Il prossimo

Ricordo che da bambino ero incuriosito dalla parola “prossimo”, che compariva nel secondo comandamento di Gesù, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e in molti passaggi del Vangelo che ascoltavo a messa o al catechismo. Un’altra parola della religione che mi incuriosiva era “prodigo”, che compariva in “figliol prodigo”, perché non sapevo il significato letterale del termine, e pertanto mi domandavo se esser prodigo fosse una cosa brutta o una cosa bella. Per anni non ho capito quale dei due fratelli protagonisti della parabola fosse il figliol prodigo in questione. Di “prossimo” invece sapevo il significato letterale, ma era una parola che non sentivo mai pronunciare nel linguaggio quotidiano. La gente di certo non diceva “oggi ho tamponato con l’auto un mio prossimo”, o “dal panettiere c’erano troppi prossimi e sono uscito”. Per cui questa parola nel Vangelo doveva avere un significato particolare.

Credo di aver chiesto una volta al catechista chi fosse esattamente il prossimo. Non ricordo bene la risposta, ma fu grosso modo del tenore che il mio prossimo erano tutti. Questa risposta non mi risolveva niente, perché allora Gesù avrebbe fatto prima a dire “Ama i tuoi fratelli come te stesso”, e secondo me ci doveva essere una ragione importante se invece aveva detto “prossimo”. Non pensate che mi tormentassi sul problema, ma ogni volta che sentivo parlare del “prossimo” si muoveva qualcosa nella mia testa, mi si accendevano degli impulsi di capire meglio. Purtroppo non portarono mai a nulla e, ancora oggi, la parola “prossimo” mi procura il senso di fastidio di un lavoro non completato.

Più di recente mi sono fatto una teoria sul prossimo, o per meglio dire del perché Gesù usasse questa parola, una teoria di cui non sono sicuro ma vorrei avanzare come ipotesi. Il Vangelo ci testimonia che Gesù aveva riflettuto a lungo prima di predicare, e iniziò a esprimersi solo dopo i trent’anni, perché prima evidentemente aveva studiato l’umanità del suo paese in Galilea, che essendo umanità era poi uguale a quella di tutti gli altri paesi del mondo. Questo, fra l’altro, lo considero uno dei tratti più nobili della personalità di Gesù, e più meritevoli di imitazione, quello, intendo, di conservare il silenzio finché non si è certi di avere approfondito a sufficienza una questione.

Detto questo, è chiaro che Gesù conosceva i suoi polli, cioè tutti noi, e doveva aver notato che il concetto dell’amore per gli altri, o di far del bene al mondo, ci piace. Per esempio ci è facile amare il nostro paese. Un politico può salire su un palco e dichiarare che vuole lavorare per “tutti gli italiani” in completa sincerità. Il difficile, pensò forse Gesù, è amare il singolo individuo con cui entriamo in contatto. È difficile perché, quando ci entriamo in contatto, il singolo individuo si piazza nel nostro spazio vitale, ci irretisce in scambi emozionali per il solo fatto di essere nelle vicinanze, e questi scambi in genere non funzionano. Non funzionano perché in genere vorremmo che il prossimo fosse così e invece lui è cosà. Si va dal collega che non ti aiuta alla portinaia che non ti saluta mai, da chi vuole scambi emozionali troppo intensi a chi invece te li rifiuta, che è forse la cosa più brutta da subire, e ti fa venire voglia di allontanarti da quella persona, altro che amarla come diceva Gesù. I filosofi esistenzialisti erano assai colpiti dai fallimenti continui degli scambi emozionali quotidiani, da cui la celebre e comprensibile frase di Sartre, “l’inferno sono gli altri”.

Perché Gesù diceva “il prossimo”, e mai “i prossimi”? E perché questo plurale suona stranissimo? Perché è sempre un individuo alla volta a generare questo perturbamento del nostro spazio vitale. Se per caso sono in due o più, parliamo direttamente di un’aggressione. Così, forse, Gesù considerò che fosse inutile di comandarci di amare i nostri “fratelli”, perché ci saremmo buttati sui grandi numeri, sull’amore in generale, quello che ci è spontaneo, e ci porta ai bei pensieri, alle donazioni ai poveri, alle adozioni a distanza. Gesù aveva in mente di semplificare i comandamenti, e se possibile ridurli a due. Il primo era da dedicare al padre suo. Il secondo doveva giocarselo bene. Decise di chiederci un tipo di amore cui non saremmo mai arrivati da soli, l’amore per chi fa tutto per non farsi amare, e questo è ciò che credo intendesse con il “prossimo”.