La felicità che non viene dall’affermarci sugli altri

Alcuni dei beni cui aspiriamo richiedono che un altro ne manchi. Perché io sia potente, occorre che tu sia ubbidente. Affinché io vinca la partita di scacchi, occorre che tu la perda. Affinché io sia celebre, occorra che tu sia sconosciuto. Questi beni, che l’economista Fred Hirsch definì “posizionali”, attraggono istintivamente tutti noi. Chi gioca una partita di scacchi, o di qualunque altro gioco, sperando di perderla?

E, se anche rifuggissimo per carattere dal cercare troppo questi beni, viviamo in una società che ci invita di continuo ad affermarci sugli altri: a fare carriera, a mandare i nostri figli nelle università migliori, a fare le vacanze in posti esclusivi che ci distinguono dagli altri.

I beni posizionali ci rendono felici? O non sarebbe più semplice, e più umano, dedicarci ai beni non-posizionali – quelli privi di rivalità? Per esempio, la bontà e la saggezza non sono posizionali. Perché io sia buono, non occorre che tu sia cattivo. Perché io sia saggio non occorre che tu sia stolto. Questi beni sono come il sole: tu ed io possiamo goderne entrambi. Per facilità, e senza nessuna implicazione morale, li chiamerò qui beni “autentici”.

Il difetto principale dei beni posizionali è che la felicità che procurano non è mai definitiva. Alcune competizioni sono brevi, e quindi altrettanto breve è la soddisfazione della vittoria. Gioisco di averti battuto a scacchi, ma mi chiederai una rivincita che potrei subito perdere. Lo studente che si laurea trionfalmente con il massimo dei voti entra subito in un’azienda dove, in veste di neo-assunto, ricomincia dal livello più basso della considerazione sociale.

Se la competizione è lunga, saliamo per gradini. La gioia di salire di un gradino lascia presto spazio all’ansia di salire il successivo. Ci hanno aumentato lo stipendio di un livello e, il mattino dopo il festeggiamento, ci mettiamo a rimuginare su come raggiungere il livello successivo. Non solo: la crescita dei colleghi o – non voglia il cielo – il loro sorpasso su di noi può privarci in qualunque momento della posizione relativa che avevamo conquistato.

Nel Trecento, le famiglie nobili di San Gimignano iniziarono a sfidarsi su chi possedesse la torre più alta: il prestigio della famiglia che costruiva la torre maggiore durava il tempo che occorreva a un’altra famiglia per erigere quella che l’avrebbe superata.

Le fortune di San Gimignano, che si arricchì in questo modo di un’ottantina di inutili torri, finirono quando la Toscana fu colpita dalla peste nera. Le città che avevano usato le loro ricchezze in modo prudente, come Firenze, ressero alla pestilenza assai meglio di San Gimignano. In seguito la città abbatté gran parte delle torri, senza tornare mai ai fasti precedenti. Il destino di San Gimignano ricorda quello dei megaloceri, che investirono le loro risorse biologiche sull’accrescere la taglia delle corna, ritrovandosi inermi quando gli umani dilagarono nelle pianure al termine del Pleistocene.

E anche se crediamo di conservare per sempre la posizione che abbiamo raggiunto, siamo condannati a soffrire quella che Francesco Bacone chiamava “l’invidia del re” – il malanimo che ci sorge alla vista degli inferiori che, pur restando tali, prosperano e riducono le distanze.

I beni autentici sono più stabili. Nessuno può privarci della nostra bontà, o saggezza, e neanche della nostra bellezza, cultura, o della stessa ricchezza materiale, se le viviamo come patrimoni della nostra esistenza, e non come gusto di essere più belli, più colti o più ricchi degli altri.

Non che manchino i modi di guastare i beni autentici. Il fatto che un bene sia autentico non implica che tutti lo possiedano. L’intelligenza non è posizionale – non occorre che tu sia stupido, affinché io sia intelligente – ma riteniamo a torto o a ragione che il quoziente intellettivo vari molto nella popolazione. Quindi le persone intelligenti possono trasformare la loro qualità individuale in un bene posizionale collettivo, formando un club che coltiva il gusto di sentirsi superiori agli altri. Conoscerete il Mensa.

Oppure, possiamo vivere i beni autentici come fossero posizionali. Accennavo alla bellezza, alla cultura, alla ricchezza e ad altri beni che sono ambigui, anche nel linguaggio corrente, fra l’interpretazione posizionale e quella non posizionale. Un ricco può dirci che non vuole essere chiamato così, perché l’aggettivo è da riservare a chi è più ricco di lui. Tutto bene finché è un caso di falsa modestia. Ma ci sono ricchi che trovano il modo di invidiare i ricchi di grado più alto, invece di godersi la loro assoluta fortuna materiale.

Anche beni autentici che non sembrano ambigui, come la bontà e la saggezza, prendono a volte una deriva verso la posizionalità. Chi è buono può provare dispiacere davanti alle opere di bontà degli altri, o chi è saggio a incontrare persone che non hanno bisogno di essere ammaestrate da lui. Davanti a questi dispiaceri, che sono varianti dell’invidia, dobbiamo comunque chiederci se l’interessato sia veramente buono, o saggio.

Un altro problema: possiamo finire con l’usare i beni autentici per acquisire beni posizionali. La bellezza, a mio parere, è un bene autentico che non è mai diminuito dai confronti. Un Bradley Cooper non deve preoccuparsi dal fatto che anche Brad Pitt sia piuttosto bello. Se Bradley Cooper lo facesse sarebbe sciocco – una deriva inutile verso la posizionalità. Ma la bellezza, anche se vissuta da chi la possiede come bene autentico, è un mezzo potentissimo per suscitare interessi romantici, diventare popolare fra gli amici, crearsi ammiratori su Instagram, tutti beni in cui ci sono gare e gerarchie.

La bellezza, ripeto, penso che sia autentica; ma l’apprezzamento degli altri è senza dubbio posizionale.

In conclusione, per essere felici ci serve intanto la fortuna di possedere dei beni autentici, perché spesso non provengono né dai nostri sforzi né dalle nostre capacità. Quando li abbiamo, è necessario che sappiamo goderceli in quanto tali, nel loro valore assoluto. Per farlo, ci serve la capacità di non invidiare gli altri per i beni, autentici o posizionali, che a loro volta inevitabilmente esibiranno. “Video, sed non invideo” (vedo ma non invidio), diceva Sant’Agostino. L’invidia è inoltre un male in sé, perché ci fa soffrire e ci allontana proprio dalle persone che – essendo buone, intelligenti, belle, ricche e così via – ci farebbe bene frequentare, per ragioni spirituali e anche pratiche.

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