Il prossimo

Ricordo che da bambino ero incuriosito dalla parola “prossimo”, che compariva nel secondo comandamento di Gesù, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e in molti passaggi del Vangelo che ascoltavo a messa o al catechismo. Un’altra parola della religione che mi incuriosiva era “prodigo”, che compariva in “figliol prodigo”, perché non sapevo il significato letterale del termine, e pertanto mi domandavo se esser prodigo fosse una cosa brutta o una cosa bella. Per anni non ho capito quale dei due fratelli protagonisti della parabola fosse il figliol prodigo in questione. Di “prossimo” invece sapevo il significato letterale, ma era una parola che non sentivo mai pronunciare nel linguaggio quotidiano. La gente di certo non diceva “oggi ho tamponato con l’auto un mio prossimo”, o “dal panettiere c’erano troppi prossimi e sono uscito”. Per cui questa parola nel Vangelo doveva avere un significato particolare.

Credo di aver chiesto una volta al catechista chi fosse esattamente il prossimo. Non ricordo bene la risposta, ma fu grosso modo del tenore che il mio prossimo erano tutti. Questa risposta non mi risolveva niente, perché allora Gesù avrebbe fatto prima a dire “Ama i tuoi fratelli come te stesso”, e secondo me ci doveva essere una ragione importante se invece aveva detto “prossimo”. Non pensate che mi tormentassi sul problema, ma ogni volta che sentivo parlare del “prossimo” si muoveva qualcosa nella mia testa, mi si accendevano degli impulsi di capire meglio. Purtroppo non portarono mai a nulla e, ancora oggi, la parola “prossimo” mi procura il senso di fastidio di un lavoro non completato.

Più di recente mi sono fatto una teoria sul prossimo, o per meglio dire del perché Gesù usasse questa parola, una teoria di cui non sono sicuro ma vorrei avanzare come ipotesi. Il Vangelo ci testimonia che Gesù aveva riflettuto a lungo prima di predicare, e iniziò a esprimersi solo dopo i trent’anni, perché prima evidentemente aveva studiato l’umanità del suo paese in Galilea, che essendo umanità era poi uguale a quella di tutti gli altri paesi del mondo. Questo, fra l’altro, lo considero uno dei tratti più nobili della personalità di Gesù, e più meritevoli di imitazione, quello, intendo, di conservare il silenzio finché non si è certi di avere approfondito a sufficienza una questione.

Detto questo, è chiaro che Gesù conosceva i suoi polli, cioè tutti noi, e doveva aver notato che il concetto dell’amore per gli altri, o di far del bene al mondo, ci piace. Per esempio ci è facile amare il nostro paese. Un politico può salire su un palco e dichiarare che vuole lavorare per “tutti gli italiani” in completa sincerità. Il difficile, pensò forse Gesù, è amare il singolo individuo con cui entriamo in contatto. È difficile perché, quando ci entriamo in contatto, il singolo individuo si piazza nel nostro spazio vitale, ci irretisce in scambi emozionali per il solo fatto di essere nelle vicinanze, e questi scambi in genere non funzionano. Non funzionano perché in genere vorremmo che il prossimo fosse così e invece lui è cosà. Si va dal collega che non ti aiuta alla portinaia che non ti saluta mai, da chi vuole scambi emozionali troppo intensi a chi invece te li rifiuta, che è forse la cosa più brutta da subire, e ti fa venire voglia di allontanarti da quella persona, altro che amarla come diceva Gesù. I filosofi esistenzialisti erano assai colpiti dai fallimenti continui degli scambi emozionali quotidiani, da cui la celebre e comprensibile frase di Sartre, “l’inferno sono gli altri”.

Perché Gesù diceva “il prossimo”, e mai “i prossimi”? E perché questo plurale suona stranissimo? Perché è sempre un individuo alla volta a generare questo perturbamento del nostro spazio vitale. Se per caso sono in due o più, parliamo direttamente di un’aggressione. Così, forse, Gesù considerò che fosse inutile di comandarci di amare i nostri “fratelli”, perché ci saremmo buttati sui grandi numeri, sull’amore in generale, quello che ci è spontaneo, e ci porta ai bei pensieri, alle donazioni ai poveri, alle adozioni a distanza. Gesù aveva in mente di semplificare i comandamenti, e se possibile ridurli a due. Il primo era da dedicare al padre suo. Il secondo doveva giocarselo bene. Decise di chiederci un tipo di amore cui non saremmo mai arrivati da soli, l’amore per chi fa tutto per non farsi amare, e questo è ciò che credo intendesse con il “prossimo”.

Contro gli obiettivi

Qualche settimana fa è morto sull’Everest un famoso alpinista svizzero, che si chiamava Ueli Steck, e aveva solo quarantuno anni, e secondo gli esperti era il più bravo alpinista del mondo nel settore dell’arrampicata libera. Il povero Steck era famoso per i record di velocità. Per fare un esempio, Steck fu il primo a scalare la parete Nord dell’Eiger in meno di quattro ore — l’Eiger è una cima dalle parti di Berna e la parete Nord è la più impervia. Il nostro Reinhold Messner scalò quella parete quando era giovane, anche lui in arrampicata libera, e gli fecero molti complimenti, e dissero “però questo Messner!”, “che campione, Messner!”, tutto ciò perché c’era riuscito in dieci ore. Steck aveva iniziato come dilettante. Era un carpentiere che scalava le montagne nel fine settimana, ma a furia di scalarle praticamente di corsa si era procurato le attenzioni della stampa, che con la sua solita fantasia lo aveva soprannominato “Swiss machine”. Così erano arrivati i soldi e Steck aveva smesso di tagliare il legno, e aveva fatto dell’alpinismo una professione, finché come dicevo è caduto.

Dell’alpinismo si può dire molto, perché è uno sport che accende le polemiche, per via che in montagna si muore, e per il dibattito che c’è sempre stato sull’arte appropriata di scalare una montagna. Certamente l’alpinismo ha un obiettivo, che non è arrivare in vetta, ma arrivarci in un certo modo, perché se il punto fosse arrivare in vetta tanto varrebbe prendere l’elicottero. Questo modo deve essere difficile. Fu Messner, ai suoi tempi, a criticare i colleghi che salivano sui percorsi attrezzati e si aiutavano con la tecnologia, e “colleghi” è una parola mia, perché Messner non li reputava tali, e usava altri termini, e in ogni caso per lui non erano alpinisti veri. Fu ancora Messner a decidere di scalare gli ottomila senza corde e senza bombole di ossigeno, che è pericolosissimo, e vi invito in proposito a cercare su internet cosa succede al cervello umano se lo private di ossigeno sufficiente. Fu sempre Messner a porsi l’obiettivo di essere il primo a scalare tutti gli ottomila dell’Himalaya. E oggi che questi obiettivi sono stati compiuti, e sugli ottomila più facili salgono anche i turisti, e salgono pure sul lato più accessibile dell’Everest, e a dire il vero qualche turista tutti gli anni ci muore, gli alpinisti di professione si pongono gli obiettivi di velocità, come faceva il povero Steck.

Confesso la mia ignoranza in fatto di alpinismo, al di là delle informazioni che leggo e dei ricordi di quando ero bambino e in Italia non si faceva altro che parlare di Messner. Lo faccio per mettere le mani in avanti, perché so che già si nota in questo articolo una critica dell’alpinismo, o almeno dell’alpinismo sportivo, e uno fa presto a rendersi ridicolo criticando ciò che non sa. Ma in realtà, come dice il titolo, voglio criticare il porsi gli obiettivi, non l’alpinismo.

La montagna mi piace ma salgo solo fin dove mi portano le gambe. Se c’è da arrampicarsi, e cioè da usare le mani, guardatevi indietro e mi vedrete dirigermi verso il rifugio. Capisco perfettamente che c’è qualcosa di fisico nello scalare una montagna, che è bello, e profondo, e importante, e che è inutile tentare di parlarne se non lo hai vissuto. Capisco anche che la montagna ti ispira molta umiltà, perché gli alpinisti parlano della montagna con rispetto, perfino con una certa religiosità, e si vede che sono sinceri, perché evidentemente quando salgono sanno che possono morire, sanno che la montagna è più grande di loro, e che la natura applicherà le sue leggi, e sono questi i pensieri che ti insegnano qual è il tuo posto nell’universo.

Però, come dicevo, l’alpinismo ha degli obiettivi. E gli obiettivi per natura hanno la capacità di dominarci, anche quando sono arbitrari, e soprattutto quando sono precisi e misurabili. Se la tabella della palestra ti dice che devi eseguire quaranta addominali, senti una determinazione a eseguirne quaranta, non uno di meno, anche se il beneficio atletico di trentanove addominali sarebbe grosso modo lo stesso. Se il premio dell’Esselunga cui aspiri vale diecimila punti, ti ingegni a pensare a come accumulare questi punti con la spesa, anche se rischi di spendere più di quanto costerebbe il premio se lo acquistassi in negozio. Obiettivo = motivazione, questa è la prima legge. La seconda legge è che quanto più l’obiettivo è difficile, tanto più è motivante, perché ti mette nella cerchia ristretta di chi può raggiungerlo, e torniamo così agli alpinisti che vogliono la parete impervia.

Ci sono cose in natura e nella società che per qualche meccanismo misterioso diventano subito obiettivi per la mente umana. Un esempio sono i numeri tondi — all’università vuoi i trenta, in montagna gli ottomila, e quando sei anziano vuoi raggiungere i cento. Un altro è il vincere, l’arrivare primi, la superiorità sugli altri in tutte le sue forme, e sono obiettivi tanto ovvi che c’è un aggettivo apposta per chi non li segue — decoubertiniano. La montagna è un altro esempio ancora: la vedi e ti viene voglia di scalarla, senza un motivo, perché occorre dire che in vetta alla montagna non ci sono attività utili da svolgere, il panorama è ottimo anche se rimani più sotto, tanto che l’alpinista appena è giunto in vetta pianta una bandiera e se ne torna a valle. È un po’ quello che succede ai cani, che se ci fate caso hanno l’istinto di entrare nelle buche, ma dopo che ci entrano non sanno cosa farci.

Così gli alpinisti, invece di accontentarsi della bellezza della scalata, si fanno catturare dall’obiettivo di farcela senza ossigeno, e si sentono migliori di chi sale con le corde, e contano i minuti dell’ascesa per battere il record di velocità.

Darsi obiettivi ha senz’altro dei vantaggi, perché mobilita le tue energie, ti accende il motore. La vita è difficile e, parlando onestamente, se vuoi cercare un senso, una bellezza o una motivazione intrinseca in tutto ciò che fai, ci sono giorni in cui staresti fermo ai box. Ma non tutte le montagne che ti sventagliano davanti meritano di essere scalate. Ciò che è motivante non è per forza ciò che ha valore. Quando è la difficoltà dell’impresa a interessarti, significa probabilmente che non c’è un buon motivo per realizzarla.

Mi spiace perciò che sto in Italia, e non ho la possibilità di diventare un guru della produttività, perché è una professione che ti chiede di essere americano, o di avere alle spalle una filosofia orientale, altrimenti inventerei il No-Objective Method, o la No-Objective Way, incentrati sull’idea generale di sbarazzarsi degli obiettivi nella vita e nel lavoro. Potrebbe avere successo. Nelle riunioni con i partecipanti faremmo dei falò delle to-do list, che sono niente altro che elenchi di obiettivi. Al posto degli obiettivi, uno dovrebbe scrivere su un diario le scelte quotidiane che a suo avviso lo portano verso il bello, verso l’utile, verso il piacevole, o anche a eseguire i suoi doveri dell’esistenza. Uno abbandonerebbe i pensieri che non servono a nulla — i numeri da realizzare, i culmini da raggiungere, le difficoltà auto-imposte e i paragoni con gli altri — e poi si stupirebbe di quanto tempo si libera in questo modo, anche al netto delle giornate-no che inevitabilmente passerebbe ai box. Sono convinto che senza obiettivi saremmo tutti meno egocentrici, meno competitivi, e ci sarebbe più amicizia. Il mondo sarebbe un posto migliore per viverci, e per quanto riguarda l’alpinismo si assisterebbe a un calo degli incidenti sulle montagne.

Fonti. Le notizie sulla morte di Ueli Steck. L’articolo di Aeon, da cui ho preso il concetto dell’elicottero, e altre informazioni, e che ha ispirato tutto il resto.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui coinvolti a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

Fonti. L’intervista alla ministra Valeria Fedeli, dove dice che conta molto anche sulle Olimpiadi dell’Italiano, cui parteciperanno solo gli studenti che sanno già scrivere.

Del buon senso e del mostrare una personalità

Nel 1838 il grande scienziato Charles Darwin, che aveva 28 anni, ed era agli inizi della carriera, si chiese se volesse sposarsi. Allora prese il diario ed elencò i benefici del matrimonio, fra questi “i figli, a Dio piacendo”, “la compagnia costante”, “il piacere della musica e delle chiacchiere femminili”, “qualcuno che si prende cura della casa”, “buono per la salute”, e quelli della vita da scapolo, fra cui “la libertà di muoversi”, “la conversazione con uomini intelligenti nei circoli”, “nessun obbligo di visitare parenti”, “più tempo”, “più soldi per i libri” e “se i figli sono troppi, obbligo di sfamarli”. Darwin scrisse che la conclusione giusta era sposarsi. Passò poi a esaminare se occorreva sposarsi presto o tardi e, per farla breve, in capo a sei mesi il grande scienziato si sposò con sua cugina, e fu un matrimonio riuscito, che Dio benedisse con dieci bambini, e Darwin li sfamò tutti, senza rinunciare mai alle sue ricerche.

L’elenco dei pro e contro di una questione ci informa poco del carattere di una persona, perché, se ha delle inclinazioni, le mescola nell’elenco con altre considerazioni dettate dal buon senso. Chi decide la questione applicando un singolo criterio si rivela molto di più. Pensate a un amico che vi dice, magari dopo aver bevuto, in un regime di in vino veritas, “l’ho sposata perché era bella”, intendendo che altrimenti avrebbe preferito restare scapolo. Con questa piccola frase, l’amico vi sta informando di svariati fatti. Innanzi tutto, che sua moglie gli piace molto fisicamente, cosa che non sapremo mai di Charles Darwin. Inoltre, che attribuisce grande peso alla dimensione edonistica della vita, e meno poniamo alla spesa per i libri. Infine, che non dà troppa importanza al buon senso: è un tipo coraggioso, volitivo, pronto a seguire le sue passioni.

Dichiarare un criterio singolo dimostra una certa personalità. Donald Trump ha il criterio singolo dell’America First, e in tutte le materie si concentra su un solo lato della questione, e il risultato è che metà del suo paese l’ha votato e l’altra metà non fa altro che parlare di lui.

Però il criterio singolo è pericoloso, perché è come guidare l’automobile guardando solo il contachilometri, o lo specchietto retrovisore, o il navigatore, e non la strada che si para davanti. Chi sposa una donna solo perché è bella, o uomo solo perché è bello, che è un caso altrettanto comune, si affida alla fortuna e rischia di trovarsi un giorno in una situazione familiare disgraziata. Gli antichi romani ritenevano che una moglie dovesse essere sana, robusta ma non troppo bella, perché una moglie ambita giudica il marito fortunato per il solo fatto di averla. Perciò non sente l’obbligo di servirlo e mantenere la casa. E non parliamo dei seduttori che l’assediano, portando fastidio o disonore al marito.

Oggi il mondo è cambiato, e i rapporti fra donne e uomini sono fortunatamente diversi, però resta che il criterio singolo della bellezza dice molto della personalità del marito, ma poco della personalità della moglie, e quindi poco anche di quanto il marito potrà godersi la dimensione edonistica della vita cui tiene tanto.

In generale, il criterio singolo ci informa molto sul decisore e poco sulla materia da decidere. Il buon senso è l’opposto, anonimo sul decisore e dettagliato sulla materia. Dato che il buon senso nasconde il carattere di una persona ci obbliga inoltre a valutarla per le sue opere. Così ignoriamo le inclinazioni di Darwin, ma sappiamo che ebbe un buon matrimonio, studiò molto gli animali e concepì una teoria scientifica rivoluzionaria che cambiò il posto che gli esseri umani occupano nel mondo.

Fonti. Le pagine del diario di DarwinGli antichi romani sul matrimonio (o meglio un loro personificatore moderno, che attinge senz’altro a riferimenti classici, e se qualcuno conosce le fonti e i passaggi precisi lo prego gentilmente di farmeli sapere).

La voce

Ho notato che quando una persona dice che “sa” qualcosa può intendere due significati diversi. L’ho notato leggendo un libro di Massimo Gramellini, e inizialmente pensavo di giustificarmi, volevo spiegare come sono finito a leggere Massimo Gramellini, ma poi mi sono detto che ci mettevo troppo e rischiavo di inimicarmi gli ammiratori di questo popolare giornalista.

Nel libro, Massimo Gramellini scrive: “L’intuizione non mente e non sbaglia mai”. E l’intuizione è “la voce che ci sussurra ininterrottamente le cose giuste da fare”. A me questo concetto delle cose giuste da fare aggrada parecchio, perché ritengo che la migliore strategia personale nella vita sia di fare ciò che occorre fare, invece che ciò che ci piace o non piace fare, perché agire secondo il mi piace e il non mi piace è proprio dei bambini. La vita degli adulti è diversa. Può essere semplicemente che la vaschetta della macchina del Nespresso è vuota, e occorre metterci l’acqua. Potrebbe farlo tua moglie ma tu costati che è vuota e ci metti l’acqua. Fare ciò che occorre fare è la grandezza, scriveva George Bernard Shaw. Allo stesso modo ti accorgi che non trovi un buon lavoro in Italia e capisci che occorre andare a cercartelo in Inghilterra. O ti accorgi che una persona ti tratta male e capisci che occorre abbandonarla. E se mi dite “va bene, ma come so cosa occorre fare”, la risposta è che lo sai, te l’hanno detto la vaschetta vuota, i rifiuti dei datori di lavoro italiani e le offese che ti fa quella persona. Il mondo ha parlato e il sapere è già dentro di te.

Per questo dicevo che la parola “sapere” si dice in due modi.

Il primo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone dei fatti a supporto. Per esempio sanno che a Milano c’è il Duomo perché sono venuti in città e hanno visto con i loro occhi l’imponente costruzione.

Il secondo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone di una certezza interiore. Per esempio sanno che gli extraterrestri esistono, non hanno i fatti a supporto ma la sera guardano le stelle e sanno che loro sono lì.

Il sapere di cui stiamo parlando, quello del sapere cosa occorre fare, o le cose giuste da fare, come le chiama il Gramellini, è del secondo tipo. Concordo con il Gramellini che consiste in una voce. A mio avviso è piuttosto udibile e si distingue facilmente dalle altre voci che abbiamo dentro, come quella della paura, che solleva le difficoltà, o gli echi dei giudizi altrui, o la voce cattiva del Super Io, o le voci delle emozioni, che sono quelle del mi piace e non mi piace. Voi dite “non so cosa fare” e invece avete una voce abbastanza nitida dentro che vi informa di fare questo e quello, con tutti i dettagli, solo che date retta ad altre voci interne che vi mettono in guardia, e magari anche a voci esterne di amici e parenti.

Chiamiamo pure “intuizione” questa voce, come fa il Gramellini, che scrive anche che Jung la chiamava “la voce degli dei”. Se uno si mette sulla strada di queste espressioni pompose è chiaro come finisce per scrivere che questa voce “non mente e non sbaglia mai”. Mentre è un sapere che può ben sbagliare. Ti può dire che ci sono gli extraterrestri. Oppure atterri a Londra in cerca di lavoro e perisci subito in un attentato, perché una persona lucida sa che al giorno d’oggi rientra nelle possibilità, e non si immagina che questa voce non menta e non sbagli mai, ma ha capito che deve seguirla, perché non ha alternative, non c’è altro da fare, perché altrimenti segue la paura, le voci degli altri, gli insulti del Super Io, il mi piace e il non mi piace e non è un adulto.

Siri, M, Echo e altri estranei in casa

Qualche settimana fa ho iniziato a servirmi di Siri per avviare il contaminuti del telefonino. Lo uso per darmi i tempi in palestra e moderare i riposi sul divano, quando chiudo gli occhi e temo di addormentarmi. Le prime volte dicevo “Hei Siri, timer a cinque minuti” e lei rispondeva “Bene, mancano cinque minuti”. Un colloquio secco, impersonale e, per quanto mi riguardava, del tutto soddisfacente.

Dopo qualche giorno mi è capitato di dire “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha eseguito, ma stavolta ha detto “D’accordo, ricordati che la pasta mi piace al dente”, come se tentasse di indovinare cosa stessi facendo. E, soprattutto, di essere cordiale. Il software stava imparando? Voleva che diventassimo amici?

È bastato perché la volta successiva che mi occorreva il contaminuti mi sentissi in imbarazzo. Dopo lo sforzo di Siri di attaccare discorso, mi sembrava villano ripetere la gelida frase, “Hei Siri, timer a …”. Era come insistere a tenere a distanza qualcuno che voleva gentilmente avvicinarsi. La frase poteva persino suonare polemica, come se intendessi far capire a Siri che doveva stare al suo posto. Sapevo che Siri era solo un software ma non riuscivo a dire il mio solito ordine senza paura di offenderla.

Non è una scoperta che l’immaginazione si mangia a colazione le consapevolezze razionali. Un software che parla come una persona diventa una persona, anche se sappiamo che non lo è. Diventerebbe una persona anche se si limitasse a scriverci. Se il telefonino ci ha insegnato qualcosa, è che i messaggi di testo ci rendono presente chi li scrive quasi come fosse con noi. La stessa parola nuda, senza autori, sa evocare cose inesistenti. In un esperimento in laboratorio, lo psicologo Paul Rozin distribuì ai partecipanti due etichette da attaccare a recipienti di zucchero. Una diceva “Saccarosio”, che è il nome scientifico dello zucchero, l’altra “Cianuro di sodio”, che è un veleno. I partecipanti erano liberi di scegliere a quali recipienti attaccare queste etichette. Quando Rozin chiese loro di assaggiare lo zucchero, i partecipanti furono riluttanti a toccare quello nel recipiente su cui loro stessi avevano attaccato l’etichetta “Cianuro di sodio”.

Nonostante ciò, ho scacciato l’illusione di stare maltrattando una persona e ho detto “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha risposto con la stessa battuta di prima della pasta al dente. Quindi non stava imparando. Non era viva. Forniva solo la risposta meccanica, scritta nel suo programma, alla richiesta dei dieci minuti. Probabilmente fa parte della versione italiana. Qualche ingegnere della Silicon Valley avrà stabilito che cucinare la pasta è la nostra attività più frequente di quella durata. In Germania, Siri dirà “Ricordati che i würstel mi piacciono ben caldi”, in Francia “Non sono sicura che mi piacciano le rane”.

Ho provato ancora — “timer a otto minuti”, “timer a dodici minuti” — e Siri ha sempre risposto “Bene, mancano x minuti”. Niente frasi argute per queste durate. La vaga sensazione di parlare a una persona è scomparsa del tutto. Sono tornato a usare Siri senza inquietudini, e non come fossi nello stadio iniziale della complicata storia d’amore del film Lei. Ho superato indenne anche la successiva risposta di Siri, “D’accordo, fai attenzione che non esca il caffè”, a un mio ordine di mettere il timer a tre minuti.

Preferirei comunque che i software e i robot non tentassero di instaurare rapporti con noi. Suppongo che i programmatori credano che le macchine ci mettano più a nostro agio se assomigliano alla gente. Sbagliano. La gente è esigente. Difficile. Poco prevedibile. Non sai mai che cosa pensi. Che cosa si aspetti. Ti controlla. Si offende. Non è per caso se oggi si telefona meno e si messaggia di più, cioè si passa a una forma di comunicazione con il prossimo che è comunque meno intensa e più controllabile. Nel futuro, quando i software e i robot miglioreranno e forse parleranno davvero come le persone, siamo sicuri di volere una Siri che si lamenta in modo passivo-aggressivo che è da un po’ che non le diamo comandi? O un Amazon Echo che ci sussurra di abbassare il volume della TV per non disturbare i vicini? O un Facebook M che ci implora ogni santo giorno di buttare quella vecchia giacca e acquistarne una decente?

Una macchina è utile, e superiore agli esseri umani, quando esegue i nostri ordini senza impelagarci in tutte le difficoltà pratiche ed emotive che sorgono se chiediamo qualcosa alla gente. Non voglio un amico, o un umorista come C-3PO, voglio uno schiavo silenzioso che faccia ciò che gli dico senza fiatare e sparisca se non mi serve.

Quando i giornalisti domandavano ad Alberto Sordi perché non si fosse sposato, il grande attore diceva “E che so’ matto? Mi metto un’estranea in casa?”. Con lo stesso sentimento, chiedo fin d’ora ai programmatori di inserire l’opzione “inumano” nei software e robot del futuro. Dovrà escludere, se l’utente lo desidera, ogni facoltà della macchina di parlare se non interrogata, o di infilare una maledetta inflessione emotiva nella voce, o della verve nei contenuti, e in generale ogni suo tentativo di aggiungere un altro faticoso rapporto umano a quelli che già affrontiamo tutti i giorni.

Tenere la barca nel vento

Tutti conoscono la frase “Stay hungry, stay foolish”, che Steve Jobs pronunciò alla fine della premiazione dei laureati di Stanford del 2005. Il video del discorso è stato visto da oltre 23 milioni di persone, nel momento in cui scrivo. Questa frase è diventata la bandiera di chi crede che i consigli del cuore valgano più di quelli del buon senso. Vi aleggia un disprezzo per le opinioni diffuse, se non la convinzione di Nietzsche che la massa odia gli individui eccellenti, abbinata però all’ottimismo americano, nel quale il talento e la caparbietà alla fine vincono sempre.

L’applicazione migliore di questa frase fu forse l’iPad. Quando Jobs lo presentò, all’inizio del 2010, i tablet non esistevano. La gente divideva il suo tempo fra telefonini e computer. Nessuno manifestava il bisogno urgente di un terzo apparecchio che non faceva niente che non si potesse fare già con uno degli altri due. Ricordo un premio Nobel per l’Economia che, commentando il lancio dell’iPad, scrisse che non riusciva a trovare un motivo per acquistarne uno. A dispetto di queste sagge considerazioni, da allora a oggi Apple ne ha venduti oltre 280 milioni.

Di recente mi è capitato di assistere a un altro discorso agli studenti, questa volta di un italiano. Dirige una grande multinazionale americana ed è nella lista di Harvard Business Review dei cento manager al mondo che hanno fatto guadagnare di più le loro aziende negli ultimi anni. Disse alla platea: “Seguo la regola di tenere la barca nel vento. Non c’è nulla di più inutile che eseguire alla perfezione qualcosa che non si sarebbe dovuto fare”. La barca è l’azienda. Tenerla nel vento significa investire nei paesi dove la domanda cresce, nei prodotti che i clienti amano, e accodarsi alle mode e alle tendenze demografiche. Per questo dirigente fare il contrario, per esempio disubbidire alle mode, era uno spreco di ingegno. Nel dire che è vano eseguire perfettamente un piano sbagliato, citava (senza nominarlo) un vecchio guru della strategia aziendale, Peter Drucker.

Tenere la barca nel vento è l’opposto dell’essere foolish. È il buon senso. È il calcolo prudente. È la rinuncia programmatica a cambiare il mondo. È una politica su cui aleggiano mediocrità e opportunismo.

Se il cauto discorso di questo dirigente finisse su YouTube, dubito che otterrebbe 23 milioni di visitatori. Tuttavia, impariamo con l’esperienza — vale a dire dolorosamente — che il mondo ha delle forze. La gente in particolare ha interessi, volontà e desideri che non coincidono necessariamente con i nostri e hanno il potere di demolire i nostri progetti. Ce ne accorgiamo quando guidiamo un gruppo di lavoro in cui nessuno è motivato. Quando proponiamo ai clienti prodotti meravigliosi che si rifiutano di acquistare. Quando tentiamo di provare il nostro valore a un capo che adora invece il nostro collega improduttivo e simpatico.

Paradossalmente, l’ostruzionismo altrui è un potente motivatore a dare il nostro meglio. Un uomo non è mai così carino, sensibile, ardente, generoso, disponibile, e sotto tutti gli aspetti un compagno ideale, come quando corteggia una donna che non lo vuole. Per capire la politica della barca nel vento, è sufficiente paragonare questi tristi fallimenti sentimentali alla facilità e alla gioia dell’amore corrisposto.

L’unico vero difetto di questa politica è che, se nessuno osa tentare imprese irragionevoli, nessuno inventerà mai l’iPad. Se il dirigente italiano avesse preso le redini di Apple nel 2010, è certo che avrebbe continuato a vendere telefonini e computer.

Inoltre, è un fatto che chi insiste a remare in assenza di vento qualche volta arriva in porto. Anni fa ebbi una conversazione penosa con un amico, innamorato di una donna che lo aveva respinto con parole definitive, quasi offensive. Con tutta la delicatezza di cui disponevo, invitai l’amico a farsene una ragione, a passare oltre. Temo di avere anche detto: “dopo tutto il mare è pieno di pesci”. Da come l’amico mi guardava, sapevo che non mi avrebbe dato retta. Oggi lui e quella donna sono sposati e hanno una bellissima bambina.

Ma, e questo è il punto, non occorre incoraggiare le persone a essere foolish. Lo sono già. Si innamorano dei loro progetti come i genitori si innamorano dei loro bambini. Sognano a occhi aperti i loro successi futuri, prima di qualunque riscontro dei fatti. Sono sorde agli avvertimenti. Sono avide di ascoltare chi alimenta le loro speranze. Anche per questo guardano a milioni il video di Jobs, che li invita a ignorare le meschine opinioni del mondo.

In realtà, lo stesso Jobs lanciò l’iPhone dopo che un vento impetuoso aveva già preso a spirare in poppa agli smartphone. Quando le vendite si rivelarono modeste, Jobs non attese che gli sciocchi clienti capissero il valore del prodotto, ma accettò il loro giudizio e abbassò i prezzi. L’iPod fu un’altra opera del buon senso, che sfruttava un mercato ovvio, dopo che Napster aveva riempito i computer della gente di musica digitale. Lo stesso Macintosh, il primo successo di Apple, non sarebbe mai nato se Jobs non si fosse efficientemente informato sui progetti dei concorrenti. Raccontò di avere visto per la prima volta un’interfaccia grafica – la grande novità del Mac – al centro di ricerca della Xerox di Palo Alto, durante una visita nel 1979. Poi aveva inviato lì gli ingegneri di Apple (ai quali Xerox aprì incredibilmente le porte) a capire come funzionava.

Cercare l’aiuto del vento è umile. Significa riconoscere che agiamo in un mondo che non controlliamo e che abbiamo bisogno della collaborazione degli altri. Il discorso a Stanford di Jobs, in cui racconta tre storie della sua vita — il corso di calligrafia che seguì al Reed College, la sua rinascita personale dopo che Apple lo licenziò, la malattia al pancreas che aveva momentaneamente sconfitto — è bellissimo. È pieno di coraggio, acume e ironia. L’ho visto tutto un’altra volta, preparando questo articolo, e ne sono ancora ammirato. Ma mi sono accorto che in quei quindici minuti Jobs non ringrazia nessuno. Che ne è di Steve Wozniak, che disegnò il primo computer di Apple? Che ne è dei finanziatori che aiutarono Jobs a fondare Next e Pixar, dopo l’uscita da Apple? Come ha superato le difficoltà? “L’unica cosa che mi ha permesso di andare avanti era che amavo ciò che facevo”, dice a un certo punto Jobs. Una frase che può pronunciare solo chi crede che l’aiuto degli altri sia solo il risultato secondario e inevitabile dei suoi meriti.

Organizzarsi non basta

Qualche tempo fa andai alla conferenza dell’amministratore delegato di una casa italiana della moda, piuttosto nota. Un uomo alto, atletico, con i capelli rasati, che nell’occasione indossava un abito chiaro di taglio giovanile. Gli stava benissimo. Gli diedi ad occhio meno di cinquant’anni, per scoprire poi che li aveva superati da un pezzo. Ci raccontò che verso la fine dell’anno scorso si era trovato a cercare un nuovo direttore creativo per l’azienda. Quello precedente aveva lasciato la carica all’improvviso, a quanto si sussurra non proprio di sua volontà, non prima però di disegnare le collezioni per le sfilate di inizio 2015. Perciò l’amministratore delegato aveva avuto un po’ di tempo per riflettere sul sostituto.

I cacciatori di teste avevano steso una lista di candidati. Tutti nomi celebri, che appaiono ogni giorno su Women’s Wear Daily o Business of Fashion. L’amministratore delegato aveva cominciato a intervistarli. Nel frattempo, si era preoccupato di parlare ai dipendenti migliori dell’azienda, spaventati dal terremoto in corso, per evitare che salpassero verso lidi più sicuri. Uno di loro, l’assistente del precedente direttore creativo, aveva approfittato del colloquio con l’amministratore delegato per presentargli le sue idee sulla strada stilistica che, a suo avviso, l’azienda avrebbe dovuto prendere. L’amministratore delegato ne era stato colpito. “Mi piacque perché era una persona normale”, ci disse, lasciando che traessimo le nostre deduzioni sugli altri stilisti che aveva incontrato nella sua carriera.

Il Natale ormai si avvicinava. All’inizio della conferenza, l’amministratore delegato ci aveva spiegato che osservava la regola di non lavorare mai alla sera e nei fine settimana. Era una questione di work-life balance, a vantaggio anche del work, perché per essere lucido un dirigente ha bisogno di staccare e rinfrescare la mente. Inoltre, aveva proseguito, se uno lavora fuori orario significa che non è organizzato. Se lo fosse, riuscirebbe a sbrigare tutto il lavoro mentre è in ufficio.

L’amministratore delegato aveva pertanto sospeso la caccia al nuovo stilista ed era partito per le vacanze qualche giorno prima del 25 dicembre.

Il giorno dopo l’Epifania era rientrato in sede e aveva telefonato all’assistente incontrato a dicembre. Gli aveva detto di essersi convinto che era sciocco mandare in passerella le collezioni disegnate dal vecchio direttore creativo. Non sarebbero state credibili. Avrebbero prolungato il periodo di incertezza. Il rinnovamento stilistico doveva essere più veloce. Disse all’assistente: “Sei in grado di disegnare una nuova collezione uomo entro lunedì prossimo?”. È un tipo di lavoro che in genere richiede settimane. La telefonata avveniva di mercoledì. Parliamo quindi di cinque giorni. Un’altra settimana sarebbe poi servita per produrre e provare i capi per le sfilate.

L’assistente disse: “Sì”.

Il 19 gennaio 2015, modelli efebici, e anche qualche modella spigolosa, indossarono la collezione uomo sulle passerelle di Milano. La stampa internazionale fu stupita dalla freschezza delle idee, all’insegna dell’androgino, e ancor più di sapere che la collezione era stata disegnata da un assistente sconosciuto. Qualche giornalista osservò che, qui e là, sembrava messa insieme in fretta e furia. Ma nell’insieme i giudizi furono favorevoli. Due giorni dopo la nota casa italiana della moda annunciò che l’ex assistente era il nuovo direttore creativo.

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Non sono sicuro che l’amministratore delegato vedesse l’incoerenza fra la sua regola — non lavorare mai fuori dagli orari regolari — e l’avere affidato a qualcuno una missione impossibile da completare senza lavorare H24, in cinque giorni che includevano un sabato e una domenica. Mi rendo conto che l’assistente, innalzato poi a una carica inattesa e invidiata, forse ricorderà quei giorni come i più esaltanti della sua vita.

Tuttavia, questa storia illustra un aspetto delicato del work-life balance. Spesso la gente lavora nelle ore in cui dovrebbe trovarsi a cena con gli amici, o al parco giochi con i bambini, o a casa a leggere un libro, non perché non è organizzata, ma perché non sono organizzati gli altri: i capi, i colleghi, i clienti, che li inchiodano troppo tardi con richieste urgenti che un essere umano non può esaudire con il solo orario d’ufficio. Nel caso, l’amministratore delegato si era concesso due settimane di vacanze prima di decidere che voleva una nuova collezione uomo, solo cinque giorni prima della scadenza ultima per disegnarla.

Nel mio piccolo, mi capita di frequente che gli studenti mi chiedano di lavorare fuori orario. Li invito a mandarmi i capitoli della loro tesi “entro giovedì mattina” e loro li mandano venerdì sera, all’ultimo momento utile prima di lanciarsi negli spassi del fine settimana, che evidentemente io invece dovrei trascorrere leggendo la loro produzione scientifica. Oppure mi scrivono una mail il sabato o la domenica, con un “URGENTE” nell’oggetto, perché hanno scoperto una scadenza universitaria per il lunedì successivo, che dovrebbero conoscere da mesi, e necessitano di qualche mio intervento. Ho imparato a non rispondere mai a queste mail. Sto pensando anche di affiggere sulla porta del mio ufficio un cartello con un haiku che ho letto su internet:

Richiesta urgente
di chi si era attardato
mi scoccia assai

Ma sia l’amministratore delegato, sia io (limitatamente ai miei studenti) abbiamo il potere incontrastabile di sparire. Se il work-life balance del lavoratore comune va a pezzi è perché riceve mail e telefonate cui invece non può sottrarsi, di capi e altri ritardatari che è pericoloso lasciare insoddisfatti. Oppure gli inviano le informazioni che gli servono in ritardo grave sulla tabella di marcia, e cade nella tentazione di sfruttare le sere e i fine settimana per recuperare il terreno perduto.

Le causa ultima di questa sventura è ovviamente internet. A prima vista, può sembrare che il problema sia che internet ci permette di lavorare a distanza. Questo è un errore, perché anche vent’anni fa uno poteva lavorare alla sera o nei fine settimana portandosi a casa le carte. Il problema vero è che internet permette agli altri di fare lavorare noi da casa, anche se abbandoniamo le nostre carte di lavoro nel loro luogo naturale, che è il tavolo dell’ufficio. Un capo sa di poterci chiedere una prestazione in ogni ora della settimana perché — con le mail, Dropbox o altri servizi cloud — possiamo sempre accedere ai dati e ai documenti necessari per il lavoro.

Saranno proprio i meglio organizzati a lavorare più spesso fuori orario. Con le loro informazioni complete, ben in ordine, collocate online, diventeranno il Wolf dell’ufficio, colui o colei che risolve i problemi, l’operatore di emergenza che i disorganizzati chiamano per sbrigare il lavoro urgente che nasce dai loro errori e dalla loro improvvisazione.

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L’amministratore delegato non aveva sviluppato da sé il concetto che chi lavora fuori orario è disorganizzato. Nei post su internet sul work-life balance — che come numero sfidano gli emendamenti di Calderoli — il consiglio più comune è imparare a sfruttare bene il tempo in ufficio. “Eliminate le riunioni” (come se se uno potesse scansare i colleghi che vogliono incontrarlo), “evitate le interruzioni” (come se uno potesse negarsi al telefono quando lo chiama un cliente), “stabilite le vostre priorità” (come se uno non avesse un capo a dargliele). Il concetto sottostante è che se uno non completa il lavoro in ufficio è a causa delle sue cattive abitudini. Questa letteratura di self-help, oltre a proporre sempre le stesse soluzioni, note probabilmente già agli scrivani Assiro-Babilonesi, aggiunge al danno di chi deve lavorare fuori orario la beffa di sentirsi dire che è colpa sua.

Naturalmente, a volte, è davvero colpa sua. Mi vengono in mente ancora i miei studenti. Per esempio quelli che devono consegnare la tesi la prima settimana di settembre e, avendo concordato con me l’argomento e i metodi mesi prima, si accorgono a metà agosto che non hanno ancora scritto nulla. Pagano questa disorganizzazione loro mettendosi ansiosamente a scrivere mentre sono al mare. Tutti gli anni, alcuni mi mandano i capitoli il giorno esatto di Ferragosto. Forse immaginano che il fatto che lavorino in quel giorno mi commuova e io mi metta subito a leggere il loro materiale. Scrivono “la prego di trasmettermi presto le sue indicazioni perché mi devo laureare a settembre”.

Al contrario, quel giorno evito di leggerlo. A dire il vero, lo evito per una decina di giorni. Non è solo per difendere il mio work-life balance. È anche una questione di onore. Non voglio che un estraneo, vedendomi lavorare in vacanza, prendendo appunti su strani documenti pieni di numeri e tabelle, quando dovrei essere in spiaggia o ad affrontare un percorso di montagna, pensi che sia disorganizzato.