La cataratta

Mia mamma mi ha detto che un’ospite della casa dove è ricoverata farà l’intervento alla cataratta, un’ospite che ha ben novantanove anni. Mi sono chiesto perché mia mamma entrasse in questo tema, quello degli interventi alla cataratta, dato che anche lei avrebbe bisogno dell’intervento, come accertato da visita oculistica, ma si oppone, in spregio del pericolo che la sua cataratta peggiori.

In questa opposizione mia mamma ha la fermezza di un eroe del Risorgimento. Mia sorella e io abbiamo cercato di convincerla che l’intervento è sicuro, ma lei ovviamente non si fida dei suoi figli. Dice che nessuno toccherà i suoi occhi. C’è stato un periodo di ripetute discussioni, dopo il quale abbiamo messo da parte la cataratta, in attesa di sviluppi, una sorta di tregua, per non tormentare la povera donna già malandata di salute.

Per questo ero stupito che proprio lei avesse ritirato fuori il tema. Ha anzi aggiunto che altre ospiti hanno fatto l’intervento, e si è messa ad elencarle. Una aveva centoquattro anni, un’altra centotre, e un’altra ancora esattamente cento, ciò che fra l’altro vi dà l’idea della popolazione di questa casa di riposo. Così sono cascato nella trappola e ho detto, “ecco, vedi, se fanno la cataratta loro, puoi farla anche tu”. E lei, “certo, la farò anch’io quando avrò cent’anni!”, perché lei ne ha solo ottantadue, ed era lì che voleva arrivare, si era preparata da giorni questa battuta, che a mio avviso non fa tanto ridere, ma si vedeva che era tutta contenta di avermi fregato. Perciò ho incassato, sono stato zitto, perché è giusto che anche l’anziano abbia le sue soddisfazioni.

Qualitativo

Sono in riunione e A dice “credo si possa fare qualcosa di qualitativo”. Io capisco che con “qualitativo” intende che si può fare qualcosa di alta qualità. Ma B risponde “certo, anche se devo dire che nella mia esperienza è importante una buona base di numeri”, perché deve avere inteso l’aggettivo nel senso che è comune in ricerca, dove si dice che un metodo è qualitativo quando sfrutta le informazioni verbali, le immagini, i filmati, la partecipazione diretta o qualunque altro dato che non sia una quantità.

Per un attimo penso di intervenire e sciogliere l’equivoco. Poi mi sovviene che non è bello correggere gli altri, e ancor meno procurare brutte figure alla gente nelle riunioni, e che B è di solito assai più sveglia di me, e quindi c’è una probabilità non nulla che a sbagliarmi sia io, e mentre penso tutto ciò A e B continuano a usare “qualitativo” a modo loro, e la discussione a quanto pare non subisce alcun danno, si crea anzi un clima amichevole, ed è da tempo che non partecipavo a una riunione così costruttiva, e si arriva persino a parlare dei soldi e A è tranquillo e dice che pagherà.

Ne concludo che nelle riunioni è meglio non essere troppo precisi.

E che a volte nella vita si può dare un grande contributo stando zitti.

Il panino iconografico

Una giovane cameriera arriva a prendere l’ordine.

“Un panino Tartufo, però per favore mi toglie la rucola?”, dice la mia amica.

“Oh! No, non possiamo. Non è modificabile, è un panino iconografico”, dice la giovane cameriera, con il tono di chi si scusa.

Per me è il primo incontro con il panino iconografico. Conoscevo le borse icona, i personaggi iconici, e adesso che ci penso una volta andai alla svendita dei fondi di magazzino della casa editrice Eleuthera e mi dissero che però non svendevano Perle ai porci di Vonnegut, perché per loro era un “libro feticcio”. Successe anni fa, e credo che oggi mi avrebbero detto che era un libro iconico, perché vedo che è un aggettivo di moda. Qualcuno avrà deciso che si può dire anche “iconografico”, e che può esserlo anche il panino.

Purtroppo la mia amica è una di quelle persone che pensano che un panino è un panino, le borse sono borse, i libri sono libri, e in generale non si fanno impressionare tanto dal linguaggio modaiolo o degli chef. Quindi a sapere che il panino è iconografico si mette a ridere, con quel modo di ridere che non so descrivere ma significa all’incirca “non posso credere a ciò che ho sentito”, immagino ce l’abbiate presente.

La giovane cameriera pare stupita. Probabilmente è abituata a più rispetto, quando parla del panino iconografico.

“Ma togliamo solo la rucola”, dico io, perché non ho voglia di uno scontro di civiltà e vorrei che si restasse nel merito della questione, che è togliere tre fogliette da un panino.

“Non si può”, dice la giovane cameriera.

“Questo è… il trionfo della stupidità!”, dice la mia amica, mentre continua a ridere.

E qui potrebbe finire a schifìo ma la giovane cameriera non replica, forse non capisce che le hanno dato della stupida, o è bloccata dalla sorpresa, o le hanno detto che non deve litigare con i clienti. E penso che non è stata questa infelice a inventare il panino iconografico. Le hanno messo in bocca l’espressione. In questo istante, alle prese con due clienti oggettivamente stronzi, è la vittima di un sistema che la invia sul campo di battaglia a difendere i panini iconografici, come una volta i giovani andavano in guerra a difendere il Re.

E allora dico, “Intanto ordino io, vorrei un piatto Nordico”, così usciamo dall’impasse e segnalo alla mia amica che io vorrei mangiare.

E la mia amica in fondo è buona e dice, “Va bene, allora mi porti un Settebello”, ridendo ancora un po’.

La giovane cameriera annota tutto e se ne va.

Le belle idee che rimangono tali

Sono al cocktail di un’associazione e la conversazione cade sul problema delle belle idee, e cioè che se uno vuole realizzare tutte le belle idee che gli vengono perisce di esaurimento fisico e mentale. Questo è un problema perché una bella idea reclama per definizione di essere realizzata, mentre a volte la vita ti impone che una bella idea rimarrà tale. “Dovremmo fare la mostra delle belle idee!”, dice allora una signora, e non sta scherzando, perché questa è un’associazione in cui si organizzano le mostre.

Segue un attimo di silenzio in cui valutiamo questa mostra delle belle idee, che avrebbe un significato e abbondanza di materiale. La storia dell’umanità è ricca di belle idee che nessuno ha realizzato, perché il pensatore era privo dei mezzi o era già soddisfatto di avere concepito una bella idea, e sperava che qualcuno si sobbarcasse la fatica di metterla in atto. Ciò accade su scala piccola anche nel lavoro, dove incontri un mucchio di gente che ti lancia le belle idee sperando che le realizzi tu.

Di questo genere, se non proprio questi, sono i pensieri che ci attraversano la testa nell’attimo di silenzio. Dopo di che torniamo a bere e decidiamo che anche questa mostra è una bella idea che rimarrà tale.

Tragiche verità

Sto facendo il check up annuale, perché non sono un giovane virgulto, e se non sei un giovane virgulto devi tenerti sotto controllo, e sto parlando con la dottoressa, che guarda i miei esiti nel PC, e le dico “come sono”, e lei alza le spalle, sorride, e dice “ha un anno in più”, e siccome si sostiene che i medici non comunichino, che celino ai pazienti le tragiche verità, e fanno i corsi ai medici per imparare a parlare, credo che bisognerà iniziare a fargli anche quello per stare zitti.