La mela sulla testa

Uno dei lati migliori del lavorare in università è che ogni tanto ti capita di incontrare i professori celebri che hanno dato i contributi alla scienza. Di recente ho avuto l’onore di una breve conversazione con il professor Ron Burt, che è lo scopritore degli structural holes, i quali, detto alla buona, sono le persone che congiungono due mondi diversi, per esempio l’amico che ti porta le notizie da un giro cui non appartieni. Questo è un concetto importante della sociologia, perché gli structural holes possono rendersi molto utili, far viaggiare le informazioni fra i mondi, e fungere da intermediari fra le persone. Se sono abili, gli structural holes possono anche accumulare un certo potere.

Ora, questa breve conversazione non l’ho iniziata io, perché in genere mi limito a guardare i giganti da lontano, anche quando io e loro ci troviamo per caso nella stessa stanza. È stato il professor Ron Burt che è venuto a parlarmi. A causa di alcune circostanze che non vi racconto, voleva dirmi una cosa, che ha a che fare con l’università di Chicago dove insegna, perché riteneva non la sapessi, come infatti non la sapevo, e che potesse servirmi a causa delle circostanze in questione. Me l’ha detta con poche parole, ma precise, chiare e perfette e in tutto degne della sua fama. Poi ha detto “il mio nome è Ron Burt, e se posso aiutarti non esitare a contattarmi”. Io ovviamente sapevo chi era, ma non sono riuscito a esprimerglielo, perché nel frattempo si era già dileguato.

Sul momento sono rimasto ammirato. Ho ritenuto di trovarmi davanti a un caso del fenomeno in sé sorprendente, ma che osservo di continuo, che le persone più intelligenti sono anche quelle più gentili. Ma, dopo un paio di giorni, perché io ci metto un po’ a carburare, ripensando a questa breve conversazione, mi sono reso conto che il professor Ron Burt aveva incarnato la sua teoria – mi aveva intermediato l’università di Chicago, mi aveva passato un’informazione che nel mio mondo mancava, aveva fatto esattamente lo structural hole – e mi sono sentito, nel mio piccolo, come se Newton mi avesse fatto cadere una mela sulla testa.