Gli alianti

Mi trovo con una mia amica in un modesto ristorante quando arrivano due uomini, abbastanza giovani, sui trenta-quaranta, che si siedono al tavolo vicino al nostro. Il più basso ha il braccio tatuato e una faccia che mi ricorda qualcuno. Mi prende la curiosità. Smiccio per un po’ il personaggio misterioso per capire chi sia, finché la lampadina si accende e dico alla mia amica “ma non è Lapo Elkann?”.

La mia amica è indifferente da sempre alla gente importante. Dice “mah, può darsi, l’ho visto forse due volte in televisione”, e “ha un volto molto comune”, non so se riferendosi a Lapo Elkann o all’uomo seduto vicino a noi. Potrebbero essere la stessa persona, ma anche no. Come dicevo ci troviamo in un modesto ristorante, che non è dove ti aspetti di vedere la gente importante. È come quando trovi le chiavi di casa nel cesto della biancheria sporca. Ti domandi come siano finite lì. Hai quell’attimo in cui pensi di sognare. Sto quindi per concludere che non sia lui, sarà uno che gli assomiglia, ma poi sento che dice al suo amico “adesso vado a Kimberley in Sud Africa dove c’è la miniera di diamanti per fare il campionato degli alianti” e allora dev’essere proprio Lapo Elkann.

La mela sulla testa

Uno dei lati migliori del lavorare in università è che ogni tanto ti capita di incontrare i professori celebri che hanno dato i contributi alla scienza. Di recente ho avuto l’onore di una breve conversazione con il professor Ron Burt, che è lo scopritore degli structural holes, i quali, detto alla buona, sono le persone che congiungono due mondi diversi, per esempio l’amico che ti porta le notizie da un giro cui non appartieni. Questo è un concetto importante della sociologia, perché gli structural holes possono rendersi molto utili, far viaggiare le informazioni fra i mondi, e fungere da intermediari fra le persone. Se sono abili, gli structural holes possono anche accumulare un certo potere.

Ora, questa breve conversazione non l’ho iniziata io, perché in genere mi limito a guardare i giganti da lontano, anche quando io e loro ci troviamo per caso nella stessa stanza. È stato il professor Ron Burt che è venuto a parlarmi. A causa di alcune circostanze che non vi racconto, voleva dirmi una cosa, che ha a che fare con l’università di Chicago dove insegna, perché riteneva non la sapessi, come infatti non la sapevo, e che potesse servirmi a causa delle circostanze in questione. Me l’ha detta con poche parole, ma precise, chiare e perfette e in tutto degne della sua fama. Poi ha detto “il mio nome è Ron Burt, e se posso aiutarti non esitare a contattarmi”. Io ovviamente sapevo chi era, ma non sono riuscito a esprimerglielo, perché nel frattempo si era già dileguato.

Sul momento sono rimasto ammirato. Ho ritenuto di trovarmi davanti a un caso del fenomeno in sé sorprendente, ma che osservo di continuo, che le persone più intelligenti sono anche quelle più gentili. Ma, dopo un paio di giorni, perché io ci metto un po’ a carburare, ripensando a questa breve conversazione, mi sono reso conto che il professor Ron Burt aveva incarnato la sua teoria – mi aveva intermediato l’università di Chicago, mi aveva passato un’informazione che nel mio mondo mancava, aveva fatto esattamente lo structural hole – e mi sono sentito, nel mio piccolo, come se Newton mi avesse fatto cadere una mela sulla testa.

Sei milanese?

A Milano in questi giorni c’è la settimana della moda, e perciò ci sono dei giovani vestiti alla moda, che incontri mentre giri nelle vie della moda, e che rappresentano delle aziende della moda, che hanno in mano i volantini da distribuire. Questi giovani ti fermano mentre passi e ti dicono “Sei milanese?”. Ciò è strano, perché si sa che a Milano ci sono ben pochi milanesi, ce n’è per così dire una penuria, non è come a Roma che sono tutti romani, per cui se il concetto è consegnare i volantini solo ai milanesi questi giovani rischiano di fare la notte. Ma infatti non stanno mica ad aspettare la risposta. Tipo hanno fatto la domanda a me e io ho avuto un’incertezza, così a bruciapelo non sapevo se ero milanese, perché vivo a Milano da tanti anni ma non ci sono nato, mi manca lo ius soli, e mentre riflettevo su cosa era corretto rispondere mi avevano già infilato il volantino in mano. Da cui deduco che questo “Sei milanese?” fosse un trucco per fermare i passanti. Fatto sta che lo usavano tutti, perché ho percorso stasera diverse vie della moda, e si sentiva ovunque la domanda, “Sei milanese?”, “Sei milanese?”, tanto è vero che a un certo punto mi ha fermato anche un venditore di cianfrusaglie, di quelli che una volta chiamavano i vu cumprà, e mi ha detto “Sei milanese? Io no, Senegal”.

Siccome mi ha fatto ridere è finita che gli ho comprato qualcosa.

Il check up annuale

Sono preoccupato perché domani ho un check up, come tutti gli anni, perché tutti gli anni in questo periodo faccio un check up, perché mi sembra il momento giusto prima delle intense attività di settembre, ma quest’anno mi reco a farlo in compagnia di un’amica, che a sua volta vivrà le intense attività, e denuncia dei sintomi, che a mia valutazione sono piccoli, innocui e passeggeri, ma lei teme le annuncino una grave malattia, o anche parecchie, sparse nei vari organi vitali, e quindi si attende che domani cadranno su di lei verdetti spietati, e sono preoccupato perché è una situazione un po’ come nei film, perché ci sono situazioni così nei film, con lei che teme e lui che la rassicura, e poi alla fine si scopre che quello ammalato è lui. 

La cataratta

Mia mamma mi ha detto che un’ospite della casa dove è ricoverata farà l’intervento alla cataratta, un’ospite che ha ben novantanove anni. Mi sono chiesto perché mia mamma entrasse in questo tema, quello degli interventi alla cataratta, dato che anche lei avrebbe bisogno dell’intervento, come accertato da visita oculistica, ma si oppone, in spregio del pericolo che la sua cataratta peggiori.

In questa opposizione mia mamma ha la fermezza di un eroe del Risorgimento. Mia sorella e io abbiamo cercato di convincerla che l’intervento è sicuro, ma lei ovviamente non si fida dei suoi figli. Dice che nessuno toccherà i suoi occhi. C’è stato un periodo di ripetute discussioni, dopo il quale abbiamo messo da parte la cataratta, in attesa di sviluppi, una sorta di tregua, per non tormentare la povera donna già malandata di salute.

Per questo ero stupito che proprio lei avesse ritirato fuori il tema. Ha anzi aggiunto che altre ospiti hanno fatto l’intervento, e si è messa ad elencarle. Una aveva centoquattro anni, un’altra centotre, e un’altra ancora esattamente cento, ciò che fra l’altro vi dà l’idea della popolazione di questa casa di riposo. Così sono cascato nella trappola e ho detto, “ecco, vedi, se fanno la cataratta loro, puoi farla anche tu”. E lei, “certo, la farò anch’io quando avrò cent’anni!”, perché lei ne ha solo ottantadue, ed era lì che voleva arrivare, si era preparata da giorni questa battuta, che a mio avviso non fa tanto ridere, ma si vedeva che era tutta contenta di avermi fregato. Perciò ho incassato, sono stato zitto, perché è giusto che anche l’anziano abbia le sue soddisfazioni.

Qualitativo

Sono in riunione e A dice “credo si possa fare qualcosa di qualitativo”. Io capisco che con “qualitativo” intende che si può fare qualcosa di alta qualità. Ma B risponde “certo, anche se devo dire che nella mia esperienza è importante una buona base di numeri”, perché deve avere inteso l’aggettivo nel senso che è comune in ricerca, dove si dice che un metodo è qualitativo quando sfrutta le informazioni verbali, le immagini, i filmati, la partecipazione diretta o qualunque altro dato che non sia una quantità.

Per un attimo penso di intervenire e sciogliere l’equivoco. Poi mi sovviene che non è bello correggere gli altri, e ancor meno procurare brutte figure alla gente nelle riunioni, e che B è di solito assai più sveglia di me, e quindi c’è una probabilità non nulla che a sbagliarmi sia io, e mentre penso tutto ciò A e B continuano a usare “qualitativo” a modo loro, e la discussione a quanto pare non subisce alcun danno, si crea anzi un clima amichevole, ed è da tempo che non partecipavo a una riunione così costruttiva, e si arriva persino a parlare dei soldi e A è tranquillo e dice che pagherà.

Ne concludo che nelle riunioni è meglio non essere troppo precisi.

E che a volte nella vita si può dare un grande contributo stando zitti.

Il panino iconografico

Una giovane cameriera arriva a prendere l’ordine.

“Un panino Tartufo, però per favore mi toglie la rucola?”, dice la mia amica.

“Oh! No, non possiamo. Non è modificabile, è un panino iconografico”, dice la giovane cameriera, con il tono di chi si scusa.

Per me è il primo incontro con il panino iconografico. Conoscevo le borse icona, i personaggi iconici, e adesso che ci penso una volta andai alla svendita dei fondi di magazzino della casa editrice Eleuthera e mi dissero che però non svendevano Perle ai porci di Vonnegut, perché per loro era un “libro feticcio”. Successe anni fa, e credo che oggi mi avrebbero detto che era un libro iconico, perché vedo che è un aggettivo di moda. Qualcuno avrà deciso che si può dire anche “iconografico”, e che può esserlo anche il panino.

Purtroppo la mia amica è una di quelle persone che pensano che un panino è un panino, le borse sono borse, i libri sono libri, e in generale non si fanno impressionare tanto dal linguaggio modaiolo o degli chef. Quindi a sapere che il panino è iconografico si mette a ridere, con quel modo di ridere che non so descrivere ma significa all’incirca “non posso credere a ciò che ho sentito”, immagino ce l’abbiate presente.

La giovane cameriera pare stupita. Probabilmente è abituata a più rispetto, quando parla del panino iconografico.

“Ma togliamo solo la rucola”, dico io, perché non ho voglia di uno scontro di civiltà e vorrei che si restasse nel merito della questione, che è togliere tre fogliette da un panino.

“Non si può”, dice la giovane cameriera.

“Questo è… il trionfo della stupidità!”, dice la mia amica, mentre continua a ridere.

E qui potrebbe finire a schifìo ma la giovane cameriera non replica, forse non capisce che le hanno dato della stupida, o è bloccata dalla sorpresa, o le hanno detto che non deve litigare con i clienti. E penso che non è stata questa infelice a inventare il panino iconografico. Le hanno messo in bocca l’espressione. In questo istante, alle prese con due clienti oggettivamente stronzi, è la vittima di un sistema che la invia sul campo di battaglia a difendere i panini iconografici, come una volta i giovani andavano in guerra a difendere il Re.

E allora dico, “Intanto ordino io, vorrei un piatto Nordico”, così usciamo dall’impasse e segnalo alla mia amica che io vorrei mangiare.

E la mia amica in fondo è buona e dice, “Va bene, allora mi porti un Settebello”, ridendo ancora un po’.

La giovane cameriera annota tutto e se ne va.

Le belle idee che rimangono tali

Sono al cocktail di un’associazione e la conversazione cade sul problema delle belle idee, e cioè che se uno vuole realizzare tutte le belle idee che gli vengono perisce di esaurimento fisico e mentale. Questo è un problema perché una bella idea reclama per definizione di essere realizzata, mentre a volte la vita ti impone che una bella idea rimarrà tale. “Dovremmo fare la mostra delle belle idee!”, dice allora una signora, e non sta scherzando, perché questa è un’associazione in cui si organizzano le mostre.

Segue un attimo di silenzio in cui valutiamo questa mostra delle belle idee, che avrebbe un significato e abbondanza di materiale. La storia dell’umanità è ricca di belle idee che nessuno ha realizzato, perché il pensatore era privo dei mezzi o era già soddisfatto di avere concepito una bella idea, e sperava che qualcuno si sobbarcasse la fatica di metterla in atto. Ciò accade su scala piccola anche nel lavoro, dove incontri un mucchio di gente che ti lancia le belle idee sperando che le realizzi tu.

Di questo genere, se non proprio questi, sono i pensieri che ci attraversano la testa nell’attimo di silenzio. Dopo di che torniamo a bere e decidiamo che anche questa mostra è una bella idea che rimarrà tale.

Tragiche verità

Sto facendo il check up annuale, perché non sono un giovane virgulto, e se non sei un giovane virgulto devi tenerti sotto controllo, e sto parlando con la dottoressa, che guarda i miei esiti nel PC, e le dico “come sono”, e lei alza le spalle, sorride, e dice “ha un anno in più”, e siccome si sostiene che i medici non comunichino, che celino ai pazienti le tragiche verità, e fanno i corsi ai medici per imparare a parlare, credo che bisognerà iniziare a fargli anche quello per stare zitti.

I regali di Sky

Ho ricevuto una mail di Sky che si complimenta con me perché sono cliente da ben tre anni, e quindi mi fa un regalo.

Il regalo consiste in un credito ricaricabile da 10 €, che posso usare per esempio per le grandi anteprime dei film, che a me interessano, e la mail dice “il premio è già tuo”, clicca su questo link per richiederlo.

Io lo clicco e mi porta su una pagina di Sky. Qui non c’è il premio ma un panorama degli abbonati Sky, perché siamo di tanti tipi diversi, c’è l’abbonato da tre anni e quello da dieci, c’è chi ha tre pacchetti e chi ne ha quattro. Io allora cerco il caso mio, e lo trovo, e lì c’è un altro link per richiedere il premio. È già il secondo, mi dico, ma clicco ancora. Arrivo su un’altra pagina, che mi invita a cliccare un’ultima volta per ricevere la mail di conferma. E così faccio.

Dopo due minuti mi arriva la mail che mi concede il credito ricaricabile. Lì ho pensato che, visto che Sky voleva farmi un regalo, sarebbe stata più carina ad attivarmi tutto lei e mandarmi direttamente quest’ultima mail.

Stavo quasi per scrivere a Sky per esprimerle questo importante concetto, quando mi sono accorto che la mail dice, aspetta, ora manda un SMS a questo numero per usare il premio. Scrivi il messaggio in un formato fisso, dice, che è “PRE (spazio)#numero smartcard#(spazio) CODICE EVENTO”, e per il codice dell’evento premi il tasto “i” del telecomando di Sky, per entrare nell’area Primafila. La quale è un mondo, e non so che altro vorranno se entro lì, e ormai sospetto che sia una di quelle storie in cui alla fine ti risvegli al mattino in una camera d’albergo e ti manca un rene.