La gente che non ti parla

Leggevo di un sociologo americano che, agli inizi della sua carriera, si fece assumere come operaio in una fabbrica per studiare in incognito i fenomeni del lavoro. In questa fabbrica si producevano manufatti complicati, che richiedevano una certa destrezza. Si era perciò sviluppata nella fabbrica una cultura maschilista per cui i veri uomini erano quelli abili in quel lavoro. Il sociologo narrò che, finché non raggiunse anche lui la destrezza degli altri, nessuno in fabbrica lo degnò di una conversazione, a parte i giovani, che erano ancora più isolati di lui. Questa storia mi ha colpito perché anche a me capita a volte che qualcuno eviti di parlarmi. Allora mi immagino che gli sto antipatico, o che ho scelto un argomento sbagliato, oppure che l’ho preso in un momento in cui ha altre preoccupazioni, mentre magari sta solo pensando che non sono al suo livello.

Un problema alla volta

Uno dei consigli più stupidi che mi sento dire è quello di “affrontare un problema alla volta”. Purtroppo i problemi della vita, soprattutto quelli più importanti e difficili, sono tutti collegati fra loro. Questi collegamenti emergono proprio quando vorresti affrontare un problema limitato. Capita solo nei film hollywoodiani che, quando attacchi il cattivo, i suoi compari fanno da spettatori al vostro combattimento. La vita reale è più simile all’attaccare una folla. Tu vorresti cominciare picchiando un malcapitato ben preciso, ma appena lo fai gli altri membri della folla ti abbrancano e ne risulta una rissa generale. In genere soccombi. Così è con i problemi della vita: ne vuoi affrontare uno ma tutti gli altri ti saltano addosso.

Il pettegolezzo

Più avanzo negli anni e meno credo alla facciata che mi propone la gente, o per meglio dire mi è più facile riconoscerla come facciata, una presentazione scenica su cui è meglio che non mi faccia illusioni. Ci pensavo in particolare quando ho saputo che il giornalista americano Charlie Rose si comportava male con le donne. Di lui posso dirvi che guardavo sempre il suo programma su Bloomberg TV e lo trovavo il migliore intervistatore che avessi mai visto. Punto a, era sempre informatissimo sui temi che affrontava. Punto b, si serviva di questa informazione per un solo scopo, di fare domande intelligenti al suo ospite. Punto c, gli lasciava tutto il tempo per rispondere. Sapere e lasciare parlare gli altri. Quanti riescono a farlo, giornalisti o non? E inoltre Charlie Rose aveva un certo sguardo intenso, che ti faceva capire che ci teneva davvero ad ascoltare la risposta dell’ospite, e ti stimolava l’attenzione, se avevi un minimo di interesse per i temi. Devo dire, ora che so che Charlie Rose era uno sporcaccione mi viene facile immaginarmelo che dispiega questo sguardo intenso per altri fini. Non che avessi sospetti, non è che mentre lo vedevo su Bloomberg TV pensassi “ecco, magari Charlie Rose guarda le donne in questo modo e poi si apre la vestaglia”, tuttavia, dicevo, sono ormai abituato a pensare che ciò che la gente mi mostra è solo una facciata, la punta di un iceberg che magari sott’acqua non è bello da vedere. Inizio perciò a rivalutare un vizio che non mi è mai piaciuto, quello del pettegolezzo, in cui oggettivamente c’è malignità, perché il pettegolezzo mira sempre a scoprire i difetti del prossimo. Come diceva Bertrand Russell, nessuno spettegola mai sulle qualità segrete degli altri. Però, se amiamo la scienza e la filosofia perché cercano di guardare dietro i fenomeni della natura, e sono quindi profonde, bisogna ammettere che a sua volta il pettegolezzo guarda dietro le facciate delle persone, e quindi ha anch’esso una certa profondità.

I regali della selezione naturale

La selezione naturale ci ha fatto due bei regali. Il primo è la reazione automatica di paura verso ciò che ignoriamo. Ce l’ha fatto perché era più sicuro, quando sorse la nostra specie, che eccedessimo nella prudenza, il cui unico danno è di indurci a qualche cautela di troppo, invece che nell’imprudenza, che ci poteva far cadere fra le zampe delle bestie feroci. Il secondo è l’evaporazione veloce di qualunque sentimento di felicità che ci capita di sentire. La selezione naturale ha voluto che tale sentimento durasse minuti, o un’oretta, perché tornassimo presto a uno stato di insoddisfazione che ci obbliga a esplorare l’ambiente e a procurarci risorse. Ed è proprio questa esplorazione che ci porta ad incontrare ciò che non conosciamo, provocando la reazione automatica di paura. Così vedete come i due regali si leghino fra loro. Secondo me, questi due regali, nell’insieme, spiegano parecchio della fatica quotidiana di vivere.

La procrastinazione in corso d’opera

La procrastinazione classica, che in genere si chiama procrastinazione e basta, è una specie malsana di ostilità interiore all’iniziare un’attività, per cui poniamo devi scrivere una mail delicata, e ti metti invece a riordinare i cassetti, o a pulire il frigorifero, o a raddrizzare i quadri sui muri. Questa ostilità è malsana perché in genere sparisce una volta che inizi l’attività temuta, che si dimostra quasi sempre meno difficile di quanto pensassi, e anzi spesso la completi alla svelta, un po’ come accadde al famoso monaco che, incaricato dall’imperatore di disegnargli uno scorpione, si prese una settimana di riflessione. Poi disegnò lo scorpione in un secondo con un solo colpo di penna. La leggenda ci dice che la settimana gli servi per prepararsi ma è probabile che, in realtà, stesse solo procrastinando.

C’è poi un altro tipo di procrastinazione, che sorge dopo che hai iniziato l’attività, a volte anche in assenza di una procrastinazione classica precedente. Hai già svolto parte del lavoro, o sei persino vicino a concluderlo, ma senti un’ostilità a proseguire. I sintomi sono gli stessi della procrastinazione classica: riordini il cassetto, vai a raddrizzare i quadri, e così via. Propongo di chiamare questa ostilità a proseguire un lavoro già iniziato procrastinazione in corso d’opera.

Mentre la procrastinazione classica nasce dalla paura dell’attività, per il pensiero di non esserne all’altezza, o degli imprevisti che dall’attività possono derivare, credo che la procrastinazione in corso d’opera nasca da un’insoddisfazione della mente per la qualità del lavoro svolto. Stai scrivendo la mail e la mente si accorge che il tono è sbagliato, che ti abbandoni alle divagazioni, che il punto importante affoga in mezzo a mille parole inutili. Insomma stai scrivendo una schifezza. Allora la mente, con saggezza, ti invita ad allontanarti. Mentre sarai distratto da un’altra attività, lei elaborerà la mail sotto il livello della coscienza. Al momento giusto la mente ti richiamerà. Proprio mentre stai pulendo il frigorifero, ti capiterà di pensare, senza sforzo, quelle frasi felici che non riuscivi a trovare mentre scrivevi la mail.

Ritengo che le grandi idee sopraggiunte ai pensatori mentre facevano tutt’altro, poniamo mentre sedevano in una vasca da bagno, siano dovute a questo meccanismo. Nel momento magico, i pensatori si trovavano in quei posti a causa di una procrastinazione in corso d’opera. L’unico rischio di questo trucco, per il resto ammirevole, è che l’altra attività ti prenda troppo: sconsiglio di distrarsi andando a fare un giro sui social, dai quali spesso non si torna più, mentre insisterei sull’esempio che ho detto, quello di pulire il frigorifero.

L’atteggiamento apragmon

Gli antichi greci avevano un aggettivo, apragmon, per indicare coloro che non si immischiavano nelle questioni politiche. A volte il significato era negativo e per esempio ci resta una tirata di Pericle contro gli ateniesi apragmones, che a suo dire erano la rovina della città. Ma altre volte era positivo, tanto è vero che Ulisse, nella Repubblica di Platone, quando deve scegliere un’anima in cui reincarnarsi, cerca quella di un cittadino apragmon per non trovarsi a rivivere le ambizioni e le traversie ben note che furono narrate da Omero. Anche Socrate diceva che amava sì discutere del giusto e dell’ingiusto, ma solo in privato, mentre nelle dispute pubbliche preferiva essere apragmon.

Nella Grecia ellenistica il significato positivo si impose, specialmente per le persone abbienti, che avevano tutta la capacità di immischiarsi in politica per giovare ai loro interessi, e perciò si riteneva di lodarle se rimanevano apragmon. Così, venendo ai giorni nostri, si potrebbe dire che Silvio Berlusconi, quando decise di “scendere in campo”, abbandonò l’atteggiamento apragmon che aveva tenuto fino ad allora, anche se molti dicono che in realtà si immischiava nella politica italiana da molti anni. E se si vuole un esempio contrario, cioè dell’immischiarsi troppo, che i greci antichi chiamavano polupragmon, bisogna citare per forza Matteo Renzi, che soprattutto nei suoi giorni felici aveva una posizione da prendere su qualunque bega nazionale apparisse su Twitter.

Io di persona sono a favore dell’atteggiamento apragmon, anche nella politica d’ufficio o nella piccola politica delle relazioni familiari, e in generale in tutte le faccende in cui hai spazio per interventi che non sono realmente necessari. In ciò mi metto contro vento, perché oggi il pregiudizio è a favore dell’agire, c’è imprenditorialità, nel dubbio l’uomo moderno agisce, e la donna moderna anche, dopo di che si vantano di avere detto, di avere fatto, e che se non fosse stato per loro il mondo sarebbe andato a rotoli. È invece raro che qualcuno si vanti di essere stato zitto, di aver lasciato fare ad altri più capaci o di avere fatto una cosa buona solo perché ci era costretto.

Per me l’atteggiamento apragmon consiste nel sapere che i problemi del mondo non gravano tutti su di te, e che in ufficio, in una famiglia, in una comunità il lavoro si divide fra molti, e che le emozioni del momento che ti intimano di agire, di non accettare quella certa cosa, sono traditrici, perché potresti invece accettarla e abbandonarla alla polvere della storia. Con l’atteggiamento apragmon, è anche più facile che ti accorgi dei casi in cui occorre davvero che sia tu ad agire, perché purtroppo ci sono e sai da cosa te ne accorgi? Dal fatto che in quei casi non vorresti farlo. Hai la resistenza interiore. Ti metti a esplorare tutte le possibilità che hai per evitare di agire, e poi agisci, è solo a quel punto che ti viene di farlo, perché hai capito che nessuna di queste possibilità conserva il rispetto che hai per te stesso o per gli altri, e questi casi sono sempre abbastanza numerosi da riempire le giornate.

Aspasia e Pericle

Mi sono imbattuto in un passaggio delle Vite parallele, dove Plutarco narra che Pericle aveva completamente perso la testa per la bella Aspasia, e per spiegare ai lettori il punto cui il povero Pericle era arrivato, Plutarco scrive: “tutto preso da amore per Aspasia, Pericle andava a salutarla due volte al giorno, quando usciva di casa e quando rientrava”. E ho pensato che gli antichi greci avevano questo equilibrio meraviglioso in tutto ciò che facevano, nell’arte come nella vita quotidiana, ed è per questo che a distanza di millenni ci illuminano ancora, però avevano anche il grosso vantaggio di mancare di telefonini, perché altrimenti col cavolo che Pericle salutava Aspasia solo due volte al giorno.

I luoghi comuni

Ho letto un libro dove l’autore a un certo punto si mette a criticare i luoghi comuni e scrive una nota a piè di pagina con tutti quelli che bisogna evitare. Parte da “ricco sfondato”, continua con dozzine e dozzine di casi, e conclude con “capo dello stato”, “garante della costituzione”, e “arbitro imparziale”, perché in realtà la nota mira a criticare il nostro Mattarella, che a giudizio di questo autore non è un bravo presidente, perché infarcisce di luoghi comuni i discorsi che tiene alla nazione.

Anni fa mi obbligavo ad evitare i luoghi comuni, anche poniamo quando scrivevo una mail, e se per caso avevo sulla punta della penna un “pirata della strada” cercavo un’alternativa, lo facevo diventare un “guidatore pericoloso” o un “automobilista criminale”. Per mia fortuna questo periodo non durò e sono oggi persuaso che, delle tre espressioni che ho appena citato, la migliore è di gran lunga “pirata della strada”. Notate anche come scriva “di gran lunga” in tutta serenità.

“Pirata della strada” è la migliore perché se dici a qualcuno che è un pirata della strada gli lanci un’accusa precisa, gli fai un ritratto, e non solo come guidatore, gli dici anche che è un certo tipo ben noto di brutta persona. Sul “pirata della strada”, la comunità dei parlanti ha già concluso i lavori, ne ha stabilito il significato, i suoi confini empirici, per mezzo dell’applicazione ripetuta ai protagonisti della cronaca che si sono macchiati dei relativi delitti. Non c’è nessun motivo di riaprire la pratica e introdurre i guidatori pericolosi o gli automobilisti criminali, e di imporre al lettore la fatica di interpretare queste espressioni nuove, e questo al solo fine di gonfiare le tue piume di scrittore, perché vuoi fare il fenomeno che scrive le cose a modo suo.

Se c’è un problema è il luogo comune di pensiero, non quello di linguaggio. Quando scrivi “Garibaldi è un eroe nazionale” cadi nel luogo comune di pensiero e sprechi il tempo del lettore a dirglielo un’altra volta. Ma se scrivi “Renzi è un eroe nazionale” stai proponendo una novità, è un pensiero che probabilmente nessuno aveva mai pensato, a parte forse l’interessato. Al lettore questo pensiero potrà piacere o no, ma certo non dirà che lo avevano già informato, del fatto che Renzi è un eroe nazionale. A mio parere questo esempio dimostra che “eroe nazionale” è una valida espressione, anche se è un luogo comune di linguaggio, e può andare a inserirsi in pensieri interessanti, e che perciò non conta tanto come scrivi, o come parli, ma conta che pensi qualcosa che meriti di essere detto.

Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

L’asciugamano morbido

Stamattina ho sentito alla radio un’esperta di fitness che diceva che era un vero peccato che le donne non facessero ginnastica mentre erano in bagno, e quindi consigliava loro di procurarsi un asciugamano morbido, di farne una palla, di tenerlo stretto fra le ginocchia e fare poi certi movimenti salutari con le gambe, e questo nei momenti in cui si stavano truccando. E ho pensato che sarebbe stato bello essere nei bagni delle case italiane, per vedere quante ascoltatrici si mettevano a cercare un asciugamano morbido, e quante invece davano un pugno alla radio, perché calcolando la differenza si avrebbe un numero della salute mentale rimasta nella società in cui viviamo.