Il panino iconografico

Una giovane cameriera arriva a prendere l’ordine.

“Un panino Tartufo, però per favore mi toglie la rucola?”, dice la mia amica.

“Oh! No, non possiamo. Non è modificabile, è un panino iconografico”, dice la giovane cameriera, con il tono di chi si scusa.

Per me è il primo incontro con il panino iconografico. Conoscevo le borse icona, i personaggi iconici, e adesso che ci penso una volta andai alla svendita dei fondi di magazzino della casa editrice Eleuthera e mi dissero che però non svendevano Perle ai porci di Vonnegut, perché per loro era un “libro feticcio”. Successe anni fa, e credo che oggi mi avrebbero detto che era un libro iconico, perché vedo che è un aggettivo di moda. Qualcuno avrà deciso che si può dire anche “iconografico”, e che può esserlo anche il panino.

Purtroppo la mia amica è una di quelle persone che pensano che un panino è un panino, le borse sono borse, i libri sono libri, e in generale non si fanno impressionare tanto dal linguaggio modaiolo o degli chef. Quindi a sapere che il panino è iconografico si mette a ridere, con quel modo di ridere che non so descrivere ma significa all’incirca “non posso credere a ciò che ho sentito”, immagino ce l’abbiate presente.

La giovane cameriera pare stupita. Probabilmente è abituata a più rispetto, quando parla del panino iconografico.

“Ma togliamo solo la rucola”, dico io, perché non ho voglia di uno scontro di civiltà e vorrei che si restasse nel merito della questione, che è togliere tre fogliette da un panino.

“Non si può”, dice la giovane cameriera.

“Questo è… il trionfo della stupidità!”, dice la mia amica, mentre continua a ridere.

E qui potrebbe finire a schifìo ma la giovane cameriera non replica, forse non capisce che le hanno dato della stupida, o è bloccata dalla sorpresa, o le hanno detto che non deve litigare con i clienti. E penso che non è stata questa infelice a inventare il panino iconografico. Le hanno messo in bocca l’espressione. In questo istante, alle prese con due clienti oggettivamente stronzi, è la vittima di un sistema che la invia sul campo di battaglia a difendere i panini iconografici, come una volta i giovani andavano in guerra a difendere il Re.

E allora dico, “Intanto ordino io, vorrei un piatto Nordico”, così usciamo dall’impasse e segnalo alla mia amica che io vorrei mangiare.

E la mia amica in fondo è buona e dice, “Va bene, allora mi porti un Settebello”, ridendo ancora un po’.

La giovane cameriera annota tutto e se ne va.

Fidel Castro e il Principio di Peter

Stamattina alla radio narravano la vita di Fidel Castro. Ho scoperto tanti episodi che per mia ignoranza non conoscevo: l’assalto alla caserma di Moncada, il periodo in carcere, l’esilio in Messico, gli anni durissimi della guerriglia, e ho capito che Fidel Castro fu davvero un grande rivoluzionario. Il resto della sua storia è probabilmente un esempio del Principio di Peter, secondo il quale una persona capace sale di grado fino a raggiungere una posizione in cui le mancano le competenze, che occuperà fino al termine della sua carriera. Vincendo la Revolución, Fidel Castro fu promosso da rivoluzionario a governante, e passò i successivi cinquant’anni a commettere errori.

Gomme da masticare

Siamo a pranzo con un dirigente di un’azienda che produce gomme da masticare. Questo dirigente ci dice che disgraziatamente le gomme da masticare sono in declino, la gente non le acquista più come faceva un tempo, e le cause sono molte, e uno dei nemici peggiori delle gomme da masticare è il telefonino, perché una volta i clienti in coda alle casse del supermercato si guardavano in giro per passare il tempo e a un certo punto notavano le gomme da masticare nell’avancassa. Da qui nasceva l’acquisto di impulso. Oggi invece i clienti in coda sono impegnati con il telefonino, e non si guardano attorno, e non si accorgono del ben di dio che c’è nell’avancassa, e così lasciano il supermercato senza gomme da masticare.

Un peccato non ideologico

Oggi ho letto i commenti della stampa sul papa che ha dato ai sacerdoti il potere di assolvere le donne dal peccato dell’aborto. Non ho trovato in nessuno di questi commenti quella che secondo me è la novità, e cioè che il papa ha deciso che l’aborto non è un peccato ideologico. I papi precedenti dipingevano la donna che abortiva come volesse schierarsi contro la chiesa, contro i bambini, o contro la vita in generale, e in favore dell’ateismo e del relativismo, mentre di solito una donna abortisce perché si trova ad affrontare certe realtà difficili in cui è andata a infilarsi, o che le sono successe per colpa di qualcun altro, e l’ultimo pensiero che ha in testa è di prendere posizione su questo o su quel tema di ideologia.

Il papa deve averlo capito e ha detto ai sacerdoti di trattare l’aborto come gli altri peccati, e di assolverlo in presenza dei criteri generali della riconciliazione, mentre prima i sacerdoti dovevano portare la pratica al vescovo se una donna chiedeva l’assoluzione per l’aborto. C’era tutta una procedura speciale che il fedele non doveva affrontare se, poniamo, aveva ammazzato una persona adulta.

Il papa e io restiamo molto distanti sull’aborto e su altre questioni, ma lo preferisco ai papi precedenti che prendevano i gruppi di persone e dicevano loro, “voi siete le forze del male e io lotterò contro di voi”, che non è bello da sentirsi dire. Così questi papi fomentavano l’odio e le divisioni. Un papa che non fa ideologia invece si rende utile, perché ha una sua influenza sui cristiani, che sono tanti in tutto il mondo, e se non siamo ideologici è più probabile che stringiamo accordi e riusciamo a vivere tutti insieme in un modo decente.

L’umiltà

L’umiltà è una bella virtù. Per capirlo bisogna pensare a quando incontriamo una persona che ha grossi limiti, e ci viene da essere buoni verso di lei, e apprezziamo tutti gli sforzi che fa, e se per via di un caso fortunato ottiene un successo ci complimentiamo come se fosse merito suo. E cos’è mai l’umiltà se non sapere che abbiamo anche noi grossi limiti? Perciò se siamo umili diventiamo buoni verso noi stessi, apprezziamo i nostri sforzi, e così via, e la vita quotidiana è grosso modo accettabile, mentre se pensiamo di essere chissà chi siamo severi verso noi stessi e siamo sempre scontenti, e nutriamo un litigio interiore che nell’arco di una vita fa danni incalcolabili. E questo capita perché per noi è molto difficile convincerci che siamo pieni di grossi limiti.