarda i miei esiti nel PC, e le dico “come sono”, e lei alza le spalle, sorride, e dice “ha un anno in più”, e siccome si sostiene che i medici non comunichino, che celino ai pazienti le tragiche verità, e fanno i corsi ai medici per imparare a parlare, credo che bisognerà iniziare a fargli anche quello per stare zitti.

La divisa

Ho uno studente non vedente che va in giro con il cane. Mi sono occorse tre o quattro lezioni per capire che teneva il cane in aula, accovacciato sotto il banco, perché è un cane docilissimo che non si fa notare, e sta fermo in silenzio tutto il tempo, anche se la lezione dura un’ora e mezza. So che non è un fatto straordinario, perché tanti altri cani si accucciano sotto la sedia del padrone al ristorante, e non emettono un guaito, nonostante tutto il cibo che passa di continuo avanti e indietro, e che sentono vivamente con l’olfatto, e che dovrebbe emozionarli molto di più che udire parlare me. Però un giorno ho fatto conversazione con questo studente, e lui mi ha detto “magari non le era mai capitato di fare lezione con un cane in aula”, e io ho detto, “in effetti no, ma all’inizio non mi ero mica accorto, perché è un cane così docile”, e lui mi ha detto che sì, però è docile solo quando indossa l’imbragatura, e appena gliela toglie lui diventa all’istante un cane come tutti gli altri, che abbaia, scappa e fa il bullo. Questo studente mi ha spiegato che l’imbragatura è come una divisa, per il cane dei non vedenti. Quando il cane la indossa si cala nel suo ruolo, in cui deve accompagnare ed essere d’aiuto, e sa che non è il momento di fare quello che gli pare, e ho pensato che ho scoperto un’altra cosa in cui i cani sono più affidabili degli esseri umani.

Non uccidermi più

Sono a cena con questa mia amica, a cui voglio molto bene, e che per la precisione è una mia ex, che per me è stata importante. Ci frequentiamo ancora perché ci lasciammo di comune accordo. A un certo punto sapevamo che la nostra storia stava finendo. Le ragioni erano ovvie e indiscutibili, anche se ora non ve le racconto. A essere del tutto sinceri io avrei proseguito, perché sono il tipo che lascia che le cose si trascinino. Fu lei che decise, senza troppe parole, anzi senza dire nulla, perché bastavano azioni chiare, per le ragioni appunto che non vi sto a dire. Le fece. Se parlo di comune accordo è perché le accettai, capii che era giusto, anche se per me fu una grande tristezza.

E allora sono a cena con lei, e abbiamo bevuto un po’, e la serata è alla fine, e ci stiamo mangiando un mucchio di biscottini della casa, e ci versiamo qualche bicchierino di limoncello, perché il ristoratore ci ha lasciato la bottiglia sul tavolo, e lei mi dice che ha fatto un sogno in cui mi ha ucciso. Ora, sapendo come è finita la nostra storia, non ci vuole Freud per capire cosa significa, un sogno in cui mi ha ucciso. E siccome lei lo dice come fosse una notizia frivola, le faccio una smorfia per dirle che a me questo sogno che ha fatto non rallegra tanto. Lei mi guarda. Ucciso come, le chiedo. Lei dice, non lo so, so solo che nel sogno ti avevo ucciso ed ero molto calma. Io dico, ah, eri pure calma. Lei capisce che me la sto prendendo, e capirlo è anche facile, perché a parte la smorfia iniziale mi è venuta la faccia di quello offeso. Lei dice che sarebbe stato brutto se fosse stato un sogno angoscioso, perché allora avrebbe significato che aveva un desiderio represso di uccidermi, ma se era calma non era così. Mi dice inoltre che non devo preoccuparmi, perché le era già capitato di uccidere in sogno suo padre, e io mi immagino che se Freud fosse qua sarebbe assai interessato, e scriverebbe fitte note sul suo quaderno, a sentire che lei ha ucciso in sogno suo padre. Ma lei lo dice perché so che gli voleva bene — lei è sempre stata innamorata di suo padre — per cui dovrei trarne conclusioni tranquillizzanti. Persino onorevoli. Quelli che ama lei li uccide. Io dico ok, ma l’offesa non mi passa. E lei dice, sei arrabbiato con me. E io dico, sai, non è che uno è contento a essere ucciso. E lei dice, ma io nel sogno ero calma. E io dico, ho capito. E lei dice, allora non ti racconterò più questi sogni. E io dico, in effetti è meglio che non me li racconti.

Rimaniamo zitti. È chiaro che è il momento di pagare, di andare. L’accompagno a casa, e quando ci lasciamo ci baciamo sulle guance, e in quell’attimo minuscolo lei è fra le mie braccia, come una volta, e mi dice mi spiace, e io le dico non uccidermi più.

Sediamoci

E allora lei è lì e mi chiede se mi può parlare. Io le dico di sì. Lei dice va bene. Se è una cosa brutta, le dico, stiamo in piedi, altrimenti ci sediamo e prendiamo qualcosa. E lei chiede perché. Io le dico che le cose brutte è meglio dirle alla svelta, quelle belle invece bisogna gustarsele un po’. Lei sta zitta e poi dice che è brutta. E io le dico sediamoci.