Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui coinvolti a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

Fonti. L’intervista alla ministra Valeria Fedeli, dove dice che conta molto anche sulle Olimpiadi dell’Italiano, cui parteciperanno solo gli studenti che sanno già scrivere.

La calligrafia

Scrivere a mano è un esempio di un fatto importante della vita, perché se ti metti a tirare dritte le linee, a chiudere i cerchi, a rispettare le distanze tra le lettere, a tracciare gli elementi di congiunzione e fai tutti gli altri sforzi simili di precisione, la tua scrittura diventa bella e si legge quasi come fosse un libro. Il fatto importante è che scrivere bene può sembrarti inutile, perché uno riesce a leggerti anche se scrivi un po’ come viene, e però se scrivi bene il risultato è diverso. E la vita in generale è così, le cose belle nascono facendo ciò che non è strettamente necessario.

L’anziano

All’anziano si deve rispetto perché ha combattuto molte battaglie, di cui alcune le ha vinte, e allora si merita l’ammirazione che si dà ai vincitori, e altre le ha perse, e allora si merita l’omaggio ai vinti. Inoltre l’anziano è vittima dell’età e gli spetta la compassione che dobbiamo alle vittime. Infine ci passeremo anche noi, nell’anzianità, e quindi occorre la saggezza di chi sa che non si è ancora cimentato in questa faccenda, e allora deve essere umile, e non dare affatto per scontato che lui saprebbe fare meglio, anche quando guardando l’anziano nota una diminuzione della vita e gli pare un po’ un dipinto di Francis Bacon.

Le mini-emergenze

I mezzi di comunicazione moderni ti portano i piccoli problemi che una volta la gente non ti trasmetteva perché era troppo faticoso farlo. Occorreva visitarti di persona, o scriverti una lettera, o telefonarti, e allora amici e colleghi ti disturbavano solo per i problemi seri, e con questo intendo quelli che erano abbastanza seri per loro da giustificare lo sforzo.

Oggi, che abbiamo le nuove tecnologie, i messaggini e le mail ti trasmettono richieste continue di soccorso, accompagnate da faccine sorridenti, con cui in qualche modo il mittente riconosce che il problema è minuscolo, e si permette di portartelo solo perché gli è facile farlo.

Così ogni giorno ti arriva una catena di mini-emergenze da cui è difficile difenderti, perché come fai a rifiutare un piccolo aiuto agli amici e ai colleghi? Se hai abbastanza amici e colleghi, la catena è tanto lunga che spendi tutto il giorno a risolverla, e arrivi a sera senza avere fatto nulla di importante. L’indomani ripeti.

Qualitativo

Sono in riunione e A dice “credo si possa fare qualcosa di qualitativo”. Io capisco che con “qualitativo” intende che si può fare qualcosa di alta qualità. Ma B risponde “certo, anche se devo dire che nella mia esperienza è importante una buona base di numeri”, perché deve avere inteso l’aggettivo nel senso che è comune in ricerca, dove si dice che un metodo è qualitativo quando sfrutta le informazioni verbali, le immagini, i filmati, la partecipazione diretta o qualunque altro dato che non sia una quantità.

Per un attimo penso di intervenire e sciogliere l’equivoco. Poi mi sovviene che non è bello correggere gli altri, e ancor meno procurare brutte figure alla gente nelle riunioni, e che B è di solito assai più sveglia di me, e quindi c’è una probabilità non nulla che a sbagliarmi sia io, e mentre penso tutto ciò A e B continuano a usare “qualitativo” a modo loro, e la discussione a quanto pare non subisce alcun danno, si crea anzi un clima amichevole, ed è da tempo che non partecipavo a una riunione così costruttiva, e si arriva persino a parlare dei soldi e A è tranquillo e dice che pagherà.

Ne concludo che nelle riunioni è meglio non essere troppo precisi.

E che a volte nella vita si può dare un grande contributo stando zitti.

Gomme da masticare

Siamo a pranzo con un dirigente di un’azienda che produce gomme da masticare. Questo dirigente ci dice che disgraziatamente le gomme da masticare sono in declino, la gente non le acquista più come faceva un tempo, e le cause sono molte, e uno dei nemici peggiori delle gomme da masticare è il telefonino, perché una volta i clienti in coda alle casse del supermercato si guardavano in giro per passare il tempo e a un certo punto notavano le gomme da masticare nell’avancassa. Da qui nasceva l’acquisto di impulso. Oggi invece i clienti in coda sono impegnati con il telefonino, e non si guardano attorno, e non si accorgono del ben di dio che c’è nell’avancassa, e così lasciano il supermercato senza gomme da masticare.

Un peccato non ideologico

Oggi ho letto i commenti della stampa sul papa che ha dato ai sacerdoti il potere di assolvere le donne dal peccato dell’aborto. Non ho trovato in nessuno di questi commenti quella che secondo me è la novità, e cioè che il papa ha deciso che l’aborto non è un peccato “ideologico”. I papi precedenti dipingevano la donna che abortiva come volesse schierarsi contro la vita in generale, e in favore dell’ateismo e del relativismo, mentre di solito una donna abortisce perché si trova ad affrontare certe realtà difficili in cui è andata a infilarsi, o che le sono successe per colpa di qualcun altro. L’ultimo pensiero che ha in testa è di prendere una posizione ideologica.

Il papa deve averlo capito e ha detto ai sacerdoti di trattare l’aborto come gli altri peccati, e di assolverlo in presenza dei criteri generali della riconciliazione. Prima, se una donna chiedeva l’assoluzione per l’aborto, i sacerdoti dovevano portare la pratica al vescovo, una procedura speciale che non era richiesta se, poniamo, la donna invece aveva ammazzato una persona adulta.

Preferisco molto questo papa ai papi precedenti che prendevano i gruppi di persone e dicevano loro, “voi siete le forze del male e lotterò contro di voi”. Questi papi fomentavano l’odio e le divisioni. Un papa che non fa ideologia invece si rende utile, perché se non siamo ideologici è più probabile che stringiamo accordi e riusciamo a vivere tutti insieme in un modo decente.

Ascoltate

In tanti dicono che l’ascolto è bello, e intendono in genere l’Ascolto con la A maiuscola, quello che porta alla comunione delle anime.

Io raccomando invece l’ascolto con la a minuscola, che è quello in cui stai ad ascoltare una persona mentre parla. Questo “stai a”, che sembra un brutto italiano, coglie il punto centrale: devi stare fermo, stare zitto e limitarti a raccogliere le informazioni, come se fossi una spia della Stasi.

A volte credi di ascoltare e invece hai smesso dopo le prime parole che l’altro sta dicendo. Ti è già partita in testa una tua elaborazione che nel 100% dei casi è sbagliata perché ti ha impedito di seguire tutto il resto che quella persona aveva da dire. La mancanza di ascolto comporta il “non capire un cazzo”, e scusate la parolaccia. Per inciso le parolacce sono spesso la conseguenza di un mancato ascolto, perché la gente le usa quando vuole la tua attenzione. Se ascolti, con la a minuscola, e raccogli le informazioni, capisci assai meglio ciò che un altro ti dice e poi succede anche che ci vai più d’accordo. Giudichiamo in genere l’intelligenza di una persona da come parla, ma bisognerebbe invece giudicarla da come agisce, ed è difficile che agisca in modo intelligente se non ha ascoltato.

E se inizi ad ascoltare la gente ti verrà di adottare lo stesso atteggiamento verso le cose, perché puoi ascoltare una stanza, puoi ascoltare una pianta di ulivo, e ti accorgi che il mondo ti parla, ed è pieno di fatti più interessanti delle fantasie che tieni nella testa.