Contro gli obiettivi

Qualche settimana fa è morto sull’Everest un famoso alpinista svizzero, che si chiamava Ueli Steck, e aveva solo quarantuno anni, e secondo gli esperti era il più bravo alpinista del mondo nel settore dell’arrampicata libera. Il povero Steck era famoso per i record di velocità. Per fare un esempio, Steck fu il primo a scalare la parete Nord dell’Eiger in meno di quattro ore — l’Eiger è una cima dalle parti di Berna e la parete Nord è la più impervia. Il nostro Reinhold Messner scalò quella parete quando era giovane, anche lui in arrampicata libera, e gli fecero molti complimenti, e dissero “però questo Messner!”, “che campione, Messner!”, tutto ciò perché c’era riuscito in dieci ore. Steck aveva iniziato come dilettante. Era un carpentiere che scalava le montagne nel fine settimana, ma a furia di scalarle praticamente di corsa si era procurato le attenzioni della stampa, che con la sua solita fantasia lo aveva soprannominato “Swiss machine”. Così erano arrivati i soldi e Steck aveva smesso di tagliare il legno, e aveva fatto dell’alpinismo una professione, finché come dicevo è caduto.

Dell’alpinismo si può dire molto, perché è uno sport che accende le polemiche, per via che in montagna si muore, e per il dibattito che c’è sempre stato sull’arte appropriata di scalare una montagna. Certamente l’alpinismo ha un obiettivo, che non è arrivare in vetta, ma arrivarci in un certo modo, perché se il punto fosse arrivare in vetta tanto varrebbe prendere l’elicottero. Questo modo deve essere difficile. Fu Messner, ai suoi tempi, a criticare i colleghi che salivano sui percorsi attrezzati e si aiutavano con la tecnologia, e “colleghi” è una parola mia, perché Messner non li reputava tali, e usava altri termini, e in ogni caso per lui non erano alpinisti veri. Fu ancora Messner a decidere di scalare gli ottomila senza corde e senza bombole di ossigeno, che è pericolosissimo, e vi invito in proposito a cercare su internet cosa succede al cervello umano se lo private di ossigeno sufficiente. Fu sempre Messner a porsi l’obiettivo di essere il primo a scalare tutti gli ottomila dell’Himalaya. E oggi che questi obiettivi sono stati compiuti, e sugli ottomila più facili salgono anche i turisti, e salgono pure sul lato più accessibile dell’Everest, e a dire il vero qualche turista tutti gli anni ci muore, gli alpinisti di professione si pongono gli obiettivi di velocità, come faceva il povero Steck.

Confesso la mia ignoranza in fatto di alpinismo, al di là delle informazioni che leggo e dei ricordi di quando ero bambino e in Italia non si faceva altro che parlare di Messner. Lo faccio per mettere le mani in avanti, perché so che già si nota in questo articolo una critica dell’alpinismo, o almeno dell’alpinismo sportivo, e uno fa presto a rendersi ridicolo criticando ciò che non sa. Ma in realtà, come dice il titolo, voglio criticare il porsi gli obiettivi, non l’alpinismo.

La montagna mi piace ma salgo solo fin dove mi portano le gambe. Se c’è da arrampicarsi, e cioè da usare le mani, guardatevi indietro e mi vedrete dirigermi verso il rifugio. Capisco perfettamente che c’è qualcosa di fisico nello scalare una montagna, che è bello, e profondo, e importante, e che è inutile tentare di parlarne se non lo hai vissuto. Capisco anche che la montagna ti ispira molta umiltà, perché gli alpinisti parlano della montagna con rispetto, perfino con una certa religiosità, e si vede che sono sinceri, perché evidentemente quando salgono sanno che possono morire, sanno che la montagna è più grande di loro, e che la natura applicherà le sue leggi, e sono questi i pensieri che ti insegnano qual è il tuo posto nell’universo.

Però, come dicevo, l’alpinismo ha degli obiettivi. E gli obiettivi per natura hanno la capacità di dominarci, anche quando sono arbitrari, e soprattutto quando sono precisi e misurabili. Se la tabella della palestra ti dice che devi eseguire quaranta addominali, senti una determinazione a eseguirne quaranta, non uno di meno, anche se il beneficio atletico di trentanove addominali sarebbe grosso modo lo stesso. Se il premio dell’Esselunga cui aspiri vale diecimila punti, ti ingegni a pensare a come accumulare questi punti con la spesa, anche se rischi di spendere più di quanto costerebbe il premio se lo acquistassi in negozio. Obiettivo = motivazione, questa è la prima legge. La seconda legge è che quanto più l’obiettivo è difficile, tanto più è motivante, perché ti mette nella cerchia ristretta di chi può raggiungerlo, e torniamo così agli alpinisti che vogliono la parete impervia.

Ci sono cose in natura e nella società che per qualche meccanismo misterioso diventano subito obiettivi per la mente umana. Un esempio sono i numeri tondi — all’università vuoi i trenta, in montagna gli ottomila, e quando sei anziano vuoi raggiungere i cento. Un altro è il vincere, l’arrivare primi, la superiorità sugli altri in tutte le sue forme, e sono obiettivi tanto ovvi che c’è un aggettivo apposta per chi non li segue — decoubertiniano. La montagna è un altro esempio ancora: la vedi e ti viene voglia di scalarla, senza un motivo, perché occorre dire che in vetta alla montagna non ci sono attività utili da svolgere, il panorama è ottimo anche se rimani più sotto, tanto che l’alpinista appena è giunto in vetta pianta una bandiera e se ne torna a valle. È un po’ quello che succede ai cani, che se ci fate caso hanno l’istinto di entrare nelle buche, ma dopo che ci entrano non sanno cosa farci.

Così gli alpinisti, invece di accontentarsi della bellezza della scalata, si fanno catturare dall’obiettivo di farcela senza ossigeno, e si sentono migliori di chi sale con le corde, e contano i minuti dell’ascesa per battere il record di velocità.

Darsi obiettivi ha senz’altro dei vantaggi, perché mobilita le tue energie, ti accende il motore. La vita è difficile e, parlando onestamente, se vuoi cercare un senso, una bellezza o una motivazione intrinseca in tutto ciò che fai, ci sono giorni in cui staresti fermo ai box. Ma non tutte le montagne che ti sventagliano davanti meritano di essere scalate. Ciò che è motivante non è per forza ciò che ha valore. Quando è la difficoltà dell’impresa a interessarti, significa probabilmente che non c’è un buon motivo per realizzarla.

Mi spiace perciò che sto in Italia, e non ho la possibilità di diventare un guru della produttività, perché è una professione che ti chiede di essere americano, o di avere alle spalle una filosofia orientale, altrimenti inventerei il No-Objective Method, o la No-Objective Way, incentrati sull’idea generale di sbarazzarsi degli obiettivi nella vita e nel lavoro. Potrebbe avere successo. Nelle riunioni con i partecipanti faremmo dei falò delle to-do list, che sono niente altro che elenchi di obiettivi. Al posto degli obiettivi, uno dovrebbe scrivere su un diario le scelte quotidiane che a suo avviso lo portano verso il bello, verso l’utile, verso il piacevole, o anche a eseguire i suoi doveri dell’esistenza. Uno abbandonerebbe i pensieri che non servono a nulla — i numeri da realizzare, i culmini da raggiungere, le difficoltà auto-imposte e i paragoni con gli altri — e poi si stupirebbe di quanto tempo si libera in questo modo, anche al netto delle giornate-no che inevitabilmente passerebbe ai box. Sono convinto che senza obiettivi saremmo tutti meno egocentrici, meno competitivi, e ci sarebbe più amicizia. Il mondo sarebbe un posto migliore per viverci, e per quanto riguarda l’alpinismo si assisterebbe a un calo degli incidenti sulle montagne.

Fonti. Le notizie sulla morte di Ueli Steck. L’articolo di Aeon, da cui ho preso il concetto dell’elicottero, e altre informazioni, e che ha ispirato tutto il resto.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui coinvolti a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

Fonti. L’intervista alla ministra Valeria Fedeli, dove dice che conta molto anche sulle Olimpiadi dell’Italiano, cui parteciperanno solo gli studenti che sanno già scrivere.

Del buon senso e del mostrare una personalità

Nel 1838 il grande scienziato Charles Darwin, che aveva 28 anni, ed era agli inizi della carriera, si chiese se volesse sposarsi. Allora prese il diario ed elencò i benefici del matrimonio, fra questi “i figli, a Dio piacendo”, “la compagnia costante”, “il piacere della musica e delle chiacchiere femminili”, “qualcuno che si prende cura della casa”, “buono per la salute”, e quelli della vita da scapolo, fra cui “la libertà di muoversi”, “la conversazione con uomini intelligenti nei circoli”, “nessun obbligo di visitare parenti”, “più tempo”, “più soldi per i libri” e “se i figli sono troppi, obbligo di sfamarli”. Darwin scrisse che la conclusione giusta era sposarsi. Passò poi a esaminare se occorreva sposarsi presto o tardi e, per farla breve, in capo a sei mesi il grande scienziato si sposò con sua cugina, e fu un matrimonio riuscito, che Dio benedisse con dieci bambini, e Darwin li sfamò tutti, senza rinunciare mai alle sue ricerche.

L’elenco dei pro e contro di una questione ci informa poco del carattere di una persona, perché, se ha delle inclinazioni, le mescola nell’elenco con altre considerazioni dettate dal buon senso. Chi decide la questione applicando un singolo criterio si rivela molto di più. Pensate a un amico che vi dice, magari dopo aver bevuto, in un regime di in vino veritas, “l’ho sposata perché era bella”, intendendo che altrimenti avrebbe preferito restare scapolo. Con questa piccola frase, l’amico vi sta informando di svariati fatti. Innanzi tutto, che sua moglie gli piace molto fisicamente, cosa che non sapremo mai di Charles Darwin. Inoltre, che attribuisce grande peso alla dimensione edonistica della vita, e meno poniamo alla spesa per i libri. Infine, che non dà troppa importanza al buon senso: è un tipo coraggioso, volitivo, pronto a seguire le sue passioni.

Dichiarare un criterio singolo dimostra una certa personalità. Donald Trump ha il criterio singolo dell’America First, e in tutte le materie si concentra su un solo lato della questione, e il risultato è che metà del suo paese l’ha votato e l’altra metà non fa altro che parlare di lui.

Però il criterio singolo è pericoloso, perché è come guidare l’automobile guardando solo il contachilometri, o lo specchietto retrovisore, o il navigatore, e non la strada che si para davanti. Chi sposa una donna solo perché è bella, o uomo solo perché è bello, che è un caso altrettanto comune, si affida alla fortuna e rischia di trovarsi un giorno in una situazione familiare disgraziata. Gli antichi romani ritenevano che una moglie dovesse essere sana, robusta ma non troppo bella, perché una moglie ambita giudica il marito fortunato per il solo fatto di averla. Perciò non sente l’obbligo di servirlo e mantenere la casa. E non parliamo dei seduttori che l’assediano, portando fastidio o disonore al marito.

Oggi il mondo è cambiato, e i rapporti fra donne e uomini sono fortunatamente diversi, però resta che il criterio singolo della bellezza dice molto della personalità del marito, ma poco della personalità della moglie, e quindi poco anche di quanto il marito potrà godersi la dimensione edonistica della vita cui tiene tanto.

In generale, il criterio singolo ci informa molto sul decisore e poco sulla materia da decidere. Il buon senso è l’opposto, anonimo sul decisore e dettagliato sulla materia. Dato che il buon senso nasconde il carattere di una persona ci obbliga inoltre a valutarla per le sue opere. Così ignoriamo le inclinazioni di Darwin, ma sappiamo che ebbe un buon matrimonio, studiò molto gli animali e concepì una teoria scientifica rivoluzionaria che cambiò il posto che gli esseri umani occupano nel mondo.

Fonti. Le pagine del diario di DarwinGli antichi romani sul matrimonio (o meglio un loro personificatore moderno, che attinge senz’altro a riferimenti classici, e se qualcuno conosce le fonti e i passaggi precisi lo prego gentilmente di farmeli sapere).

La voce

Ho notato che quando una persona dice che “sa” qualcosa può intendere due significati diversi. L’ho notato leggendo un libro di Massimo Gramellini, e inizialmente pensavo di giustificarmi, volevo spiegare come sono finito a leggere Massimo Gramellini, ma poi mi sono detto che ci mettevo troppo e rischiavo di inimicarmi gli ammiratori di questo popolare giornalista.

Nel libro, Massimo Gramellini scrive: “L’intuizione non mente e non sbaglia mai”. E l’intuizione è “la voce che ci sussurra ininterrottamente le cose giuste da fare”. A me questo concetto delle cose giuste da fare aggrada parecchio, perché ritengo che la migliore strategia personale nella vita sia di fare ciò che occorre fare, invece che ciò che ci piace o non piace fare, perché agire secondo il mi piace e il non mi piace è proprio dei bambini. La vita degli adulti è diversa. Può essere semplicemente che la vaschetta della macchina del Nespresso è vuota, e occorre metterci l’acqua. Potrebbe farlo tua moglie ma tu costati che è vuota e ci metti l’acqua. Fare ciò che occorre fare è la grandezza, scriveva George Bernard Shaw. Allo stesso modo ti accorgi che non trovi un buon lavoro in Italia e capisci che occorre andare a cercartelo in Inghilterra. O ti accorgi che una persona ti tratta male e capisci che occorre abbandonarla. E se mi dite “va bene, ma come so cosa occorre fare”, la risposta è che lo sai, te l’hanno detto la vaschetta vuota, i rifiuti dei datori di lavoro italiani e le offese che ti fa quella persona. Il mondo ha parlato e il sapere è già dentro di te.

Per questo dicevo che la parola “sapere” si dice in due modi.

Il primo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone dei fatti a supporto. Per esempio sanno che a Milano c’è il Duomo perché sono venuti in città e hanno visto con i loro occhi l’imponente costruzione.

Il secondo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone di una certezza interiore. Per esempio sanno che gli extraterrestri esistono, non hanno i fatti a supporto ma la sera guardano le stelle e sanno che loro sono lì.

Il sapere di cui stiamo parlando, quello del sapere cosa occorre fare, o le cose giuste da fare, come le chiama il Gramellini, è del secondo tipo. Concordo con il Gramellini che consiste in una voce. A mio avviso è piuttosto udibile e si distingue facilmente dalle altre voci che abbiamo dentro, come quella della paura, che solleva le difficoltà, o gli echi dei giudizi altrui, o la voce cattiva del Super Io, o le voci delle emozioni, che sono quelle del mi piace e non mi piace. Voi dite “non so cosa fare” e invece avete una voce abbastanza nitida dentro che vi informa di fare questo e quello, con tutti i dettagli, solo che date retta ad altre voci interne che vi mettono in guardia, e magari anche a voci esterne di amici e parenti.

Chiamiamo pure “intuizione” questa voce, come fa il Gramellini, che scrive anche che Jung la chiamava “la voce degli dei”. Se uno si mette sulla strada di queste espressioni pompose è chiaro come finisce per scrivere che questa voce “non mente e non sbaglia mai”. Mentre è un sapere che può ben sbagliare. Ti può dire che ci sono gli extraterrestri. Oppure atterri a Londra in cerca di lavoro e perisci subito in un attentato, perché una persona lucida sa che al giorno d’oggi rientra nelle possibilità, e non si immagina che questa voce non menta e non sbagli mai, ma ha capito che deve seguirla, perché non ha alternative, non c’è altro da fare, perché altrimenti segue la paura, le voci degli altri, gli insulti del Super Io, il mi piace e il non mi piace e non è un adulto.

Siri, M, Echo e altri estranei in casa

Qualche settimana fa ho iniziato a servirmi di Siri per avviare il contaminuti del telefonino. Lo uso per darmi i tempi in palestra e moderare i riposi sul divano, quando chiudo gli occhi e temo di addormentarmi. Le prime volte dicevo “Hei Siri, timer a cinque minuti” e lei rispondeva “Bene, mancano cinque minuti”. Un colloquio secco, impersonale e, per quanto mi riguardava, del tutto soddisfacente.

Dopo qualche giorno mi è capitato di dire “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha eseguito, ma stavolta ha detto “D’accordo, ricordati che la pasta mi piace al dente”, come se tentasse di indovinare cosa stessi facendo. E, soprattutto, di essere cordiale. Il software stava imparando? Voleva che diventassimo amici?

È bastato perché la volta successiva che mi occorreva il contaminuti mi sentissi in imbarazzo. Dopo lo sforzo di Siri di attaccare discorso, mi sembrava villano ripetere la gelida frase, “Hei Siri, timer a …”. Era come insistere a tenere a distanza qualcuno che voleva gentilmente avvicinarsi. La frase poteva persino suonare polemica, come se intendessi far capire a Siri che doveva stare al suo posto. Sapevo che Siri era solo un software ma non riuscivo a dire il mio solito ordine senza paura di offenderla.

Non è una scoperta che l’immaginazione si mangia a colazione le consapevolezze razionali. Un software che parla come una persona diventa una persona, anche se sappiamo che non lo è. Diventerebbe una persona anche se si limitasse a scriverci. Se il telefonino ci ha insegnato qualcosa, è che i messaggi di testo ci rendono presente chi li scrive quasi come fosse con noi. La stessa parola nuda, senza autori, sa evocare cose inesistenti. In un esperimento in laboratorio, lo psicologo Paul Rozin distribuì ai partecipanti due etichette da attaccare a recipienti di zucchero. Una diceva “Saccarosio”, che è il nome scientifico dello zucchero, l’altra “Cianuro di sodio”, che è un veleno. I partecipanti erano liberi di scegliere a quali recipienti attaccare queste etichette. Quando Rozin chiese loro di assaggiare lo zucchero, i partecipanti furono riluttanti a toccare quello nel recipiente su cui loro stessi avevano attaccato l’etichetta “Cianuro di sodio”.

Nonostante ciò, ho scacciato l’illusione di stare maltrattando una persona e ho detto “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha risposto con la stessa battuta di prima della pasta al dente. Quindi non stava imparando. Non era viva. Forniva solo la risposta meccanica, scritta nel suo programma, alla richiesta dei dieci minuti. Probabilmente fa parte della versione italiana. Qualche ingegnere della Silicon Valley avrà stabilito che cucinare la pasta è la nostra attività più frequente di quella durata. In Germania, Siri dirà “Ricordati che i würstel mi piacciono ben caldi”, in Francia “Non sono sicura che mi piacciano le rane”.

Ho provato ancora — “timer a otto minuti”, “timer a dodici minuti” — e Siri ha sempre risposto “Bene, mancano x minuti”. Niente frasi argute per queste durate. La vaga sensazione di parlare a una persona è scomparsa del tutto. Sono tornato a usare Siri senza inquietudini, e non come fossi nello stadio iniziale della complicata storia d’amore del film Lei. Ho superato indenne anche la successiva risposta di Siri, “D’accordo, fai attenzione che non esca il caffè”, a un mio ordine di mettere il timer a tre minuti.

Preferirei comunque che i software e i robot non tentassero di instaurare rapporti con noi. Suppongo che i programmatori credano che le macchine ci mettano più a nostro agio se assomigliano alla gente. Sbagliano. La gente è esigente. Difficile. Poco prevedibile. Non sai mai che cosa pensi. Che cosa si aspetti. Ti controlla. Si offende. Non è per caso se oggi si telefona meno e si messaggia di più, cioè si passa a una forma di comunicazione con il prossimo che è comunque meno intensa e più controllabile. Nel futuro, quando i software e i robot miglioreranno e forse parleranno davvero come le persone, siamo sicuri di volere una Siri che si lamenta in modo passivo-aggressivo che è da un po’ che non le diamo comandi? O un Amazon Echo che ci sussurra di abbassare il volume della TV per non disturbare i vicini? O un Facebook M che ci implora ogni santo giorno di buttare quella vecchia giacca e acquistarne una decente?

Una macchina è utile, e superiore agli esseri umani, quando esegue i nostri ordini senza impelagarci in tutte le difficoltà pratiche ed emotive che sorgono se chiediamo qualcosa alla gente. Non voglio un amico, o un umorista come C-3PO, voglio uno schiavo silenzioso che faccia ciò che gli dico senza fiatare e sparisca se non mi serve.

Quando i giornalisti domandavano ad Alberto Sordi perché non si fosse sposato, il grande attore diceva “E che so’ matto? Mi metto un’estranea in casa?”. Con lo stesso sentimento, chiedo fin d’ora ai programmatori di inserire l’opzione “inumano” nei software e robot del futuro. Dovrà escludere, se l’utente lo desidera, ogni facoltà della macchina di parlare se non interrogata, o di infilare una maledetta inflessione emotiva nella voce, o della verve nei contenuti, e in generale ogni suo tentativo di aggiungere un altro faticoso rapporto umano a quelli che già affrontiamo tutti i giorni.