Le tue opinioni sul tema

Mi avevano invitato a parlare ad un convegno e dovevo prepararmi un discorso. All’epoca il mio approccio ai convegni era di chiedermi “cosa devo dire in questo tipo di occasione di fronte a questo genere di pubblico?”, che in generale è molto faticoso. Occorre che ti interroghi su cosa si aspettano gli altri, che non è mai chiarissimo, e costruire argomenti su misura per loro. Devi farti gli esperimenti mentali su come reagirebbero a una certa tua dichiarazione. Ti si genera nella testa un andirivieni di idee che abbozzi e scarti, e c’è battaglia con te stesso, e inevitabilmente hai i momenti in cui ti insulti per avere accettato di parlare a quel convegno.

Quella volta invece avevo poco tempo, ed ero vittima di stanchezza generale per altre attività che facevo, e mi chiesi “cosa penso sul tema che è oggetto del convegno?”. Capii che è un approccio più snello, in cui attingi al tuo pozzo interiore, dei pensieri che hai già pensato, usi il lavorio mentale che hai già fatto, i pensieri scaturiscono appena ti poni la domanda, e infatti preparai una traccia di discorso in cinque minuti.

Al convegno un paio di relatori dissero ciò che occorreva dire in quella occasione di fronte a quel genere di pubblico, creando il mortorio nella platea. Un altro relatore disse quello che pensava sul tema del convegno, e ad essere sincero erano opinioni sciocche, che a mio avviso poteva fare a meno di comunicarci, e però animarono la platea. Anche io espressi le mie opinioni, aggiungendo animazione ulteriore. È chiaro che le mie opinioni, essendo mie, mi sembravano ben fondate e illuminanti. Infatti il vero rischio di dire ciò che pensi è di compiacerti di farlo, che è un male, perché il compiacimento è come il riso e abbonda sulla bocca degli stolti. Quando vedi la platea che si anima, può darsi che sia perché è illuminata, ma può anche darsi che pensi di te ciò che pensavo dell’altro relatore, che era meglio che lasciasse le sue opinioni nel pozzo interiore da cui erano nate.

Questo convegno non era pericoloso, per ragioni che non sto a dirvi, ma ce ne sono altri in cui puoi offendere qualcuno con le tue opinioni personali. Quel giorno decisi che avrei accettato inviti ai convegni solo se potevo parlare liberamente senza gettare disdoro sulle istituzioni coinvolte. Non avrei più preparato i discorsi in base a ciò che ci si aspettava da me. La ragione è che se fai un mestiere che contiene del pensiero, e per quanto sappia non ce n’è uno che non ne contenga un po’, il tuo dovere non è di dire ciò che devi dire, ma di avere opinioni che meritino di essere dette. Se per caso hai umilmente l’impressione di non avercele, è meglio che stai a casa a lavorare, oppure vai in giro e prendi appunti su ciò che vedi, e magari un giorno hai qualcosa di cui parlare.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui coinvolti a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

Fonti. L’intervista alla ministra Valeria Fedeli, dove dice che conta molto anche sulle Olimpiadi dell’Italiano, cui parteciperanno solo gli studenti che sanno già scrivere.

Le attività inutili

Se uno si chiedesse di tutte le attività inutili che gli viene in mente di fare se proprio occorre farle si liberebbe ore e ore ogni giorno, e se per caso queste attività inutili gli servono per procrastinare azioni importanti che teme è molto meglio procrastinare con il perfetto riposo, dopo il quale è anche più probabile che si sprizzi di energia per le azioni importanti.

Vorrei essere una Toyota Prius

Stavo su un taxi che era una Toyota Prius, e guardavo il cruscotto, che ti informava dei flussi di energia del veicolo per mezzo di un’animazione. C’era una specie di mappa dell’automobile, che indicava i motori e le parti più importanti, e quando il taxi partiva frecce pulsanti di energia fluivano dal motore elettrico alle ruote. Poi il taxi accelerava e il motore a scoppio entrava in azione, mandando un po’ di frecce energetiche alle ruote e altre frecce alle batterie. Non era mica la prima volta che salivo su una Toyota Prius, perché molti taxi a Milano e anche altrove sono di questo modello, così il tassista risparmia carburante, ma non mi ero mai accorto di questo cruscotto, e forse è conseguenza della decisione che ho preso, di usare meno il telefonino e di guardarmi più attorno. Così ho potuto ammirare il pulsare di frecce avanti e indietro nei vari momenti del viaggio. E il momento più bello era quando il taxi frenava, e si vedevano le ruote che caricavano la batteria con l’energia dell’attrito, e ho pensato che mi piacerebbe essere una Toyota Prius, così anche a me le frenate della vita caricherebbero le batterie.

I campi buoni e le belle piante

Eccomi in riunione con questi signori che vogliono firmare una convenzione con noi, e la riunione serve a capire cosa potremmo fare insieme, e questi signori hanno le idee un po’ confuse al riguardo, e il primo pensiero che mi viene è che stiamo procedendo in modo sbagliato, e quello giusto sarebbe che prima le parti scoprono qualcosa che vogliono fare insieme, e dopo semmai firmano una convenzione.

Il secondo pensiero che mi viene è che le scoperte bisogna imporsi di farle, perché l’ispirazione spesso sonnecchia, e bisogna pungerla, chiederle espressamente di svegliarsi, e se noi e questi signori abbiamo qualche obiettivo in comune, e vaghe idee di collaborazione, la convenzione ci obbliga a svilupparle, e così questa riunione ha un suo valore, perché genera discorsi, approfondisce il nostro rapporto, è un po’ come arare un campo, solo dopo averlo fatto i semi possono attecchire.

Il terzo pensiero che mi viene è che certi campi sono buoni ed altri sono aridi e sassosi, e che invece di arare, arare e arare questi ultimi per trarne qualcosa, perché a furia di arare una piantina striminzita l’ottieni sempre, forse bisognerebbe cercare i campi buoni e fare crescere le belle piante.

La calligrafia

Ho capito che scrivere a mano è un esempio di un fatto importante della vita, perché se ti metti a tirare dritte le linee, e a chiudere correttamente i cerchi, e a rispettare le distanze tra le lettere, e a tracciare gli elementi di congiunzione, e fai tutti gli altri sforzi simili di precisione, la tua scrittura diventa bella e si legge quasi come fosse un libro. Il fatto importante è che può sembrarti inutile, di tirare le linee dritte e compiere gli altri sforzi di precisione, perché in effetti non ce n’è un vero bisogno, uno riesce a leggerti anche se scrivi un po’ come viene, e però con le linee dritte e tutto il resto il risultato è diverso, e la vita in generale è così, che le cose belle nascono facendo ciò che non è strettamente necessario.

La gégène

Ho letto un’intervista allo scrittore Emmanuel Carrère, che dice che narrare le persone nei romanzi è come sottoporle a una tortura, perché provano dolore a vedersi messe per iscritto. Può capitare che lo scrittore narri se stesso, ma in questo caso ha il vantaggio che decide dove spingersi, e perciò controlla lui il dolore da procurarsi. Carrère racconta di un generale francese che praticava la tortura in Algeria, con le scosse elettriche, una tecnica che i francesi chiamano la gégène. Questo generale disse a Carrère, “mah, sa, non sono mica scosse fortissime”, perché aveva provato ad applicare le pinze a se stesso, per capire cosa vive il torturato, e complessivamente aveva trovato le scosse sopportabili. Ma è proprio qui che si capisce cos’è la tortura, dice Carrère. La tortura non è la scossa ma il fatto che sia un altro a infliggertela, ripetutamente, finché vuole, senza curarsi del dolore che soffri. Ritrovarsi nelle grinfie di uno scrittore è lo stesso tipo di esperienza. “Qualcosa di assolutamente orribile”, dice Carrère, e anche io lo so bene, perché insegno, e quindi succede che gli studenti scrivano di me nelle loro valutazioni dell’insegnamento. Io e miei colleghi possiamo confermarvi che leggerle è proprio una gégène.

Mi direte: sì, ma gli insegnanti danno i voti agli studenti, e anche i voti sono piccoli ritratti e procurano dolore. È vero, ma i voti sono come colpi secchi e quindi più che alla tortura sono da paragonare alla rapida esecuzione.

Fonti. L’intervista a Carrère, dove dice anche che ha scritto molto di sua madre, tuttora vivente.

L’anziano

All’anziano si deve rispetto perché ha combattuto molte battaglie, di cui alcune le ha vinte, e allora si merita l’ammirazione che si dà ai vincitori, e altre le ha perse, e allora si merita l’omaggio ai vinti. Inoltre l’anziano è vittima dell’età e gli spetta la compassione che dobbiamo alle vittime. Infine ci passeremo anche noi, nell’anzianità, e quindi occorre la saggezza di chi sa che non si è ancora cimentato in questa faccenda, e allora deve essere umile, e non dare affatto per scontato che lui saprebbe fare meglio, anche quando guardando l’anziano nota una diminuzione della vita e gli pare un po’ un dipinto di Francis Bacon.

Del buon senso e del mostrare una personalità

Nel 1838 il grande scienziato Charles Darwin, che aveva 28 anni, ed era agli inizi della carriera, si chiese se volesse sposarsi. Allora prese il diario ed elencò i benefici del matrimonio, fra questi “i figli, a Dio piacendo”, “la compagnia costante”, “il piacere della musica e delle chiacchiere femminili”, “qualcuno che si prende cura della casa”, “buono per la salute”, e quelli della vita da scapolo, fra cui “la libertà di muoversi”, “la conversazione con uomini intelligenti nei circoli”, “nessun obbligo di visitare parenti”, “più tempo”, “più soldi per i libri” e “se i figli sono troppi, obbligo di sfamarli”. Darwin scrisse che la conclusione giusta era sposarsi. Passò poi a esaminare se occorreva sposarsi presto o tardi e, per farla breve, in capo a sei mesi il grande scienziato si sposò con sua cugina, e fu un matrimonio riuscito, che Dio benedisse con dieci bambini, e Darwin li sfamò tutti, senza rinunciare mai alle sue ricerche.

L’elenco dei pro e contro di una questione ci informa poco del carattere di una persona, perché, se ha delle inclinazioni, le mescola nell’elenco con altre considerazioni dettate dal buon senso. Chi decide la questione applicando un singolo criterio si rivela molto di più. Pensate a un amico che vi dice, magari dopo aver bevuto, in un regime di in vino veritas, “l’ho sposata perché era bella”, intendendo che altrimenti avrebbe preferito restare scapolo. Con questa piccola frase, l’amico vi sta informando di svariati fatti. Innanzi tutto, che sua moglie gli piace molto fisicamente, cosa che non sapremo mai di Charles Darwin. Inoltre, che attribuisce grande peso alla dimensione edonistica della vita, e meno poniamo alla spesa per i libri. Infine, che non dà troppa importanza al buon senso: è un tipo coraggioso, volitivo, pronto a seguire le sue passioni.

Dichiarare un criterio singolo dimostra una certa personalità. Donald Trump ha il criterio singolo dell’America First, e in tutte le materie si concentra su un solo lato della questione, e il risultato è che metà del suo paese l’ha votato e l’altra metà non fa altro che parlare di lui.

Però il criterio singolo è pericoloso, perché è come guidare l’automobile guardando solo il contachilometri, o lo specchietto retrovisore, o il navigatore, e non la strada che si para davanti. Chi sposa una donna solo perché è bella, o uomo solo perché è bello, che è un caso altrettanto comune, si affida alla fortuna e rischia di trovarsi un giorno in una situazione familiare disgraziata. Gli antichi romani ritenevano che una moglie dovesse essere sana, robusta ma non troppo bella, perché una moglie ambita giudica il marito fortunato per il solo fatto di averla. Perciò non sente l’obbligo di servirlo e mantenere la casa. E non parliamo dei seduttori che l’assediano, portando fastidio o disonore al marito.

Oggi il mondo è cambiato, e i rapporti fra donne e uomini sono fortunatamente diversi, però resta che il criterio singolo della bellezza dice molto della personalità del marito, ma poco della personalità della moglie, e quindi poco anche di quanto il marito potrà godersi la dimensione edonistica della vita cui tiene tanto.

In generale, il criterio singolo ci informa molto sul decisore e poco sulla materia da decidere. Il buon senso è l’opposto, anonimo sul decisore e dettagliato sulla materia. Dato che il buon senso nasconde il carattere di una persona ci obbliga inoltre a valutarla per le sue opere. Così ignoriamo le inclinazioni di Darwin, ma sappiamo che ebbe un buon matrimonio, studiò molto gli animali e concepì una teoria scientifica rivoluzionaria che cambiò il posto che gli esseri umani occupano nel mondo.

Fonti. Le pagine del diario di DarwinGli antichi romani sul matrimonio (o meglio un loro personificatore moderno, che attinge senz’altro a riferimenti classici, e se qualcuno conosce le fonti e i passaggi precisi lo prego gentilmente di farmeli sapere).

Perché Bersani e D’Alema lasciano il PD

Sentiamo un’avversione naturale per coloro che ci criticano, ci rigettano, ci bocciano, o ci feriscono in altro modo nell’amor proprio. Detestiamo vederli dal momento esatto che lo fanno e, se per caso li amiamo, diventa decisamente un amore infelice. La ferita che subiamo si fissa alla loro persona, meccanicamente, anche se per caso sono i meri ambasciatori di verdetti altrui. Perciò si dice “ambasciator non porta pena”, per frenare se possibile la tendenza immediata ad odiarlo. Sembra che la critica fra i coniugi sia il precursore più probabile del divorzio, per via dell’avversione reciproca che genera. Personalmente sono della scuola di Prezzolini, che diceva “ho tanti rimproveri da farmi, e me li faccio da solo”, e mi sono sempre guardato dal frequentare chi tradisce il cenno più vago di volermi muovere delle critiche.

Pensavo tutto questo vedendo Bersani e D’Alema che abbandonano il PD, perché secondo me hanno dentro la ferita di quando Renzi proclamava che voleva “rottamarli”, che magari era una critica politica, ma psicologicamente dobbiamo pensare a cosa proveremmo a sentirci dire, più volte, e in pubblico, che siamo rottami da buttare via. È chiaro che in quei tempi Bersani e D’Alema svilupparono un’avversione. Sono rimasti nel partito per anni digrignando i denti ma ora la Corte Costituzionale ha cambiato la legge elettorale, aprendo uno spazio ai partitini. Bersani e D’Alema hanno finalmente potuto allontanarsi. Saranno raggianti.

Con ciò non intendo dire che Renzi abbia fatto un errore. Se davvero voleva rottamarli, ora sta portando a termine le sue intenzioni. Ma se invece teniamo a qualcuno dobbiamo ricordarci di non criticarlo mai, o di farlo con tutte le tenerezze, perché se no fisicamente o mentalmente se ne andrà da noi.

Poi bisognerebbe chiedersi se è normale che un partito segua le leggi psicologiche dei matrimoni. Può essere che sia per via della fine delle ideologie, perché una volta i militanti nei partiti volevano realizzare cose più grandi di loro, il comunismo, il progresso umano, il volere di Dio, mentre ora stanno nei partiti per realizzarsi come persone, per seguire una passione, come un altro poniamo si da alla cucina o alla barca a vela, e allora se si sentono infelici tutto è perduto.