Perché Bersani e D’Alema lasciano il PD

Sentiamo un’avversione naturale per coloro che ci criticano, ci rigettano, ci bocciano, o ci feriscono in altro modo nell’amor proprio. Detestiamo vederli dal momento esatto che lo fanno e, se per caso li amiamo, diventa decisamente un amore infelice. La ferita che subiamo si fissa alla loro persona, meccanicamente, anche se per caso sono i meri ambasciatori di verdetti altrui. Perciò si dice “ambasciator non porta pena”, per frenare se possibile la tendenza immediata ad odiarlo. Sembra che la critica fra i coniugi sia il precursore più probabile del divorzio, per via dell’avversione reciproca che genera. Personalmente sono della scuola di Prezzolini, che diceva “ho tanti rimproveri da farmi, e me li faccio da solo”, e mi sono sempre guardato dal frequentare chi tradisce il cenno più vago di volermi muovere delle critiche.

Pensavo tutto questo vedendo Bersani e D’Alema che abbandonano il PD, perché secondo me hanno dentro la ferita di quando Renzi proclamava che voleva “rottamarli”, che magari era una critica politica, ma psicologicamente dobbiamo pensare a cosa proveremmo a sentirci dire, più volte, e in pubblico, che siamo rottami da buttare via. È chiaro che in quei tempi Bersani e D’Alema svilupparono un’avversione. Sono rimasti nel partito per anni digrignando i denti ma ora la Corte Costituzionale ha cambiato la legge elettorale, aprendo uno spazio ai partitini. Bersani e D’Alema hanno finalmente potuto allontanarsi. Saranno raggianti.

Con ciò non intendo dire che Renzi abbia fatto un errore. Se davvero voleva rottamarli, ora sta portando a termine le sue intenzioni. Ma se invece teniamo a qualcuno dobbiamo ricordarci di non criticarlo mai, o di farlo con tutte le tenerezze, perché se no fisicamente o mentalmente se ne andrà da noi.

Poi bisognerebbe chiedersi se è normale che un partito segua le leggi psicologiche dei matrimoni. Può essere che sia per via della fine delle ideologie, perché una volta i militanti nei partiti volevano realizzare cose più grandi di loro, il comunismo, il progresso umano, il volere di Dio, mentre ora stanno nei partiti per realizzarsi come persone, per seguire una passione, come un altro poniamo si da alla cucina o alla barca a vela, e allora se si sentono infelici tutto è perduto.

Perché Trump ha vinto le elezioni

Ieri hanno insediato il nuovo presidente americano Trump. Fa ancora strano pensare che un uomo come lui ha vinto le elezioni di un grande paese. Io soprattutto non capivo perché la maggioranza delle donne bianche americane avesse votato per lui, che è un maschilista svergognato, invece della donna bianca americana che gli si opponeva. Un caso simile successe già alle presidenziali francesi del 2007, quando la maggioranza delle donne francesi votò Sarkozy, invece di Ségolène Royal.

Ma poi ho letto per caso su internet questa frase, che dice che gli uomini sposano le donne sperando che non cambino, e le donne sposano gli uomini sperando che cambino. E ho sentito alla radio una sostenitrice di Trump che diceva “ora che Trump è presidente, mi aspetto che si comporti come il grande uomo d’affari che è, e la smetta di twittare come un tredicenne”. Allora ho capito che le donne bianche americane hanno votato Trump sperando che cambi.

Probabilmente gli uomini bianchi americani l’hanno votato sperando che rimanga così com’è.

Fidel Castro e il Principio di Peter

Stamattina alla radio narravano la vita di Fidel Castro. Ho scoperto tanti episodi che per mia ignoranza non conoscevo: l’assalto alla caserma di Moncada, il periodo in carcere, l’esilio in Messico, gli anni durissimi della guerriglia, e ho capito che Fidel Castro fu davvero un grande rivoluzionario. Il resto della sua storia è probabilmente un esempio del Principio di Peter, secondo il quale una persona capace sale di grado fino a raggiungere una posizione in cui le mancano le competenze, che occuperà fino al termine della sua carriera. Vincendo la Revolución, Fidel Castro fu promosso da rivoluzionario a governante, e passò i successivi cinquant’anni a commettere errori.

Un peccato non ideologico

Oggi ho letto i commenti della stampa sul papa che ha dato ai sacerdoti il potere di assolvere le donne dal peccato dell’aborto. Non ho trovato in nessuno di questi commenti quella che secondo me è la novità, e cioè che il papa ha deciso che l’aborto non è un peccato ideologico. I papi precedenti dipingevano la donna che abortiva come volesse schierarsi contro la chiesa, contro i bambini, o contro la vita in generale, e in favore dell’ateismo e del relativismo, mentre di solito una donna abortisce perché si trova ad affrontare certe realtà difficili in cui è andata a infilarsi, o che le sono successe per colpa di qualcun altro, e l’ultimo pensiero che ha in testa è di prendere posizione su questo o su quel tema di ideologia.

Il papa deve averlo capito e ha detto ai sacerdoti di trattare l’aborto come gli altri peccati, e di assolverlo in presenza dei criteri generali della riconciliazione, mentre prima i sacerdoti dovevano portare la pratica al vescovo se una donna chiedeva l’assoluzione per l’aborto. C’era tutta una procedura speciale che il fedele non doveva affrontare se, poniamo, aveva ammazzato una persona adulta.

Il papa e io restiamo molto distanti sull’aborto e su altre questioni, ma lo preferisco ai papi precedenti che prendevano i gruppi di persone e dicevano loro, “voi siete le forze del male e io lotterò contro di voi”, che non è bello da sentirsi dire. Così questi papi fomentavano l’odio e le divisioni. Un papa che non fa ideologia invece si rende utile, perché ha una sua influenza sui cristiani, che sono tanti in tutto il mondo, e se non siamo ideologici è più probabile che stringiamo accordi e riusciamo a vivere tutti insieme in un modo decente.