La gégène

Ho letto un’intervista allo scrittore Emmanuel Carrère, che dice che narrare le persone nei romanzi è come sottoporle a una tortura, perché provano dolore a vedersi messe per iscritto. Può capitare che lo scrittore narri se stesso, ma in questo caso ha il vantaggio che decide dove spingersi, e perciò controlla lui il dolore da procurarsi. Carrère racconta di un generale francese che praticava la tortura in Algeria, con le scosse elettriche, una tecnica che i francesi chiamano la gégène. Questo generale disse a Carrère, “mah, sa, non sono mica scosse fortissime”, perché aveva provato ad applicare le pinze a se stesso, per capire cosa vive il torturato, e complessivamente aveva trovato le scosse sopportabili. Ma è proprio qui che si capisce cos’è la tortura, dice Carrère. La tortura non è la scossa ma il fatto che sia un altro a infliggertela, ripetutamente, finché vuole, senza curarsi del dolore che soffri. Ritrovarsi nelle grinfie di uno scrittore è lo stesso tipo di esperienza. “Qualcosa di assolutamente orribile”, dice Carrère, e anche io lo so bene, perché insegno, e quindi succede che gli studenti scrivano di me nelle loro valutazioni dell’insegnamento. Io e miei colleghi possiamo confermarvi che leggerle è proprio una gégène.

Mi direte: sì, ma gli insegnanti danno i voti agli studenti, e anche i voti sono piccoli ritratti e procurano dolore. È vero, ma i voti sono come colpi secchi e quindi più che alla tortura sono da paragonare alla rapida esecuzione.

Fonti. L’intervista a Carrère, dove dice anche che ha scritto molto di sua madre, tuttora vivente.

2 pensieri riguardo “La gégène

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