Il Regno dei Misteri

di Tim Kreider

Ultimamente ho avuto un mucchio di conversazioni con amici che si trovano ad essere single a trenta o quarant’anni e iniziano a temere che non sia per colpa degli uomini porci/delle donne pazze, o del crudele scenario darwiniano del corteggiamento a New York, o della sfortuna.

Forse è colpa loro.

“Continuo a donarmi alla gente, ma pare che non mi vogliano”, mi ha detto un’amica dopo l’ultima rottura.

Un’altra, che piangeva al tavolo della sala da pranzo perché non ha avuto una “vera” relazione per anni, ha detto “Si vede che sbaglio qualcosa”.

La mia amica Jasmine, che è stata fidanzata con due uomini e sposata con un terzo, si descrive come perennemente single. “Ero single anche quando ero sposata”, dice, “come sono una fumatrice anche se ho smesso di fumare”.

Ci meravigliamo che la maggioranza della gente, inclusi molti che paiono meno frequentabili di noi, riescano in questo semplice trucco – tenere in piedi le relazioni – che a noi sembra impraticabile. È la stessa sbalordita ammirazione che provo a vedere gli altri completare in tempo la dichiarazione dei redditi.

Uno sbrigativo psicoanalista da salotto concluderebbe facilmente che, anche se queste persone credono di volere relazioni durevoli, a un qualche livello non le vogliono davvero, altrimenti le avrebbero già. Sono tutte piacevoli, intelligenti e ambiziose. Persino nello scenario di New York, sono pesci da prendere. Ma dentro di te, quando sei intrappolato nel labirinto delle tue tendenze incurabili, la cosa ti sembra molto più involontaria.

Perché continuiamo a sentirci attratti da chi è chiaramente impegnato, grottescamente sbagliato, risolutamente sballato? Mi sento come se fossimo una fratellanza e una sorellanza di disadattati, che è sempre più disperata e strettamente avvinta man mano che il nostro numero diminuisce, come un plotone in guerra ridotto ai suoi ultimi soldati.

In qualche raro momento, quando penso alle amicizie, ai flirt e alle avventure che ho avuto, ognuna con la sua miscela particolare di solidarietà, affetto e tensione sessuale, mi sento un privilegiato, come se la mia vita fosse molto più ricca di quella dei miei amici incastrati in matrimoni a lungo termine. Ma quando sono solo e sveglio nelle ore della notte, non posso fare a meno di sentirmi illegittimo, periferico, come se mi mancasse qualche pezzo essenziale dell’equipaggiamento umano.

Oggi la solitudine è celebrata come un legittimo stile di vita; ci chiamano “single orgogliosi” o “quirkyalone”. Questo fenomeno sembra esclusivamente limitato agli articoli sulle riviste; ho osservato pochi esemplari in natura.

La maggior parte dei single che conosco sta cercando qualcuno. In generale, gli esseri umani sembrano più felici nelle relazioni. O forse felice non è la parola giusta.

“Mia moglie è stata la più grande fonte di sofferenza e frustrazione della mia vita”, mi ha detto un informatore. “Ma è stata anche la mia fonte più grande di gioia e consolazione”.

Potreste sostenere che, siccome la moglie aumenta la sua sofferenza e la sua gioia in ugual misura, le cose si elidono e io non devo lamentarmi. Ma sappiamo tutti che non è vero. La sua vita è più difficile ma anche più godibile, complessa, profonda e (perché non dirlo?) migliore della mia.

C’è tutto un universo di storie da raccontare per chi è dentro le relazioni stabili e i matrimoni, ma questo universo a me è inaccessibile. Queste coppie che si tengono per mano sul marciapiedi o che sonnecchiano nel parco il sabato pomeriggio, placide come bestiame, sembrano ignare della loro felicità.

È un’illusione, lo so. Come afferma una massima degli alcolisti anonimi, “Non confrontare ciò che è dentro di te con le apparenze degli altri”.

Anni fa, mentre avevo una storia coinvolgente e senza speranza, la mia amante e io facevamo tintinnare i bicchieri al ristorante, succhiavamo le ostriche, ci baciavamo davanti a tutti senza vergogna, e quando coglievamo la gente a guardarci dicevamo teneramente l’un l’altra “guarda, pensano che siamo felici”.

Ma è presumibile che ci sia qualcuno felice. Le relazioni felici a me sembrano assolutamente distanti, quasi ipotetiche, come la pace nel mondo o la conclusione del libro su cui sto lavorando.

Recentemente ho preso una sbandata totale per qualcuno per la prima volta dopo molto tempo. La conoscevo da anni ma avevo sempre dato per scontato che non mi ritenesse un candidato, come fidanzato o come materiale per un’avventura. Quando mi invitò a salire da lei con un pretesto così palesemente debole che non poteva essere altro che una proposta, fui scioccato dalla scoperta di quanto l’aveva desiderata, e per quanto tempo.

Naturalmente, era come al solito una storia senza speranza. La prima cosa che disse quando ricominciammo a respirare dopo il primo bacio fu “Jen non deve sapere”. Pensò un momento. “Neanche Karen, probabilmente”.

Era infastidita dalle dimostrazioni pubbliche di affetto. Anche se era stata lei a iniziare la cosa, continuava a insistere che era una cattiva idea, del tutto insostenibile. Entrambi avremmo dovuto viaggiare per numerosi mesi a venire e, sottolineava, c’erano fra noi incompatibilità inconciliabili di lungo termine. Sarebbe stato meglio separarci finché eravamo in tempo. Io credevo che avremmo potuto continuare un po’, prima di separarci.

Anche se avevo già lasciato il mio appartamento e stavo per partire per le vacanze estive, restai da lei, ottenendo asilo per tre giorni in più di quanto avessi previsto.

Ogni giorno, a metà mattina, mi chiedeva timidamente se potevo ritardare la partenza ancora un giorno. Quando le chiedevo di ammettere che voleva che restassi e le dicevo che avrei trovato qualcosa in affitto per una settimana o due, insisteva che no no no, non avrebbe funzionato. Dovevo partire l’indomani.

Ero come Sherazad: ogni giorno era il mio ultimo giorno, e ne guadagnavo uno in più con le mie attrazioni. Immaginavo che dopo anni avrei ancora chiamato Amtrak ogni giorno per posporre la mia partenza, e lei ancora non avrebbe ammesso che era qualcosa di lungo termine.

Conoscevo le mie tendenze alla fuga quanto bastava per riconoscere nella sua riluttanza a farsi scappare qualunque ammissione di affetto, nelle proteste che non avrebbe mai potuto essere una “vera” relazione, e nei suoi sporadici, svogliati tentativi di separarci, i sintomi della paura di stare affezionandosi a me.

In un certo senso, erano ammissioni di affetto altrettanto esplicite che i bigliettini passati a scuola o il mio nome scritto sulla copertina del diario. E diciannove anni con un gatto mi hanno abituato al fatto che si può adorare qualcosa tradendo segni di affetto reciproco solo casualmente. Accumulavo ogni luccichio dei suoi occhi e ogni arricciamento delle sue labbra come piccole vittorie. Quando rideva, mi sembrava di vincere la battaglia di Austerlitz.

Come tutti noi solitari, stava accanitamente perseguendo obiettivi contraddittori, inventandosi ragioni per ritenere impossibile ciò che chiaramente voleva, facendo del suo meglio per allontanare ciò a cui continuava ad afferrarsi.

Questo comportamento non mi era estraneo. La copertina del mio primo libro di fumetti mostrava un uomo appeso disperatamente con una mano a un ramo sopra uno strapiombo, mentre sega furiosamente il ramo con l’altra.

“Non capisco cosa provo”, mi avvertì. “Sono inesperta in questo regno”.

Non ero sicuro di quale regno intendesse. Il regno degli affetti? Dell’innamorarsi di qualcuno che non era in programma? O delle relazioni più lunghe di una settimana?

“È il Regno dei Misteri”, dissi. Non avevo idea di che cosa stessi parlando.

“Mi piace”, disse.

“Benvenuta”, dissi.

Così ora siamo entrati nel Regno dei Misteri. Mi piacerebbe che ci fossero stadi dell’amore generalmente accettati, come ci sono per il cancro, così da poterli delicatamente rivelare a qualcuno senza causare il panico. “Ascolta, ti amo ma è solo lo Stadio 1 – è ancora piuttosto curabile”.

Per ora mi limito ad assaporare la sensazione illusoria di avere una relazione, anche se so che non può durare. Siamo come una coppia che si mette in tiro e sperpera i soldi a cena in un ristorante che non si può permettere. Ma mi era chiaro fin dall’inizio, ed è passato così tanto tempo da quando ho tenuto abbastanza a qualcosa da poterne soffrire che, se mi si spezzasse il cuore, sarebbe un segno gradito di salute mentale.

È già un sollievo sapere che il mio cervello è ancora in grado di farlo, che non ne ha perso la capacità chimica. Avevo segretamente cominciato a temere che avesse esaurito la dopamina, per l’età o la depressione.

Fu stupefacente vedere un viso familiare e simpatico trasformarsi in qualcosa di radioso, sedersi fianco a fianco sul pavimento come i ragazzi dopo la scuola a leggere insieme i suoi diari di ragazza, stare rannicchiati nel letto a guardare i lampi che accendevano la finestra, trovare l’amore e il sesso implausibilmente intrecciati. Fu miracoloso e fugace come un instabile elemento esotico che può esistere solo per un istante, ma almeno ora so che è teoricamente possibile.

Mi diede speranza per tutti, per tutti noi solitari che guardiamo la vita dall’esterno. Fu così bello camminare con qualcuno mano nella mano in una mattina di primavera a New York, come qualunque altra coppia nella strada, sentendosi, per una volta, come se mi fosse concesso di appartenere al mondo.

Articolo originale (New York Times). L’ho intitolato Il Regno dei Misteri seguendo la preferenza dell’autore; non avrei comunque saputo come tradurre il titolo scelto dal New York Times. Tim Kreider è un fumettista radicale e un pacato saggista. Il suo ultimo libro (completato) è We Learn Nothing, di cui mi pare non ci siano traduzioni italiane.

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