Megalocero (Megaloceros giganteus)

Scheletro di megalocero

Il megalocero apparve circa 400.000 anni fa. Era il cervo più grande che si fosse mai aggirato nei prati dell’Europa, dell’Asia Centrale e del Nord Africa. Il suo nome significa “grande cervo”. Gli scienziati lo chiamano anche Megaloceros giganteus, con una sovrabbondanza di accrescitivi che la bestia senza dubbio meritava. Era alta più di due metri, al garrese. E, ogni primavera, il maschio sviluppava corna poderose e barocche, che arrivavano ai tre metri e mezzo di larghezza. In inverno cadevano. Che fosse per la dieta, per il carattere, o per l’impaccio che le corna gli procuravano, il megalocero rinunciava ad addentrarsi nelle foreste, a differenza dei cervi più piccoli. Passò le centinaia di migliaia di anni che visse sul pianeta a pascolare nelle pianure e a rosicchiare piante nella bassa boscaglia. Circa 8.000 anni fa, si estinse.

Questo animale ci lasciò molte tracce di sé. I teschi cornuti del megalocero adornano da secoli le sale dei castelli della Gran Bretagna. I musei di storia naturale di tutto il mondo ne esibiscono gli scheletri completi. Gran parte di questi resti vengono dall’Irlanda, dove i sedimenti lacustri e gli strati di torba conservarono magnificamente le ossa del nostro animale. Perciò il megalocero è detto anche “alce irlandese”: un doppio malinteso, visto che non era né un alce né specificamente irlandese. In Francia appare su diverse pitture rupestri. La Siberia dispone dei fossili più recenti.

Nel Seicento, a causa dell’assenza evidente di megaloceri viventi, gli scienziati iniziarono a sospettare che i fossili appartenessero a una specie estinta. Resistettero a lungo prima di accettare questa conclusione, che contravveniva all’idea che Dio avesse creato ogni specie per un buon motivo e le conservasse tutte con la sua provvidenza. Thomas Molyneaux, che fu il primo a pubblicare uno studio scientifico del megalocero, sostenne che i fossili europei appartenessero alla stessa specie dell’alce americano, osservato dagli esploratori del nuovo continente. Da cui il malinteso sull’alce irlandese.

Quando gli scienziati conobbero meglio l’alce americano, e dovettero constatare che non era parente del megalocero, avanzarono l’ipotesi che quest’ultimo fosse stato sterminato dagli esseri umani. Gli antichi romani furono accusati di aver ucciso il megalocero negli spettacoli circensi; le tribù celtiche di avergli dato una caccia dissennata nelle pianure irlandesi. Entrambe le teorie caddero quando gli scienziati si resero conto che il megalocero si era estinto qualche millennio prima che Romolo fondasse Roma o che le tribù celtiche sbarcassero in Irlanda.

Con Darwin, gli scienziati accettarono l’idea che le specie potessero estinguersi anche per ragioni naturali. L’attenzione si posò sulle poderose corna del megalocero. Pesavano oltre quaranta chili. Sembrava troppo grandi rispetto al corpo dell’animale, sia pure maestoso. Il ciclo annuale delle corna richiedeva ai maschi un intenso e ripetuto sforzo metabolico, che poteva indebolire il resto delle ossa. Ed era dubbio che corna così scenografiche fossero un gran vantaggio nel combattimento.

Fu proprio Darwin a ipotizzare che le corna dei cervi in generale servissero a impressionare le femmine invece che a lottare con i predatori. Le osservazioni etologiche moderne confermano questa ipotesi. Per esempio, i cervi colpiscono i lupi con le zampe, non con le corna. L’unica circostanza in cui i cervi si servono delle corna è il combattimento con i propri simili. Questi combattimenti, molto rituali e quasi sempre incruenti, servono a stabilire l’ordine di dominanza nel gruppo, in particolare ai fini dell’accoppiamento. Anche in assenza di combattimenti preliminari, le femmine si dimostrano più accondiscendenti con i cervi più dotati di corna. In questo modo, i geni che producono corna più grandi sono trasmessi alle generazioni successive. Il successo evolutivo di questi geni è comunque limitato dalle controindicazioni meccaniche, metaboliche e ambientali che corna troppo grandi possono provocare.

È probabile che il megalocero dovesse le sue corna così pronunciate all’ambiente favorevole in cui viveva. Questo ambiente cambiò alla fine dell’era glaciale, circa 10.000 fa, quando il clima più mite modificò la vegetazione. Sappiamo che presto il megalocero si ritirò dall’Irlanda. Divenne più comune in Europa Centrale e in Asia. In queste zone si trovò in contatto frequente con la specie umana, che stava beneficiando del nuovo clima. Celti e romani non erano ancora sorti, ma la nostra specie era già capace di attaccare i grandi animali nelle pianure. Il megalocero sopravvisse solo un altro paio di millenni. Al contrario, i cervi piccoli continuarono a prosperare, perché occupavano ambienti più impervi che li avvantaggiavano sugli esseri umani.

La cultura moderna cita spesso il megalocero come esempio della competizione dannosa in cui una specie può cadere pur di acquisire beni posizionali. I beni posizionali sono quelli che procurano a chi li possiede un rango sociale, come la bellezza, il prestigio o gli oggetti desiderabili. Questi beni permettono al possessore di accaparrarsi i partner di migliore qualità, almeno secondo il metro sociale. Inoltre, i beni posizionali assicurano felici prospettive alla prole delle coppie che così si formano. Purtroppo, per loro natura, questi beni generano sempre uno spreco di risorse. La competizione fra gli individui per i beni posizionali può mutare l’ordine di dominanza, ma in nessun caso migliora il benessere collettivo, perché la minore felicità di chi è sceso compensa la maggiore felicità di chi è salito.

Pertanto, la corsa ai beni posizionali porta la specie a usare male le risorse del suo ambiente e ad esaurirle precocemente. Inoltre, riduce l’abilità della specie ad adattarsi alle trasformazioni inaspettate dell’ambiente, come il cambiamento del clima o l’emergere di nuovi predatori e malattie.

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