L’atteggiamento apragmon

Gli antichi greci avevano un aggettivo, apragmon, per indicare coloro che non si immischiavano nelle questioni politiche. A volte il significato era negativo e per esempio ci resta una tirata di Pericle contro gli ateniesi apragmones, che a suo dire erano la rovina della città. Ma altre volte era positivo, tanto è vero che Ulisse, nella Repubblica di Platone, quando deve scegliere un’anima in cui reincarnarsi, cerca quella di un cittadino apragmon per non trovarsi a rivivere le ambizioni e le traversie ben note che furono narrate da Omero. Anche Socrate diceva che amava sì discutere del giusto e dell’ingiusto, ma solo in privato, mentre nelle dispute pubbliche preferiva essere apragmon.

Nella Grecia ellenistica il significato positivo si impose, specialmente per le persone abbienti, che avevano tutta la capacità di immischiarsi in politica per giovare ai loro interessi, e perciò si riteneva di lodarle se rimanevano apragmon. Così, venendo ai giorni nostri, si potrebbe dire che Silvio Berlusconi, quando decise di “scendere in campo”, abbandonò l’atteggiamento apragmon che aveva tenuto fino ad allora, anche se molti dicono che in realtà si immischiava nella politica italiana da molti anni. E se si vuole un esempio contrario, cioè dell’immischiarsi troppo, che i greci antichi chiamavano polupragmon, bisogna citare per forza Matteo Renzi, che soprattutto nei suoi giorni felici aveva una posizione da prendere su qualunque bega nazionale apparisse su Twitter.

Io di persona sono a favore dell’atteggiamento apragmon, anche nella politica d’ufficio o nella piccola politica delle relazioni familiari, e in generale in tutte le faccende in cui hai spazio per interventi che non sono realmente necessari. In ciò mi metto contro vento, perché oggi il pregiudizio è a favore dell’agire, c’è imprenditorialità, nel dubbio l’uomo moderno agisce, e la donna moderna anche, dopo di che si vantano di avere detto, di avere fatto, e che se non fosse stato per loro il mondo sarebbe andato a rotoli. È invece raro che qualcuno si vanti di essere stato zitto, di aver lasciato fare ad altri più capaci o di avere fatto una cosa buona solo perché ci era costretto.

Per me l’atteggiamento apragmon consiste nel sapere che i problemi del mondo non gravano tutti su di te, e che in ufficio, in una famiglia, in una comunità il lavoro si divide fra molti, e che le emozioni del momento che ti intimano di agire, di non accettare quella certa cosa, sono traditrici, perché potresti invece accettarla e abbandonarla alla polvere della storia. Con l’atteggiamento apragmon, è anche più facile che ti accorgi dei casi in cui occorre davvero che sia tu ad agire, perché purtroppo ci sono e sai da cosa te ne accorgi? Dal fatto che in quei casi non vorresti farlo. Hai la resistenza interiore. Ti metti a esplorare tutte le possibilità che hai per evitare di agire, e poi agisci, è solo a quel punto che ti viene di farlo, perché hai capito che nessuna di queste possibilità conserva il rispetto che hai per te stesso o per gli altri, e questi casi sono sempre abbastanza numerosi da riempire le giornate.

Come sviluppare una virtù

Non c’è modo migliore di sviluppare una virtù che praticarla. Per esempio chi manca di coraggio deve buttarsi, perché così facendo si avvede che non succede niente di grave, e se per caso succede poi passa, come tutte le cose di questo mondo, così che la volta successiva che deve buttarsi lo fa con maggiore serenità, e buttarsi con una certa serenità è praticamente sinonimo di coraggio. Oppure se uno pratica la falsa modestia, nonostante la fama cattiva che la avvolge, prende l’abitudine di cercare gli argomenti che sminuiscono i suoi meriti, e se li cerca con serietà questi argomenti li trova sempre, e gli arriva anche il momento di lucidità in cui si accorge che sono veri, così che acquista la modestia tout court.

Aspasia e Pericle

Mi sono imbattuto in un passaggio delle Vite parallele, dove Plutarco narra che Pericle aveva completamente perso la testa per la bella Aspasia, e per spiegare ai lettori il punto cui il povero Pericle era arrivato, Plutarco scrive: “tutto preso da amore per Aspasia, Pericle andava a salutarla due volte al giorno, quando usciva di casa e quando rientrava”. E ho pensato che gli antichi greci avevano questo equilibrio meraviglioso in tutto ciò che facevano, nell’arte come nella vita quotidiana, ed è per questo che a distanza di millenni ci illuminano ancora, però avevano anche il grosso vantaggio di mancare di telefonini, perché altrimenti col cavolo che Pericle salutava Aspasia solo due volte al giorno.

Lo scherzo

Ho letto le polemiche contro una felpa venduta su Amazon, che portava la scritta “L’anoressia è come la bulimia, solo con l’auto-controllo”. Dico subito che questa scritta non mi fa ridere. Ma dico anche che se fossi stato il sorvegliante dei prodotti di Amazon, ammesso che sia una persona, o un gruppo di persone, e non un algoritmo, comunque, diciamo, se fossi stato l’entità che in Amazon ha l’incarico di bloccare il cattivo gusto, il razzismo, o gli insulti alle categorie di persone che meritano rispetto e protezione, credo che questa felpa l’avrei lasciata passare.

Vedo benissimo che questa felpa dice qualcosa di cattivo, ma questa è la natura generale dello scherzo, che è come un farmaco, perché sappiamo che la parola farmaco viene da pharmakon, che è greco antico, e indicava allora sia la medicina sia il veleno. Tutte le medicine sono infatti velenose. Anche i principi medici vegetali non sono altro che i veleni che le piante usano per uccidere i parassiti. Lo scherzo, come il farmaco, tenta di produrre il bene somministrando al paziente un poco di male, con cui lo spinge nella direzione giusta. Nel caso della felpa il poco di male consiste nell’insulto leggero agli anoressici e ai bulimici, e dico leggero perché gli insulti pesanti sono altri, mentre il bene più grande è incitare queste categorie a un’alimentazione equilibrata.

Però lo scherzo, essendo un veleno, può fallire, e il caso principale è quando si somministra una dose eccessiva, per incuria o per il cosiddetto gusto dello scherzo, e qui bisogna dire che c’è una grossa differenza con i farmaci, perché il dottore in genere non gode a somministrarli, fa solo il suo lavoro, mentre chi scherza gode dello scherzo che fa, anche immensamente, c’è chi prova le gioie del paradiso a scherzare sugli altri, e usa magari il bene cui mira lo scherzo come scusa per scatenarsi nel male. Oppure la dose è piccola ma il paziente è allergico, debole, o per altri motivi incapace di sopportarla e perciò lo scherzo lo offende, invece di produrre il bene sperato. Infine c’è il problema che lo scherzo è sempre un atto di arroganza, perché chi scherza di te si erge a medico dei tuoi mali senza avere ricevuto il permesso. Gli anoressici e i bulimici non hanno mai chiesto ai produttori di magliette di pensare a delle scritte scherzose contro di loro. Questa è un’altra differenza con i farmaci, dove è il paziente che sceglie il medico da cui farseli somministrare.

Quindi per riassumere non si può bloccare una maglietta scherzosa solo perché contiene del male. Tutti gli scherzi ne contengono ma si propongono anche del bene. Il punto da decidere, se sei il sorvegliante dei prodotti di Amazon o svolgi ruoli simili, è se il bersaglio si offenderà o no. Io dicevo non avrei creduto che gli anoressici e i bulimici si sarebbero offesi di questa maglietta, ma ciò è successo, e quindi lo scherzo è fallito, e non ti puoi difendere dicendo che era solo uno scherzo, perché la natura dello scherzo ti impone anche di calibrare il male secondo le caratteristiche del paziente, come fa il dottore, ed evidentemente hai calibrato male. Perciò devi scusarti e se sei un’azienda che vende le felpe è anche legittimo che ti chiedano un risarcimento.

I luoghi comuni

Ho letto un libro dove l’autore a un certo punto si mette a criticare i luoghi comuni e scrive una nota a piè di pagina con tutti quelli che bisogna evitare. Parte da “ricco sfondato”, continua con dozzine e dozzine di casi, e conclude con “capo dello stato”, “garante della costituzione”, e “arbitro imparziale”, perché in realtà la nota mira a criticare il nostro Mattarella, che a giudizio di questo autore non è un bravo presidente, perché infarcisce di luoghi comuni i discorsi che tiene alla nazione.

Anni fa mi obbligavo ad evitare i luoghi comuni, anche poniamo quando scrivevo una mail, e se per caso avevo sulla punta della penna un “pirata della strada” cercavo un’alternativa, lo facevo diventare un “guidatore pericoloso” o un “automobilista criminale”. Per mia fortuna questo periodo non durò e sono oggi persuaso che, delle tre espressioni che ho appena citato, la migliore è di gran lunga “pirata della strada”. Notate anche come scriva “di gran lunga” in tutta serenità.

“Pirata della strada” è la migliore perché se dici a qualcuno che è un pirata della strada gli lanci un’accusa precisa, gli fai un ritratto, e non solo come guidatore, gli dici anche che è un certo tipo ben noto di brutta persona. Sul “pirata della strada”, la comunità dei parlanti ha già concluso i lavori, ne ha stabilito il significato, i suoi confini empirici, per mezzo dell’applicazione ripetuta ai protagonisti della cronaca che si sono macchiati dei relativi delitti. Non c’è nessun motivo di riaprire la pratica e introdurre i guidatori pericolosi o gli automobilisti criminali, e di imporre al lettore la fatica di interpretare queste espressioni nuove, e questo al solo fine di gonfiare le tue piume di scrittore, perché vuoi fare il fenomeno che scrive le cose a modo suo.

Se c’è un problema è il luogo comune di pensiero, non quello di linguaggio. Quando scrivi “Garibaldi è un eroe nazionale” cadi nel luogo comune di pensiero e sprechi il tempo del lettore a dirglielo un’altra volta. Ma se scrivi “Renzi è un eroe nazionale” stai proponendo una novità, è un pensiero che probabilmente nessuno aveva mai pensato, a parte forse l’interessato. Al lettore questo pensiero potrà piacere o no, ma certo non dirà che lo avevano già informato, del fatto che Renzi è un eroe nazionale. A mio parere questo esempio dimostra che “eroe nazionale” è una valida espressione, anche se è un luogo comune di linguaggio, e può andare a inserirsi in pensieri interessanti, e che perciò non conta tanto come scrivi, o come parli, ma conta che pensi qualcosa che meriti di essere detto.