Ascoltate

In tanti dicono che l’ascolto è bello, e intendono in genere l’Ascolto con la A maiuscola, quello che porta alla comunione delle anime.

Io raccomando invece l’ascolto con la a minuscola, che è quello in cui stai ad ascoltare una persona mentre parla. Questo “stai a”, che sembra un brutto italiano, coglie il punto centrale: devi stare fermo, stare zitto e limitarti a raccogliere le informazioni, come se fossi una spia della Stasi.

A volte credi di ascoltare e invece hai smesso dopo le prime parole che l’altro sta dicendo. Ti è già partita in testa una tua elaborazione che nel 100% dei casi è sbagliata perché ti ha impedito di seguire tutto il resto che quella persona aveva da dire. La mancanza di ascolto comporta il “non capire un cazzo”, e scusate la parolaccia. Per inciso le parolacce sono spesso la conseguenza di un mancato ascolto, perché la gente le usa quando vuole la tua attenzione. Se ascolti, con la a minuscola, e raccogli le informazioni, capisci assai meglio ciò che un altro ti dice e poi succede anche che ci vai più d’accordo. Giudichiamo in genere l’intelligenza di una persona da come parla, ma bisognerebbe invece giudicarla da come agisce, ed è difficile che agisca in modo intelligente se non ha ascoltato.

E se inizi ad ascoltare la gente ti verrà di adottare lo stesso atteggiamento verso le cose, perché puoi ascoltare una stanza, puoi ascoltare una pianta di ulivo, e ti accorgi che il mondo ti parla, ed è pieno di fatti più interessanti delle fantasie che tieni nella testa.

Le possibilità

È importante ricordare che il successo di una persona nella vita dipende anche dalle possibilità. Un atleta che ha scoperto le tecniche migliori per allenarsi, e si è spremuto tutti i giorni come un limone, perderà ugualmente la gara se non ha le possibilità atletiche del giamaicano Bolt. Anche nella vita la gente varia nelle possibilità. Uno nasce in una famiglia che lo aiuta, un altro in una famiglia che lo schianta. Uno ha il coraggio dei leoni e l’altro è divorato dalle ansie. È probabile anzi che nella vita le possibilità influiscano più che nell’atletica. Tutto questo per dire che se uno vuole capire qualcosa della vita non dovrebbe guardare solo a chi ha avuto successo, perché magari chi perde aveva le idee più valide e interessanti, solo che gli mancavano le possibilità.

Quando fate soffrire qualcuno, siate intermittenti per aggravare l’effetto

La scienza mostra che preferiamo che la gente ci tratti in modo continuamente orribile piuttosto che orribile di tanto in tanto. Si deve il risultato ai ricercatori dell’università del Michigan, che hanno diviso alcuni studenti in tre gruppi. Ogni gruppo era incaricato di svolgere, separatamente, lo stesso compito. L’esperimento era organizzato in modo tale che il primo gruppo ricevesse complimenti a tutto spiano da un pubblico nascosto, il secondo critiche umilianti ripetute, e il terzo un’alternanza a casaccio di complimenti e critiche umilianti. Alla fine i ricercatori hanno misurato lo stress degli studenti. I ricercatori hanno trovato che il gruppo che riceveva i complimenti non era stressato per nulla. Il gruppo bersagliato dalle critiche umilianti continue era stressato, ma non moltissimo. Il terzo gruppo, che aveva affrontato complimenti e critiche a casaccio, era di gran lunga il più stressato di tutti.

Sembra che in passato altri scienziati abbiano ottenuto risultati simili con i topi. L’esperimento era più facile perché potevano infierire sui topi più che sugli studenti. Gli scienziati notarono che i topi che non sapevano mai cosa attendersi sviluppavano brutte ulcere allo stomaco.

Se ne deduce innanzi tutto che i topi ci assomigliano più di quanto vogliamo pensare, il che a mio avviso ci dice qualcosa su qual è il nostro posto nell’universo.

Se ne deduce inoltre che siamo abbastanza bravi a gestire i mali regolari o definitivi. Chi perde una gamba impara pian piano a fare ciò che la sua nuova condizione gli consente; non sarà felice, si sveglierà la notte cercando la gamba mancante, avrà dolore all’arto fantasma, e acuta nostalgia dell’epoca in cui di gambe ne aveva due, eppure arriverà a non pensarci tutto il tempo. Avrà una vita. Ma se sei alla mercé di qualcuno che decide ogni momento cosa fare con te, e ha il coltello dalla parte del manico, e una volta ricevi una carezza, e un’altra volta uno schiaffo, ti sorge uno stress micidiale che ti blocca le altre attività. Passi tutto il tempo a chiederti il perché dello schiaffo, il perché della carezza, e cosa stai facendo di sbagliato, ed è il modo peggiore di campare.

È questo uno stato che colpisce gli innamorati, quando hanno la sventura di allacciarsi a un amato indeciso. L’innamorato si sfibra a cercare ogni giorno le parole giuste, e le azioni giuste, e tutto ciò che possa persuadere l’amato indeciso, il quale però, dall’alto dei suoi dubbi, procede per alternanze continue. Se vi è capitato sapete che non si vive più, e che se si vuole una storia bella bisogna cercarsi un amore corrisposto.

Può darsi anche che l’indeciso faccia apposta a trattarci così, perché è insicuro e necessita di molta attenzione dalla gente. Perciò vuole occupare i nostri pensieri, per paura che la nostra mente devi verso altri motivi di interesse. Non è in effetti una strategia sbagliata, perché ci capita spesso di dare per scontate le persone che ci stanno stabilmente accanto, e di pensare poco a loro, anche se sono le colonne della nostra vita. Sono sicuro che gli scienziati, se escogitano un modo di fare l’esperimento, troverebbero questa brutta tendenza anche nei topi.

Growth mindset

Leggevo un articolo della psicologa Carol Dweck, che ha introdotto il concetto di growth mindset. Nell’articolo si lamentava di chi confonde questo concetto con la voglia di crescere e migliorare. Il growth mindset, invece, consiste nel sapere che non sei ancora capace di svolgere bene una certa attività.

Spesso fantastichiamo di avere talenti inespressi, e per esempio iniziamo un corso di tango credendo di essere ballerini nati. Nella nostra mente già volteggiamo in modo rapido e armonioso, attorniati dagli altri allievi con la bocca spalancata. Oppure iniziamo a scrivere un romanzo e già ci chiediamo dove affittare il frac quando andremo a Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura. Questo atteggiamento, secondo la Dweck, si chiama fixed mindset, perché pensiamo ci siano state date delle qualità.

Se hai il growth mindset, sei consapevole che hai bisogno di imparare. Quindi fai pratica, ti informi, studi quelli che sono già bravi, chiedi aiuto alle persone competenti, e insomma fai tutte le cose ragionevoli che ti fanno migliorare. Mentre se hai il fixed mindset ti scontri presto con la dura realtà, perché scopri amaramente che gli altri ballano meglio di te, o sorridono imbarazzati quando gli fai leggere i brani del tuo capolavoro. Così abbandoni il corso di tango o riponi il romanzo nel cassetto. Magari è un bene, se davvero eri negato per ballare o per scrivere. Ma magari no, e con questo atteggiamento non lo scoprirai mai, perché non ti sarai mai applicato seriamente al tuo progetto.

Detto questo, ci sarà un motivo se tutti equivocano questo concetto. Forse è perché si chiama growth mindset, un eufemismo che cela il lavoro e pone l’accento sulla capacità di crescita. Mentre il punto importante è la coscienza di essere scarsi. Quindi la Dweck avrebbe forse dovuto chiamarlo I-need-to-improve mindset, oppure it-takes-a-lot-of-work mindset, oppure it’s-a-long-road mindset, anche se capisco che nessuno ama annunciare pene prolungate al pubblico.

La divisa

Ho uno studente non vedente che va in giro con il cane. Mi sono occorse tre o quattro lezioni per capire che teneva il cane in aula, accovacciato sotto il banco, perché è un cane docilissimo che non si fa notare. Sta fermo in silenzio tutto il tempo, anche se la lezione dura un’ora e mezza.

Un giorno lo studente mi ha detto, “magari non le era mai capitato di fare lezione con un cane in aula”. Io ho detto, “in effetti no, ma all’inizio non mi ero mica accorto, perché è un cane così docile”. Lui mi ha detto sì, però è docile solo quando indossa l’imbragatura. Appena gliela toglie diventa all’istante un cane come tutti gli altri, che abbaia, scappa e fa il bullo. Lo studente mi ha spiegato che l’imbragatura è come una divisa, per il cane dei non vedenti. Appena la indossa, il cane si cala nel suo ruolo, in cui deve accompagnare ed essere d’aiuto, e sa che non è il momento di fare quello che gli pare, e ho pensato che ho scoperto un’altra cosa in cui i cani sono più affidabili degli esseri umani.

Una nevicata coi fiocchi

Sono sempre stato di quelli che dice una battuta senza ridere, perché mi piace che la gente si accorga da sola che è una battuta. Se glielo segnalo con il fatto che rido, allora si sente tenuta a ridere per farmi una cortesia. Questo modo di fare le battute senza ridere mi è sempre sembrato gentile, poco invadente, ma con l’anno nuovo ho deciso di cambiare.

Immaginiamo per esempio che nevichi molto. Io dico “è una nevicata coi fiocchi”. Prima l’avrei detto come se stessi facendo un’osservazione qualunque, serissimo, accettando il rischio che i presenti non cogliessero la battuta, e poi la conversazione proseguiva per la sua strada. Da quest’anno, invece, quando dico “nevicata coi fiocchi”, l’accompagno con una bella risata, così che la gente, se non ha capito la battuta, si interroga su questa faccenda dei fiocchi. E una volta che l’ha capita, può darsi che le piaccia la battuta e rida di gusto insieme a me, e questo è un risultato positivo, perché magari altrimenti non si accorgeva e perdeva un’opportunità di divertimento. Oppure la gente la trova una battuta scema o non tanto divertente, ma ride lo stesso perché sto ridendo io, precisamente per farmi la cortesia, o perché il riso è contagioso, o perché ha dedotto dal fatto che rido che è un momento in cui bisogna ridere.

Ho fatto questo proposito perché ho pensato che lo scopo di una battuta non è di fare i quiz di intelligenza alla gente, ma di farla ridere, e se uno ride mentre la dice è il modo più sicuro di raggiungere l’obiettivo.

Tenere la barca nel vento

Tutti conoscono la frase “Stay hungry, stay foolish”, che Steve Jobs pronunciò alla fine della premiazione dei laureati di Stanford del 2005. Il video del discorso è stato visto da oltre 23 milioni di persone, nel momento in cui scrivo. Questa frase è diventata la bandiera di chi crede che i consigli del cuore valgano più di quelli del buon senso. Vi aleggia un disprezzo per le opinioni diffuse, se non la convinzione di Nietzsche che la massa odia gli individui eccellenti, abbinata però all’ottimismo americano, nel quale il talento e la caparbietà alla fine vincono sempre.

L’applicazione migliore di questa frase fu forse l’iPad. Quando Jobs lo presentò, all’inizio del 2010, i tablet non esistevano. La gente divideva il suo tempo fra telefonini e computer. Nessuno manifestava il bisogno urgente di un terzo apparecchio che non faceva niente che non si potesse fare già con uno degli altri due. Ricordo un premio Nobel per l’Economia che, commentando il lancio dell’iPad, scrisse che non riusciva a trovare un motivo per acquistarne uno. A dispetto di queste sagge considerazioni, da allora a oggi Apple ne ha venduti oltre 280 milioni.

Di recente mi è capitato di assistere a un altro discorso agli studenti, questa volta di un italiano. Dirige una grande multinazionale americana ed è nella lista di Harvard Business Review dei cento manager al mondo che hanno fatto guadagnare di più le loro aziende negli ultimi anni. Disse alla platea: “Seguo la regola di tenere la barca nel vento. Non c’è nulla di più inutile che eseguire alla perfezione qualcosa che non si sarebbe dovuto fare”. La barca è l’azienda. Tenerla nel vento significa investire nei paesi dove la domanda cresce, nei prodotti che i clienti amano, e accodarsi alle mode e alle tendenze demografiche. Per questo dirigente fare il contrario, per esempio disubbidire alle mode, era uno spreco di ingegno. Nel dire che è vano eseguire perfettamente un piano sbagliato, citava (senza nominarlo) un vecchio guru della strategia aziendale, Peter Drucker.

Tenere la barca nel vento è l’opposto dell’essere foolish. È il buon senso. È il calcolo prudente. È la rinuncia programmatica a cambiare il mondo. È una politica su cui aleggiano mediocrità e opportunismo.

Se il cauto discorso di questo dirigente finisse su YouTube, dubito che otterrebbe 23 milioni di visitatori. Tuttavia, impariamo con l’esperienza — vale a dire dolorosamente — che il mondo ha delle forze. La gente in particolare ha interessi, volontà e desideri che non coincidono necessariamente con i nostri e hanno il potere di demolire i nostri progetti. Ce ne accorgiamo quando guidiamo un gruppo di lavoro in cui nessuno è motivato. Quando proponiamo ai clienti prodotti meravigliosi che si rifiutano di acquistare. Quando tentiamo di provare il nostro valore a un capo che adora invece il nostro collega improduttivo e simpatico.

Paradossalmente, l’ostruzionismo altrui è un potente motivatore a dare il nostro meglio. Un uomo non è mai così carino, sensibile, ardente, generoso, disponibile, e sotto tutti gli aspetti un compagno ideale, come quando corteggia una donna che non lo vuole. Per capire la politica della barca nel vento, è sufficiente paragonare questi tristi fallimenti sentimentali alla facilità e alla gioia dell’amore corrisposto.

L’unico vero difetto di questa politica è che, se nessuno osa tentare imprese irragionevoli, nessuno inventerà mai l’iPad. Se il dirigente italiano avesse preso le redini di Apple nel 2010, è certo che avrebbe continuato a vendere telefonini e computer.

Inoltre, è un fatto che chi insiste a remare in assenza di vento qualche volta arriva in porto. Anni fa ebbi una conversazione penosa con un amico, innamorato di una donna che lo aveva respinto con parole definitive, quasi offensive. Con tutta la delicatezza di cui disponevo, invitai l’amico a farsene una ragione, a passare oltre. Temo di avere anche detto: “dopo tutto il mare è pieno di pesci”. Da come l’amico mi guardava, sapevo che non mi avrebbe dato retta. Oggi lui e quella donna sono sposati e hanno una bellissima bambina.

Ma, e questo è il punto, non occorre incoraggiare le persone a essere foolish. Lo sono già. Si innamorano dei loro progetti come i genitori si innamorano dei loro bambini. Sognano a occhi aperti i loro successi futuri, prima di qualunque riscontro dei fatti. Sono sorde agli avvertimenti. Sono avide di ascoltare chi alimenta le loro speranze. Anche per questo guardano a milioni il video di Jobs, che li invita a ignorare le meschine opinioni del mondo.

In realtà, lo stesso Jobs lanciò l’iPhone dopo che un vento impetuoso aveva già preso a spirare in poppa agli smartphone. Quando le vendite si rivelarono modeste, Jobs non attese che gli sciocchi clienti capissero il valore del prodotto, ma accettò il loro giudizio e abbassò i prezzi. L’iPod fu un’altra opera del buon senso, che sfruttava un mercato ovvio, dopo che Napster aveva riempito i computer della gente di musica digitale. Lo stesso Macintosh, il primo successo di Apple, non sarebbe mai nato se Jobs non si fosse efficientemente informato sui progetti dei concorrenti. Raccontò di avere visto per la prima volta un’interfaccia grafica – la grande novità del Mac – al centro di ricerca della Xerox di Palo Alto, durante una visita nel 1979. Poi aveva inviato lì gli ingegneri di Apple (ai quali Xerox aprì incredibilmente le porte) a capire come funzionava.

Cercare l’aiuto del vento è umile. Significa riconoscere che agiamo in un mondo che non controlliamo e che abbiamo bisogno della collaborazione degli altri. Il discorso a Stanford di Jobs, in cui racconta tre storie della sua vita — il corso di calligrafia che seguì al Reed College, la sua rinascita personale dopo che Apple lo licenziò, la malattia al pancreas che aveva momentaneamente sconfitto — è bellissimo. È pieno di coraggio, acume e ironia. L’ho visto tutto un’altra volta, preparando questo articolo, e ne sono ancora ammirato. Ma mi sono accorto che in quei quindici minuti Jobs non ringrazia nessuno. Che ne è di Steve Wozniak, che disegnò il primo computer di Apple? Che ne è dei finanziatori che aiutarono Jobs a fondare Next e Pixar, dopo l’uscita da Apple? Come ha superato le difficoltà? “L’unica cosa che mi ha permesso di andare avanti era che amavo ciò che facevo”, dice a un certo punto Jobs. Una frase che può pronunciare solo chi crede che l’aiuto degli altri sia solo il risultato secondario e inevitabile dei suoi meriti.

Organizzarsi non basta

Qualche tempo fa andai alla conferenza dell’amministratore delegato di una casa italiana della moda, piuttosto nota. Un uomo alto, atletico, con i capelli rasati, che nell’occasione indossava un abito chiaro di taglio giovanile. Gli stava benissimo. Gli diedi ad occhio meno di cinquant’anni, per scoprire poi che li aveva superati da un pezzo. Ci raccontò che verso la fine dell’anno scorso si era trovato a cercare un nuovo direttore creativo per l’azienda. Quello precedente aveva lasciato la carica all’improvviso, a quanto si sussurra non proprio di sua volontà, non prima però di disegnare le collezioni per le sfilate di inizio 2015. Perciò l’amministratore delegato aveva avuto un po’ di tempo per riflettere sul sostituto.

I cacciatori di teste avevano steso una lista di candidati. Tutti nomi celebri, che appaiono ogni giorno su Women’s Wear Daily o Business of Fashion. L’amministratore delegato aveva cominciato a intervistarli. Nel frattempo, si era preoccupato di parlare ai dipendenti migliori dell’azienda, spaventati dal terremoto in corso, per evitare che salpassero verso lidi più sicuri. Uno di loro, l’assistente del precedente direttore creativo, aveva approfittato del colloquio con l’amministratore delegato per presentargli le sue idee sulla strada stilistica che, a suo avviso, l’azienda avrebbe dovuto prendere. L’amministratore delegato ne era stato colpito. “Mi piacque perché era una persona normale”, ci disse, lasciando che traessimo le nostre deduzioni sugli altri stilisti che aveva incontrato nella sua carriera.

Il Natale ormai si avvicinava. All’inizio della conferenza, l’amministratore delegato ci aveva spiegato che osservava la regola di non lavorare mai alla sera e nei fine settimana. Era una questione di work-life balance, a vantaggio anche del work, perché per essere lucido un dirigente ha bisogno di staccare e rinfrescare la mente. Inoltre, aveva proseguito, se uno lavora fuori orario significa che non è organizzato. Se lo fosse, riuscirebbe a sbrigare tutto il lavoro mentre è in ufficio.

L’amministratore delegato aveva pertanto sospeso la caccia al nuovo stilista ed era partito per le vacanze qualche giorno prima del 25 dicembre.

Il giorno dopo l’Epifania era rientrato in sede e aveva telefonato all’assistente incontrato a dicembre. Gli aveva detto di essersi convinto che era sciocco mandare in passerella le collezioni disegnate dal vecchio direttore creativo. Non sarebbero state credibili. Avrebbero prolungato il periodo di incertezza. Il rinnovamento stilistico doveva essere più veloce. Disse all’assistente: “Sei in grado di disegnare una nuova collezione uomo entro lunedì prossimo?”. È un tipo di lavoro che in genere richiede settimane. La telefonata avveniva di mercoledì. Parliamo quindi di cinque giorni. Un’altra settimana sarebbe poi servita per produrre e provare i capi per le sfilate.

L’assistente disse: “Sì”.

Il 19 gennaio 2015, modelli efebici, e anche qualche modella spigolosa, indossarono la collezione uomo sulle passerelle di Milano. La stampa internazionale fu stupita dalla freschezza delle idee, all’insegna dell’androgino, e ancor più di sapere che la collezione era stata disegnata da un assistente sconosciuto. Qualche giornalista osservò che, qui e là, sembrava messa insieme in fretta e furia. Ma nell’insieme i giudizi furono favorevoli. Due giorni dopo la nota casa italiana della moda annunciò che l’ex assistente era il nuovo direttore creativo.

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Non sono sicuro che l’amministratore delegato vedesse l’incoerenza fra la sua regola — non lavorare mai fuori dagli orari regolari — e l’avere affidato a qualcuno una missione impossibile da completare senza lavorare H24, in cinque giorni che includevano un sabato e una domenica. Mi rendo conto che l’assistente, innalzato poi a una carica inattesa e invidiata, forse ricorderà quei giorni come i più esaltanti della sua vita.

Tuttavia, questa storia illustra un aspetto delicato del work-life balance. Spesso la gente lavora nelle ore in cui dovrebbe trovarsi a cena con gli amici, o al parco giochi con i bambini, o a casa a leggere un libro, non perché non è organizzata, ma perché non sono organizzati gli altri: i capi, i colleghi, i clienti, che li inchiodano troppo tardi con richieste urgenti che un essere umano non può esaudire con il solo orario d’ufficio. Nel caso, l’amministratore delegato si era concesso due settimane di vacanze prima di decidere che voleva una nuova collezione uomo, solo cinque giorni prima della scadenza ultima per disegnarla.

Nel mio piccolo, mi capita di frequente che gli studenti mi chiedano di lavorare fuori orario. Li invito a mandarmi i capitoli della loro tesi “entro giovedì mattina” e loro li mandano venerdì sera, all’ultimo momento utile prima di lanciarsi negli spassi del fine settimana, che evidentemente io invece dovrei trascorrere leggendo la loro produzione scientifica. Oppure mi scrivono una mail il sabato o la domenica, con un “URGENTE” nell’oggetto, perché hanno scoperto una scadenza universitaria per il lunedì successivo, che dovrebbero conoscere da mesi, e necessitano di qualche mio intervento. Ho imparato a non rispondere mai a queste mail. Sto pensando anche di affiggere sulla porta del mio ufficio un cartello con un haiku che ho letto su internet:

Richiesta urgente
di chi si era attardato
mi scoccia assai

Ma sia l’amministratore delegato, sia io (limitatamente ai miei studenti) abbiamo il potere incontrastabile di sparire. Se il work-life balance del lavoratore comune va a pezzi è perché riceve mail e telefonate cui invece non può sottrarsi, di capi e altri ritardatari che è pericoloso lasciare insoddisfatti. Oppure gli inviano le informazioni che gli servono in ritardo grave sulla tabella di marcia, e cade nella tentazione di sfruttare le sere e i fine settimana per recuperare il terreno perduto.

Le causa ultima di questa sventura è ovviamente internet. A prima vista, può sembrare che il problema sia che internet ci permette di lavorare a distanza. Questo è un errore, perché anche vent’anni fa uno poteva lavorare alla sera o nei fine settimana portandosi a casa le carte. Il problema vero è che internet permette agli altri di fare lavorare noi da casa, anche se abbandoniamo le nostre carte di lavoro nel loro luogo naturale, che è il tavolo dell’ufficio. Un capo sa di poterci chiedere una prestazione in ogni ora della settimana perché — con le mail, Dropbox o altri servizi cloud — possiamo sempre accedere ai dati e ai documenti necessari per il lavoro.

Saranno proprio i meglio organizzati a lavorare più spesso fuori orario. Con le loro informazioni complete, ben in ordine, collocate online, diventeranno il Wolf dell’ufficio, colui o colei che risolve i problemi, l’operatore di emergenza che i disorganizzati chiamano per sbrigare il lavoro urgente che nasce dai loro errori e dalla loro improvvisazione.

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L’amministratore delegato non aveva sviluppato da sé il concetto che chi lavora fuori orario è disorganizzato. Nei post su internet sul work-life balance — che come numero sfidano gli emendamenti di Calderoli — il consiglio più comune è imparare a sfruttare bene il tempo in ufficio. “Eliminate le riunioni” (come se se uno potesse scansare i colleghi che vogliono incontrarlo), “evitate le interruzioni” (come se uno potesse negarsi al telefono quando lo chiama un cliente), “stabilite le vostre priorità” (come se uno non avesse un capo a dargliele). Il concetto sottostante è che se uno non completa il lavoro in ufficio è a causa delle sue cattive abitudini. Questa letteratura di self-help, oltre a proporre sempre le stesse soluzioni, note probabilmente già agli scrivani Assiro-Babilonesi, aggiunge al danno di chi deve lavorare fuori orario la beffa di sentirsi dire che è colpa sua.

Naturalmente, a volte, è davvero colpa sua. Mi vengono in mente ancora i miei studenti. Per esempio quelli che devono consegnare la tesi la prima settimana di settembre e, avendo concordato con me l’argomento e i metodi mesi prima, si accorgono a metà agosto che non hanno ancora scritto nulla. Pagano questa disorganizzazione loro mettendosi ansiosamente a scrivere mentre sono al mare. Tutti gli anni, alcuni mi mandano i capitoli il giorno esatto di Ferragosto. Forse immaginano che il fatto che lavorino in quel giorno mi commuova e io mi metta subito a leggere il loro materiale. Scrivono “la prego di trasmettermi presto le sue indicazioni perché mi devo laureare a settembre”.

Al contrario, quel giorno evito di leggerlo. A dire il vero, lo evito per una decina di giorni. Non è solo per difendere il mio work-life balance. È anche una questione di onore. Non voglio che un estraneo, vedendomi lavorare in vacanza, prendendo appunti su strani documenti pieni di numeri e tabelle, quando dovrei essere in spiaggia o ad affrontare un percorso di montagna, pensi che sia disorganizzato.