Due nomi per tre fratelli

Ho scoperto che la Johnson & Johnson fu fondata dai fratelli Johnson, come uno poteva immaginarsi, e ciò accadde verso la fine dell’Ottocento, ma c’è il problema che i fratelli fondatori erano tre, e non due come nel nome. Si chiamavano Robert Wood Johnson, James Wood Johnson e Edward Mean Johnson. A logica, l’azienda avrebbe dovuto chiamarsi Johnson, Johnson & Johnson, ma qualcuno avrà bocciato questo nome che era lungo, e anche ridicolo, mentre Johnson & Johnson suonava meglio e l’azienda ha avuto molto successo.

Il problema è: se il nome Johnson & Johnson designa i fondatori, come possono due nomi propri designare tutti e tre i fratelli? I filosofi del linguaggio cercano da secoli di capire come funzionano i nomi propri. Uno potrebbe credere che i nomi propri siano tante etichette su cose, persone e animali, e invece non è così. Il grande Gottlob Frege, più o meno negli anni in cui fondavano la Johnson & Johnson, espose il caso di Espero e Fosforo, che sono i nomi che gli antichi davano a due pianeti nel cielo, che poi però si è scoperto erano lo stesso pianeta, visto alla sera e visto al mattino. Ora diremmo che Espero e Fosforo sono sinonimi. Ma per gli antichi non lo erano, e Frege si chiese com’era possibile che non fossero sinonimi, se erano due etichette sullo stesso oggetto. È una di quelle questioni che all’atto pratico non creano la minima difficoltà, perché gli antichi indicavano con il dito un pianeta alla sera e l’altro al mattino, ma a pensarci sopra un filosofo cade nelle profondità.

I filosofi del linguaggio hanno escogitato numerose teorie dei nomi propri, ma nessuna è adeguata, e se mandate i vostri figli a fare filosofia incontrano sicuramente un corso in cui il professore gli spiega i due pianeti e il takeaway della lezione è che i filosofi ci stanno ancora riflettendo.

Temo che la Johnson & Johnson sia un problema anche peggiore dei pianeti, perché lì i nomi erano due e il pianeta uno, mentre qui i nomi sono due e i fratelli tre. E se gli antichi indicavano con il dito Espero e Fosforo, voglio vedervi a indicare Johnson & Johnson se i fratelli sono tre.

Se i filosofi del linguaggio scoprono questo caso, ho paura che non ne escano più. Ma se volete è il bello della filosofia, e intendo il fatto che non risolve i suoi problemi, perché ora ci sono i computer intelligenti, che vincono le partite di Go contro i maestri dell’Asia, e si dice che un giorno i computer risolveranno tutti i problemi loro assegnati, ma non so se pareggeranno mai gli umani, che arrivano a concepire problemi che poi neppure loro sono capaci di risolvere.

Le belle idee che rimangono tali

Sono al cocktail di un’associazione e la conversazione cade sul problema delle belle idee, e cioè che se uno vuole realizzare tutte le belle idee che gli vengono perisce di esaurimento fisico e mentale. Questo è un problema perché una bella idea reclama per definizione di essere realizzata, mentre a volte la vita ti impone che una bella idea rimarrà tale. “Dovremmo fare la mostra delle belle idee!”, dice allora una signora, e non sta scherzando, perché questa è un’associazione in cui si organizzano le mostre.

Segue un attimo di silenzio in cui valutiamo questa mostra delle belle idee, che avrebbe un significato e abbondanza di materiale. La storia dell’umanità è ricca di belle idee che nessuno ha realizzato, perché il pensatore era privo dei mezzi o era già soddisfatto di avere concepito una bella idea, e sperava che qualcuno si sobbarcasse la fatica di metterla in atto. Ciò accade su scala piccola anche nel lavoro, dove incontri un mucchio di gente che ti lancia le belle idee sperando che le realizzi tu.

Di questo genere, se non proprio questi, sono i pensieri che ci attraversano la testa nell’attimo di silenzio. Dopo di che torniamo a bere e decidiamo che anche questa mostra è una bella idea che rimarrà tale.

La voce

Ho notato che quando una persona dice che “sa” qualcosa può intendere due significati diversi. L’ho notato leggendo un libro di Massimo Gramellini, e inizialmente pensavo di giustificarmi, volevo spiegare come sono finito a leggere Massimo Gramellini, ma poi mi sono detto che ci mettevo troppo e rischiavo di inimicarmi gli ammiratori di questo popolare giornalista.

Nel libro, Massimo Gramellini scrive: “L’intuizione non mente e non sbaglia mai”. E l’intuizione è “la voce che ci sussurra ininterrottamente le cose giuste da fare”. A me questo concetto delle cose giuste da fare aggrada parecchio, perché ritengo che la migliore strategia personale nella vita sia di fare ciò che occorre fare, invece che ciò che ci piace o non piace fare, perché agire secondo il mi piace e il non mi piace è proprio dei bambini. La vita degli adulti è diversa. Può essere semplicemente che la vaschetta della macchina del Nespresso è vuota, e occorre metterci l’acqua. Potrebbe farlo tua moglie ma tu costati che è vuota e ci metti l’acqua. Fare ciò che occorre fare è la grandezza, scriveva George Bernard Shaw. Allo stesso modo ti accorgi che non trovi un buon lavoro in Italia e capisci che occorre andare a cercartelo in Inghilterra. O ti accorgi che una persona ti tratta male e capisci che occorre abbandonarla. E se mi dite “va bene, ma come so cosa occorre fare”, la risposta è che lo sai, te l’hanno detto la vaschetta vuota, i rifiuti dei datori di lavoro italiani e le offese che ti fa quella persona. Il mondo ha parlato e il sapere è già dentro di te.

Per questo dicevo che la parola “sapere” si dice in due modi.

Il primo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone dei fatti a supporto. Per esempio sanno che a Milano c’è il Duomo perché sono venuti in città e hanno visto con i loro occhi l’imponente costruzione.

Il secondo è quando la gente dice “so che è così” e intende che dispone di una certezza interiore. Per esempio sanno che gli extraterrestri esistono, non hanno i fatti a supporto ma la sera guardano le stelle e sanno che loro sono lì.

Il sapere di cui stiamo parlando, quello del sapere cosa occorre fare, o le cose giuste da fare, come le chiama il Gramellini, è del secondo tipo. Concordo con il Gramellini che consiste in una voce. A mio avviso è piuttosto udibile e si distingue facilmente dalle altre voci che abbiamo dentro, come quella della paura, che solleva le difficoltà, o gli echi dei giudizi altrui, o la voce cattiva del Super Io, o le voci delle emozioni, che sono quelle del mi piace e non mi piace. Voi dite “non so cosa fare” e invece avete una voce abbastanza nitida dentro che vi informa di fare questo e quello, con tutti i dettagli, solo che date retta ad altre voci interne che vi mettono in guardia, e magari anche a voci esterne di amici e parenti.

Chiamiamo pure “intuizione” questa voce, come fa il Gramellini, che scrive anche che Jung la chiamava “la voce degli dei”. Se uno si mette sulla strada di queste espressioni pompose è chiaro come finisce per scrivere che questa voce “non mente e non sbaglia mai”. Mentre è un sapere che può ben sbagliare. Ti può dire che ci sono gli extraterrestri. Oppure atterri a Londra in cerca di lavoro e perisci subito in un attentato, perché una persona lucida sa che al giorno d’oggi rientra nelle possibilità, e non si immagina che questa voce non menta e non sbagli mai, ma ha capito che deve seguirla, perché non ha alternative, non c’è altro da fare, perché altrimenti segue la paura, le voci degli altri, gli insulti del Super Io, il mi piace e il non mi piace e non è un adulto.

Ascoltate

In tanti dicono che l’ascolto è bello, e intendono in genere l’Ascolto con la A maiuscola, quello che porta alla comunione delle anime.

Io voglio sprecare alcune righe per raccomandare l’ascolto con la a minuscola, che è quello in cui state ad ascoltare una persona mentre parla. Questo “state a” sembra un brutto italiano, e invece coglie il punto centrale, che dovete stare fermi, stare zitti, anche la vostra testa deve fermarsi e limitarsi a raccogliere le informazioni. Il contrario dell’ascolto è avere la testa agitata mentre gli altri parlano.

Quando avete la testa agitata, credete di ascoltare e invece avete smesso dopo il primo pezzettino del discorso che l’altro sta facendo. Vi è già partita in testa una vostra elaborazione che nel 100% dei casi è sbagliata perché vi ha impedito di seguire attentamente tutto il resto che quella persona aveva da dire. È il fenomeno che comunemente si chiama “non capire un cazzo”, e scusatemi la parolaccia, e per inciso capita spesso che le parolacce siano la conseguenza di un mancato ascolto, perché la gente le usa per risvegliare l’attenzione. Quando ascoltate, con la a minuscola, e raccogliete le informazioni, capite assai meglio ciò che vi dicono e poi ottenete molto di più dalla gente.

E se iniziate ad ascoltare la gente vi verrà di adottare lo stesso atteggiamento verso le cose, perché potete ascoltare una stanza, potete ascoltare una pianta di ulivo, e vi accorgerete che il mondo vi parla, è pieno di informazione e di fatti più interessanti delle fantasie noiose che tenete nella testa.

Tragiche verità

Sto facendo il check up annuale, perché non sono un giovane virgulto, e se non sei un giovane virgulto devi tenerti sotto controllo, e sto parlando con la dottoressa, che guarda i miei esiti nel PC, e le dico “come sono”, e lei alza le spalle, sorride, e dice “ha un anno in più”, e siccome si sostiene che i medici non comunichino, che celino ai pazienti le tragiche verità, e fanno i corsi ai medici per imparare a parlare, credo che bisognerà iniziare a fargli anche quello per stare zitti.

Le possibilità

È importante ricordare che il successo di una persona nella vita dipende anche dalle possibilità, perché un atleta che ha scoperto le tecniche migliori per allenarsi, e si è spremuto tutti i giorni come un limone, perderà ugualmente la gara se non ha le possibilità atletiche del giamaicano Bolt. Anche nella vita la gente varia nelle possibilità. Uno nasce in una famiglia che lo aiuta, un altro in una famiglia che lo schianta. Uno ha il coraggio dei leoni e l’altro è divorato dalle ansie. È probabile anzi che nella vita le possibilità influiscano più che nell’atletica. Tutto questo per dire che se uno vuole capire qualcosa della vita non dovrebbe ascoltare solo chi ha successo, perché magari chi perde ha i pensieri più validi e interessanti, solo che gli mancavano le possibilità.