I regali della selezione naturale

La selezione naturale ci ha fatto due bei regali. Il primo è la reazione automatica di paura verso ciò che ignoriamo. Ce l’ha fatto perché era più sicuro, quando sorse la nostra specie, che eccedessimo nella prudenza, il cui unico danno è di indurci a qualche cautela di troppo, invece che nell’imprudenza, che ci poteva far cadere fra le zampe delle bestie feroci. Il secondo è l’evaporazione veloce di qualunque sentimento di felicità che ci capita di sentire. La selezione naturale ha voluto che tale sentimento durasse minuti, o un’oretta, perché tornassimo presto a uno stato di insoddisfazione che ci obbliga a esplorare l’ambiente e a procurarci risorse. Ed è proprio questa esplorazione che ci porta ad incontrare ciò che non conosciamo, provocando la reazione automatica di paura. Così vedete come i due regali si leghino fra loro. Secondo me, questi due regali, nell’insieme, spiegano parecchio della fatica quotidiana di vivere.

La procrastinazione in corso d’opera

La procrastinazione classica, che in genere si chiama procrastinazione e basta, è una specie malsana di ostilità interiore all’iniziare un’attività, per cui poniamo devi scrivere una mail delicata, e ti metti invece a riordinare i cassetti, o a pulire il frigorifero, o a raddrizzare i quadri sui muri. Questa ostilità è malsana perché in genere sparisce una volta che inizi l’attività temuta, che si dimostra quasi sempre meno difficile di quanto pensassi, e anzi spesso la completi alla svelta, un po’ come accadde al famoso monaco che, incaricato dall’imperatore di disegnargli uno scorpione, si prese una settimana di riflessione. Poi disegnò lo scorpione in un secondo con un solo colpo di penna. La leggenda ci dice che la settimana gli servi per prepararsi ma è probabile che, in realtà, stesse solo procrastinando.

C’è poi un altro tipo di procrastinazione, che sorge dopo che hai iniziato l’attività, a volte anche in assenza di una procrastinazione classica precedente. Hai già svolto parte del lavoro, o sei persino vicino a concluderlo, ma senti un’ostilità a proseguire. I sintomi sono gli stessi della procrastinazione classica: riordini il cassetto, vai a raddrizzare i quadri, e così via. Propongo di chiamare questa ostilità a proseguire un lavoro già iniziato procrastinazione in corso d’opera.

Mentre la procrastinazione classica nasce dalla paura dell’attività, per il pensiero di non esserne all’altezza, o degli imprevisti che dall’attività possono derivare, credo che la procrastinazione in corso d’opera nasca da un’insoddisfazione della mente per la qualità del lavoro svolto. Stai scrivendo la mail e la mente si accorge che il tono è sbagliato, che ti abbandoni alle divagazioni, che il punto importante affoga in mezzo a mille parole inutili. Insomma stai scrivendo una schifezza. Allora la mente, con saggezza, ti invita ad allontanarti. Mentre sarai distratto da un’altra attività, lei elaborerà la mail sotto il livello della coscienza. Al momento giusto la mente ti richiamerà. Proprio mentre stai pulendo il frigorifero, ti capiterà di pensare, senza sforzo, quelle frasi felici che non riuscivi a trovare mentre scrivevi la mail.

Ritengo che le grandi idee sopraggiunte ai pensatori mentre facevano tutt’altro, poniamo mentre sedevano in una vasca da bagno, siano dovute a questo meccanismo. Nel momento magico, i pensatori si trovavano in quei posti a causa di una procrastinazione in corso d’opera. L’unico rischio di questo trucco, per il resto ammirevole, è che l’altra attività ti prenda troppo: sconsiglio di distrarsi andando a fare un giro sui social, dai quali spesso non si torna più, mentre insisterei sull’esempio che ho detto, quello di pulire il frigorifero.

Gli alianti

Mi trovo con una mia amica in un modesto ristorante quando arrivano due uomini, abbastanza giovani, sui trenta-quaranta, che si siedono al tavolo vicino al nostro. Il più basso ha il braccio tatuato e una faccia che mi ricorda qualcuno. Mi prende la curiosità. Smiccio per un po’ il personaggio misterioso per capire chi sia, finché la lampadina si accende e dico alla mia amica “ma non è Lapo Elkann?”.

La mia amica è indifferente da sempre alla gente importante. Dice “mah, può darsi, l’ho visto forse due volte in televisione”, e “ha un volto molto comune”, non so se riferendosi a Lapo Elkann o all’uomo seduto vicino a noi. Potrebbero essere la stessa persona, ma anche no. Come dicevo ci troviamo in un modesto ristorante, che non è dove ti aspetti di vedere la gente importante. È come quando trovi le chiavi di casa nel cesto della biancheria sporca. Ti domandi come siano finite lì. Hai quell’attimo in cui pensi di sognare. Sto quindi per concludere che non sia lui, sarà uno che gli assomiglia, ma poi sento che dice al suo amico “adesso vado a Kimberley in Sud Africa dove c’è la miniera di diamanti per fare il campionato degli alianti” e allora dev’essere proprio Lapo Elkann.

La mela sulla testa

Uno dei lati migliori del lavorare in università è che ogni tanto ti capita di incontrare i professori celebri che hanno dato i contributi alla scienza. Di recente ho avuto l’onore di una breve conversazione con il professor Ron Burt, che è lo scopritore degli structural holes, i quali, detto alla buona, sono le persone che congiungono due mondi diversi, per esempio l’amico che ti porta le notizie da un giro cui non appartieni. Questo è un concetto importante della sociologia, perché gli structural holes possono rendersi molto utili, far viaggiare le informazioni fra i mondi, e fungere da intermediari fra le persone. Se sono abili, gli structural holes possono anche accumulare un certo potere.

Ora, questa breve conversazione non l’ho iniziata io, perché in genere mi limito a guardare i giganti da lontano, anche quando io e loro ci troviamo per caso nella stessa stanza. È stato il professor Ron Burt che è venuto a parlarmi. A causa di alcune circostanze che non vi racconto, voleva dirmi una cosa, che ha a che fare con l’università di Chicago dove insegna, perché riteneva non la sapessi, come infatti non la sapevo, e che potesse servirmi a causa delle circostanze in questione. Me l’ha detta con poche parole, ma precise, chiare e perfette e in tutto degne della sua fama. Poi ha detto “il mio nome è Ron Burt, e se posso aiutarti non esitare a contattarmi”. Io ovviamente sapevo chi era, ma non sono riuscito a esprimerglielo, perché nel frattempo si era già dileguato.

Sul momento sono rimasto ammirato. Ho ritenuto di trovarmi davanti a un caso del fenomeno in sé sorprendente, ma che osservo di continuo, che le persone più intelligenti sono anche quelle più gentili. Ma, dopo un paio di giorni, perché io ci metto un po’ a carburare, ripensando a questa breve conversazione, mi sono reso conto che il professor Ron Burt aveva incarnato la sua teoria – mi aveva intermediato l’università di Chicago, mi aveva passato un’informazione che nel mio mondo mancava, aveva fatto esattamente lo structural hole – e mi sono sentito, nel mio piccolo, come se Newton mi avesse fatto cadere una mela sulla testa.