“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”. È il principio morale che va sotto il nome di regola d’oro. In qualche forma, la incontriamo in tutte le religioni. Si chiama “d’oro” perché vuole riassumere ogni altro principio morale – non uccidere perché non vorresti essere ucciso, non mentire perché non vorresti che ti mentissero. Si serve della ragione, perché fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi è contraddittorio, e anche delle emozioni, perché ci invita a chiederci cosa proveremmo al posto degli altri. Purtroppo, è anche priva di conseguenze pratiche, perché ci spoglia delle caratteristiche individuali che ci differenziano gli uni dagli altri e danno vita alle nostre azioni.

Sono un docente universitario e mi capita spesso di fare agli studenti ciò che non mi piacerebbe facessero a me: ammonirli, correggerli, bocciarli agli esami. Lo stesso gesto dell’insegnamento, spiegando i concetti in tutti i dettagli, con quell’atteggiamento di chi trasferisce un sapere, l’assunzione implicita che gli studenti se ne stiano zitti, e la minaccia sotterranea che verificherò se mi hanno seguito, lo troverei intollerabile se gli studenti cercassero di rifilarlo a me, parlandomi di economia, politica, o anche di partite di calcio. Denoterebbe mancanza di rispetto per me – sono io il professore – e per la mia età, perché un giovane non deve permettersi di impartire lezioni a chi è più anziano di lui. O almeno questo è ciò che mi aspetto.

Conseguenza: secondo la regola d’oro non dovrei insegnare.

Vi occorrono altri esempi?

  • Il vigile che multa il passante senza mascherina: non credo che, se gli capitasse di andare in giro privo dell’indumento, il vigile si augurerebbe di essere multato.
  • L’uomo che lascia la fidanzata perché si è innamorato di un’altra donna: di certo non si augura che questa donna un giorno lo lasci perché si è innamorata di un altro uomo.
  • Il collega di lavoro che, avendone i requisiti, si candida a una posizione interna cui ci siamo già candidati noi: né lui né noi ci auguriamo che un terzo collega arrivi a moltiplicare la concorrenza.

I difensori della regola d’oro obietterebbero che il principio va applicato ai motivi dell’azione, non alle modalità talvolta dolorose che possono accompagnarla. Insegnare mira a sviluppare negli studenti capacità utili, tanto che si sottopongono al maltrattamento dei docenti di loro volontà; a riprova ulteriore, anche i docenti si sono sottoposti in passato all’insegnamento dei loro maestri. Il vigile intende proteggere i cittadini che potrebbero infettarsi e gli è facile dire che, se non portasse la mascherina, meriterebbe a sua volta di essere multato. L’uomo che lascia la fidanzata ubbidisce all’amore e può dichiarare che, a parti invertite, non chiederebbe mai alla fidanzata di restare con lui. Quanto ai colleghi in competizione, vogliono fare carriera, non danneggiarsi fra loro; chi vince può ben augurarsi che anche chi ha perso realizzi presto i suoi obiettivi, in nuove posizioni o in altre aziende.

D’accordo.

Ma per ogni azione concreta si trova sempre un motivo abbastanza astratto da rispettare la regola d’oro. Per arrivare al livello richiesto di astrazione, è sufficiente ripulire l’azione dalle sue caratteristiche e le persone dalle loro individualità concrete. Basta passare dall’insegnamento reale, con il potere dei docenti, la subordinazione degli studenti, le emozioni del rapporto superiore-inferiore, e in generale tutto ciò che può provocare un male psicologico – piccolo e superabile, sia chiaro – all’insegnamento ideale, che consiste nel progresso di conoscenze dello studente.

Dal poliziotto che ci ferma, ci identifica, usa la sua autorità, ai benefici collettivi del contenimento del virus.

Dall’amato che ci lascia – qui il dolore non è piccolo, e non sempre è superabile – alla situazione ipotetica in cui a tutti può capitare di essere abbandonati.

Dalla sconfitta sul lavoro allo scenario immaginario in cui vinceremo la prossima volta.

La regola di Mencio è una variante della regola d’oro. Dice che dobbiamo trattare tutti gli esseri umani come quelli che amiamo spontaneamente: i nostri genitori, i nostri figli, il nostro coniuge, gli amici più cari. Mencio, un filosofo cinese del quarto secolo AC, assomiglia a Jean-Jacques Rousseau nell’assumere che la natura ci abbia dotato di bei sentimenti. E sia. La sua regola, come quella d’oro, dichiara che tutti gli esseri umani meritano lo stesso trattamento. La regola d’oro paragona noi e gli altri; quella di Mencio i nostri cari e gli esseri umani in generale.

Anche la regola di Mencio richiede un’ascesa a cime di astrazione in cui la vita si dilegua. Invece di guardare a nostra madre per la donna che concretamente è, con una storia che ci accumuna, decenni di eventi familiari difficili, con tutti i sentimenti incasinati e non sempre russoiani che una madre ci può suscitare, Mencio ci chiede di concepirla come essere umano, e quindi simile a qualunque signora anziana che potremmo incontrare sul tram. Non chiedetemi perché dovremmo trattare la signora anziana sul tram come trattiamo nostra madre, e non invece nostra madre nel modo in cui trattiamo una signora anziana sul tram, ma in entrambi i casi siamo nello scherzo filosofico, non in principi che possiamo applicare alle persone vere.

C’è un’altra caratteristica comune alla regola d’oro e quella di Mencio: l’egocentrismo. Chi decide cosa si può fare agli altri? Io, in base a cosa vorrei che facessero a me. Io, in base a come tratto i miei cari. Anche senza ascese filosofiche nell’astrazione, un mafioso che uccide un pentito può invocare la regola d’oro allo stato crudo, e in tutta sincerità, dicendo che si augurerebbe a sua volta di essere ucciso se dovesse tradire l’organizzazione. Capiamo subito cosa c’è di moralmente storto in questo ragionamento: è probabile che il pentito la pensi altrimenti.

Ne segue un modo semplicissimo di oltrepassare la regola d’oro e quella di Mencio. Seguendo il rango usuale della nobiltà dei metalli, non posso che chiamarla “regola di platino”.

Regola di platino
Non fare agli altri ciò che non vogliono che tu faccia loro.

Questa regola è molto ambiziosa, quanto a diminuzione del male nel mondo. Il suo inconveniente, e forse il motivo per cui non la incontriamo in molte religioni e nei libri di filosofia, è che la violiamo di continuo. La vita ci porta ogni giorno a fare qualcosa che gli altri vorrebbero che non facessimo, come sperimentiamo nell’insegnare, nel dare le multe, nello spegnersi dell’amore, nella carriera, e nei milioni di altri casi che si creano nei rapporti con gli altri.

Perciò, la regola di platino è solo una legge generale che ha poi bisogno di “decreti attuativi”, prendendoli a prestito dalla burocrazia italiana. I decreti attuativi sono le regole che ci servono per decidere quando dobbiamo rispettare i desideri degli altri e quando possiamo imporre i nostri, o gli interessi generali. Nel linguaggio filosofico, e anche nel linguaggio corrente, questi decreti definiscono i diritti degli esseri umani. Perché sono i diritti degli altri, e non i nostri sentimenti, il vero territorio della morale, se deve servire a qualcosa nella vita reale.

Inviato su NM

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