Contro gli obiettivi

Qualche settimana fa è morto sull’Everest un famoso alpinista svizzero, che si chiamava Ueli Steck, e aveva solo quarantuno anni, e secondo gli esperti era il più bravo alpinista del mondo nel settore dell’arrampicata libera. Il povero Steck era famoso per i record di velocità. Per fare un esempio, Steck fu il primo a scalare la parete Nord dell’Eiger in meno di quattro ore — l’Eiger è una cima dalle parti di Berna e la parete Nord è la più impervia. Il nostro Reinhold Messner scalò quella parete quando era giovane, anche lui in arrampicata libera, e gli fecero molti complimenti, e dissero “però questo Messner!”, “che campione, Messner!”, tutto ciò perché c’era riuscito in dieci ore. Steck aveva iniziato come dilettante. Era un carpentiere che scalava le montagne nel fine settimana, ma a furia di scalarle praticamente di corsa si era procurato le attenzioni della stampa, che con la sua solita fantasia lo aveva soprannominato “Swiss machine”. Così erano arrivati i soldi e Steck aveva smesso di tagliare il legno, e aveva fatto dell’alpinismo una professione, finché come dicevo è caduto.

Dell’alpinismo si può dire molto, perché è uno sport che accende le polemiche, per via che in montagna si muore, e per il dibattito che c’è sempre stato sull’arte appropriata di scalare una montagna. Certamente l’alpinismo ha un obiettivo, che non è arrivare in vetta, ma arrivarci in un certo modo, perché se il punto fosse arrivare in vetta tanto varrebbe prendere l’elicottero. Questo modo deve essere difficile. Fu Messner, ai suoi tempi, a criticare i colleghi che salivano sui percorsi attrezzati e si aiutavano con la tecnologia, e “colleghi” è una parola mia, perché Messner non li reputava tali, e usava altri termini, e in ogni caso per lui non erano alpinisti veri. Fu ancora Messner a decidere di scalare gli ottomila senza corde e senza bombole di ossigeno, che è pericolosissimo, e vi invito in proposito a cercare su internet cosa succede al cervello umano se lo private di ossigeno sufficiente. Fu sempre Messner a porsi l’obiettivo di essere il primo a scalare tutti gli ottomila dell’Himalaya. E oggi che questi obiettivi sono stati compiuti, e sugli ottomila più facili salgono anche i turisti, e salgono pure sul lato più accessibile dell’Everest, e a dire il vero qualche turista tutti gli anni ci muore, gli alpinisti di professione si pongono gli obiettivi di velocità, come faceva il povero Steck.

Confesso la mia ignoranza in fatto di alpinismo, al di là delle informazioni che leggo e dei ricordi di quando ero bambino e in Italia non si faceva altro che parlare di Messner. Lo faccio per mettere le mani in avanti, perché so che già si nota in questo articolo una critica dell’alpinismo, o almeno dell’alpinismo sportivo, e uno fa presto a rendersi ridicolo criticando ciò che non sa. Ma in realtà, come dice il titolo, voglio criticare il porsi gli obiettivi, non l’alpinismo.

La montagna mi piace ma salgo solo fin dove mi portano le gambe. Se c’è da arrampicarsi, e cioè da usare le mani, guardatevi indietro e mi vedrete dirigermi verso il rifugio. Capisco perfettamente che c’è qualcosa di fisico nello scalare una montagna, che è bello, e profondo, e importante, e che è inutile tentare di parlarne se non lo hai vissuto. Capisco anche che la montagna ti ispira molta umiltà, perché gli alpinisti parlano della montagna con rispetto, perfino con una certa religiosità, e si vede che sono sinceri, perché evidentemente quando salgono sanno che possono morire, sanno che la montagna è più grande di loro, e che la natura applicherà le sue leggi, e sono questi i pensieri che ti insegnano qual è il tuo posto nell’universo.

Però, come dicevo, l’alpinismo ha degli obiettivi. E gli obiettivi per natura hanno la capacità di dominarci, anche quando sono arbitrari, e soprattutto quando sono precisi e misurabili. Se la tabella della palestra ti dice che devi eseguire quaranta addominali, senti una determinazione a eseguirne quaranta, non uno di meno, anche se il beneficio atletico di trentanove addominali sarebbe grosso modo lo stesso. Se il premio dell’Esselunga cui aspiri vale diecimila punti, ti ingegni a pensare a come accumulare questi punti con la spesa, anche se rischi di spendere più di quanto costerebbe il premio se lo acquistassi in negozio. Obiettivo = motivazione, questa è la prima legge. La seconda legge è che quanto più l’obiettivo è difficile, tanto più è motivante, perché ti mette nella cerchia ristretta di chi può raggiungerlo, e torniamo così agli alpinisti che vogliono la parete impervia.

Ci sono cose in natura e nella società che per qualche meccanismo misterioso diventano subito obiettivi per la mente umana. Un esempio sono i numeri tondi — all’università vuoi i trenta, in montagna gli ottomila, e quando sei anziano vuoi raggiungere i cento. Un altro è il vincere, l’arrivare primi, la superiorità sugli altri in tutte le sue forme, e sono obiettivi tanto ovvi che c’è un aggettivo apposta per chi non li segue — decoubertiniano. La montagna è un altro esempio ancora: la vedi e ti viene voglia di scalarla, senza un motivo, perché occorre dire che in vetta alla montagna non ci sono attività utili da svolgere, il panorama è ottimo anche se rimani più sotto, tanto che l’alpinista appena è giunto in vetta pianta una bandiera e se ne torna a valle. È un po’ quello che succede ai cani, che se ci fate caso hanno l’istinto di entrare nelle buche, ma dopo che ci entrano non sanno cosa farci.

Così gli alpinisti, invece di accontentarsi della bellezza della scalata, si fanno catturare dall’obiettivo di farcela senza ossigeno, e si sentono migliori di chi sale con le corde, e contano i minuti dell’ascesa per battere il record di velocità.

Darsi obiettivi ha senz’altro dei vantaggi, perché mobilita le tue energie, ti accende il motore. La vita è difficile e, parlando onestamente, se vuoi cercare un senso, una bellezza o una motivazione intrinseca in tutto ciò che fai, ci sono giorni in cui staresti fermo ai box. Ma non tutte le montagne che ti sventagliano davanti meritano di essere scalate. Ciò che è motivante non è per forza ciò che ha valore. Quando è la difficoltà dell’impresa a interessarti, significa probabilmente che non c’è un buon motivo per realizzarla.

Mi spiace perciò che sto in Italia, e non ho la possibilità di diventare un guru della produttività, perché è una professione che ti chiede di essere americano, o di avere alle spalle una filosofia orientale, altrimenti inventerei il No-Objective Method, o la No-Objective Way, incentrati sull’idea generale di sbarazzarsi degli obiettivi nella vita e nel lavoro. Potrebbe avere successo. Nelle riunioni con i partecipanti faremmo dei falò delle to-do list, che sono niente altro che elenchi di obiettivi. Al posto degli obiettivi, uno dovrebbe scrivere su un diario le scelte quotidiane che a suo avviso lo portano verso il bello, verso l’utile, verso il piacevole, o anche a eseguire i suoi doveri dell’esistenza. Uno abbandonerebbe i pensieri che non servono a nulla — i numeri da realizzare, i culmini da raggiungere, le difficoltà auto-imposte e i paragoni con gli altri — e poi si stupirebbe di quanto tempo si libera in questo modo, anche al netto delle giornate-no che inevitabilmente passerebbe ai box. Sono convinto che senza obiettivi saremmo tutti meno egocentrici, meno competitivi, e ci sarebbe più amicizia. Il mondo sarebbe un posto migliore per viverci, e per quanto riguarda l’alpinismo si assisterebbe a un calo degli incidenti sulle montagne.

Fonti. Le notizie sulla morte di Ueli Steck. L’articolo di Aeon, da cui ho preso il concetto dell’elicottero, e altre informazioni, e che ha ispirato tutto il resto.

Un pensiero riguardo “Contro gli obiettivi

  1. Articolo complesso, stimolante, ho dovuto leggerlo più di una volta.
    Ho pensato che ci sono obiettivi
    diversi: le sfide, molto motivanti personalmente, e gli obiettivi
    “pratici”, che aiutano a organizzarsi
    la vita, che in fondo sono decisioni…
    Viviamo tempi complicati, un po’ di
    Pianificazione e necessaria… sulle sfide: io non le amo più di tanto, ma ci sono persone che ne hanno bisogno
    Per dimostrare agli altri e a se stessi…

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