Non uccidermi più

Sono a cena con questa mia amica, a cui voglio molto bene, e che per la precisione è una mia ex, che per me è stata importante. Ci frequentiamo ancora perché ci lasciammo di comune accordo. A un certo punto sapevamo che la nostra storia stava finendo. Le ragioni erano ovvie e indiscutibili, anche se ora non ve le racconto. A essere del tutto sinceri io avrei proseguito, perché sono il tipo che lascia che le cose si trascinino. Fu lei che decise, senza troppe parole, anzi senza dire nulla, perché bastavano azioni chiare, per le ragioni appunto che non vi sto a dire. Le fece. Se parlo di comune accordo è perché le accettai, capii che era giusto, anche se per me fu una grande tristezza.

E allora sono a cena con lei, e abbiamo bevuto un po’, e la serata è alla fine, e ci stiamo mangiando un mucchio di biscottini della casa, e ci versiamo qualche bicchierino di limoncello, perché il ristoratore ci ha lasciato la bottiglia sul tavolo, e lei mi dice che ha fatto un sogno in cui mi ha ucciso. Ora, sapendo come è finita la nostra storia, non ci vuole Freud per capire cosa significa, un sogno in cui mi ha ucciso. E siccome lei lo dice come fosse una notizia frivola, le faccio una smorfia per dirle che a me questo sogno che ha fatto non rallegra tanto. Lei mi guarda. Ucciso come, le chiedo. Lei dice, non lo so, so solo che nel sogno ti avevo ucciso ed ero molto calma. Io dico, ah, eri pure calma. Lei capisce che me la sto prendendo, e capirlo è anche facile, perché a parte la smorfia iniziale mi è venuta la faccia di quello offeso. Lei dice che sarebbe stato brutto se fosse stato un sogno angoscioso, perché allora avrebbe significato che aveva un desiderio represso di uccidermi, ma se era calma non era così. Mi dice inoltre che non devo preoccuparmi, perché le era già capitato di uccidere in sogno suo padre, e io mi immagino che se Freud fosse qua sarebbe assai interessato, e scriverebbe fitte note sul suo quaderno, a sentire che lei ha ucciso in sogno suo padre. Ma lei lo dice perché so che gli voleva bene — lei è sempre stata innamorata di suo padre — per cui dovrei trarne conclusioni tranquillizzanti. Persino onorevoli. Quelli che ama lei li uccide. Io dico ok, ma l’offesa non mi passa. E lei dice, sei arrabbiato con me. E io dico, sai, non è che uno è contento a essere ucciso. E lei dice, ma io nel sogno ero calma. E io dico, ho capito. E lei dice, allora non ti racconterò più questi sogni. E io dico, in effetti è meglio che non me li racconti.

Rimaniamo zitti. È chiaro che è il momento di pagare, di andare. L’accompagno a casa, e quando ci lasciamo ci baciamo sulle guance, e in quell’attimo minuscolo lei è fra le mie braccia, come una volta, e mi dice mi spiace, e io le dico non uccidermi più.

Il geyser di Martini dry

“Le frasi di cui andavo più fiero, salvo due o tre eccezioni, oggi mi fanno arrossire e le cancellerei senza esitazioni. Non penso che si tratti di una evoluzione stilistica; è semplicemente un affinamento del senso del ridicolo, che evidentemente matura con più lentezza dei bulbi piliferi. Ad esempio: a un certo punto del libro paragono la gioia sorpresa di un personaggio a quella di un viandante che nel deserto avvista, all’orizzonte, un geyser di Martini dry. Già” (Su Rivista Studio, lo scrittore Vincenzo Latronico racconta la vergogna che prova a rileggere un romanzo pubblicato che ha scritto cinque anni fa. E, non per infierire, ma io gli chiederei già adesso cosa potrebbe pensare fra altri cinque anni della “lentezza dei bulbi piliferi”).

Sediamoci

E allora lei è lì e mi chiede se mi può parlare. Io le dico di sì. Lei dice va bene. Se è una cosa brutta, le dico, stiamo in piedi, altrimenti ci sediamo e prendiamo qualcosa. E lei chiede perché. Io le dico che le cose brutte è meglio dirle alla svelta, quelle belle invece bisogna gustarsele un po’. Lei sta zitta e poi dice che è brutta. E io le dico sediamoci.

Una nevicata coi fiocchi

Io son di quelli che dice una battuta senza ridere, perché mi piace che la gente si accorga da sola che è una battuta. Se glielo segnalo con il fatto che rido, allora si sente tenuta a ridere per farmi una cortesia. Questo modo di fare le battute senza ridere mi è sempre sembrato gentile, poco invadente, ma con l’anno nuovo ho deciso di cambiare.

Immaginiamo per esempio che nevichi molto. Io dico “è una nevicata coi fiocchi”. Prima l’avrei detto come se stessi facendo un’osservazione qualunque, serissimo, accettando il rischio che i presenti non cogliessero la battuta, e poi la conversazione proseguiva per la sua strada. Da quest’anno, invece, quando dico “nevicata coi fiocchi”, l’accompagno con una bella risata, così che la gente, se non ha capito la battuta, si interroga su questa faccenda dei fiocchi, e prima o poi arriva alla meta. E una volta che ci è arrivata, può darsi che la battuta le piaccia, e rida di gusto insieme a me, e questo è un risultato positivo, perché magari altrimenti non si accorgeva e perdeva un’opportunità di divertimento. Oppure la gente la trova una battuta scema e non tanto divertente, ma ride lo stesso, perché sto ridendo io, precisamente per farmi la cortesia, o perché il riso è contagioso, o per un fatto di calcolo sociologico, che uno ride perché ha dedotto che è un momento in cui si ride, che nel caso è un momento che ho deciso io.

Ho fatto questo proposito per l’anno nuovo perché ho pensato che lo scopo di una battuta non è di fare i quiz di intelligenza alla gente, ma di far ridere, e vedete che se uno ride mentre la dice è il modo più sicuro di raggiungere l’obiettivo.