La specie che parla

Qualche giorno fa sono andato alla Feltrinelli di piazza Duomo, che credo sia la libreria più grande a Milano, e mi sono fermato per un attimo a pensare a tutti i libri che aveva sugli scaffali, a quante storie e personaggi contenessero, e quanti ragionamenti, e come il mondo fosse pieno di scrittori, di cui una libreria contiene poi solo la piccola fetta di quelli bravi che hanno successo. Ho poi pensato a internet, ai miliardi di pagine web, ai miliardi di post su Facebook, ai miliardi di tweet su Twitter, dove troviamo anche i dilettanti e la gente che umilmente scrive e motteggia al servizio degli amici. Ieri fra l’altro Twitter ha detto agli investitori che i suoi utenti hanno ricominciato a crescere, perché si credeva che Twitter fosse in declino, che il settore dei social network fosse ormai affollato, e invece a quanto pare lo spazio per i social network non si esaurisce mai, e in questo caso si crede che Twitter cresca a ragione di tutti gli utenti che hanno qualcosa da scrivere sul presidente Trump.

E ho pensato che Instagram contiene altri miliardi di atti comunicativi, perché anche l’utente che pubblica una fotografia sta tentando di dirti qualcosa. E quando entri in un’aula in università sei sempre accolto dal frastuono, non perché qualcuno stia urlando, è solo la somma sonora delle conversazioni che in quel momento sono in corso, e tu devi compiere un atto di violenza, bloccare queste conversazioni, con l’aiuto delle regole e delle istituzioni, perché nell’ora successiva sarai l’unico ad avere il diritto della parola.

La specie umana parla. Ha bisogno di dire. Forse dovevano battezzarla homo loquacis, invece che homo sapiens, ammesso e non concesso che loquacis sia la giusta declinazione. Facciamo homo garrulus se preferite, perché della sapienza degli umani bisogna dubitare, mentre sulla loro disposizione a parlare non ci sono dubbi. Suppongo che questa disposizione insopprimibile sia sorta nei tempi primordiali, per probabili motivi evolutivi, perché ad esempio un cacciatore ne incontrava un altro nella savana ed era vantaggioso che i due si rovesciassero addosso fiumi di informazioni, fra le quali ci potevano essere spunti preziosi che li aiutavano nella caccia e giovavano alla sopravvivenza di entrambi. Oppure può darsi che lo scambio ininterrotto di commenti e pettegolezzi abbia permesso ai nostri progenitori di formare le comunità, e di avere così la forza del numero contro le specie rivali.

Perciò, se ti viene il dubbio di a cosa servano i libri, e i social network, e le conversazioni e tutte le altre parole che si dicono — incluse quelle che sto scrivendo ora — la risposta è che questo è il destino che l’evoluzione ha scelto per noi. Ad altre specie ha dato mezzi diversi, come le zanne affilate, gli arti veloci, la resistenza fisica, che permettevano agli esemplari di lottare anche con poco coordinamento reciproco. Così queste specie comunicano poco. L’evoluzione del linguaggio in loro si è fermata a beeeh, grrrr, miao miao e bau bau. Quando le osserviamo, notiamo che al di fuori dei rari momenti di combattimento, dimostrano in generale un animo tranquillo.

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