Altamente improbabile

di Vendela Vida

Quando avviene qualcosa di straordinario, diciamo spesso che supera l’immaginazione. Ma che la realtà superi in stranezza qualsiasi immaginazione succede di continuo, ogni minuto della giornata. Di recente due donne che lavoravano allo stesso piano di un ospedale della Florida hanno scoperto che erano sorelle (erano state adottate da famiglie diverse negli anni settanta). Leggiamo questo fatto nel giornale e lo accettiamo come stupefacente ma reale. Lo stesso avvenimento in un romanzo realistico, tuttavia, sarebbe giudicato improbabile o implausibile. Siamo arrivati al punto dove non solo la realtà è più strana dell’immaginazione, ma proibiamo all’immaginazione di non avvicinarsi neanche a quanto è strana la vita reale di ogni giorno.

Questa ingiustizia ha delle conseguenze: gli autori rivedono i testi, rendendo i loro romanzi meno strampalati delle loro stesse vite — della vita in sé — per paura che le trame siano ritenute implausibili. Il fatto che, come lettori e scrittori, non vogliamo concedere ai romanzi di essere altrettanto strani della realtà è, beh, strano.

In un pomeriggio di dicembre, quando avevo ventun’anni e vivevo a Manhattan, feci una passeggiata nel parco di Riverside. “Signora?”, sentii dire da un uomo. Mi voltai indietro pensando che forse mi era caduto qualcosa, ma non era così. L’uomo aveva i capelli rossi e occhiali con una montatura sottile. La sua mano destra era infilata nella giacca di pelle, che era slacciata. Rimase zitto ma si avvicinò. Mi voltai e continuai a camminare nella stessa direzione, ma accelerai il passo.

“Signora”, disse di nuovo. “Ho una pistola, faccia come le dico”. Mi mostrò la pistola e mi indicò di camminare verso una panchina vicina. Mi guardai intorno per vedere se potevo chiedere aiuto, ma le sole persone nelle vicinanze erano giovani mamme che spingevano i bambini nel passeggino.

Ci sedemmo sulla panchina e l’uomo mi informò — due volte — che voleva morire. Poi precisò: non voleva morire da solo.

Cominciarono a sudarmi le mani nei guanti. Potevo leggere le piccole lettere sul lato dei suoi occhiali: “Giorgio Armani”. Sto per essere uccisa da un uomo che indossa occhiali Giorgio Armani, era il ritornello che mi pulsava nella testa. Dovevo portare l’uomo in una strada frequentata, pensai. Mi sovvenne una libreria a Broadway, con il telefono dietro il banco. L’uomo puntò la pistola alla mia tempia. L’adrenalina mi scorreva nel corpo e nel cervello.

“Ci sono così tanti motivi per vivere”, gli dissi. “C’è la poesia!”. Sembravo un’insegnante di scuola squilibrata. Ma vidi qualcosa nei suoi occhi, una disponibilità ad ascoltare. Recitai alcune poesie di Mark Strand — la prima strofa di una poesia, la strofa finale di un’altra. L’uomo sembrava incuriosito, o confuso. Acconsentii ad accompagnarmi alla libreria per vedere di cosa stavo parlando. Ma quando ci avvicinammo all’uscita del parco, improvvisamente si scusò e fuggì.

Questo evento divenne la scena d’apertura di “E adesso puoi andare”, il mio primo romanzo. Tutto il seguito era finzione — una missione medica nelle Filippine (non sono mai stata nelle Filippine o in missione medica), un nuovo incontro con l’aspirante assassino (non lo vidi mai più, e la polizia non lo prese mai).

Ma mentre i lettori assumevano che ero stata nelle Filippine, e alcuni addirittura si identificavano nei dettagli del mio viaggio mai avvenuto, pochi credettero che un personaggio avrebbe fatto ricorso alla poesia in una situazione così estrema. In un paio di circostanze definirono la scena “improbabile”. Volevo dire loro “Ma mi è accaduta”. Invece tenni il silenzio sulle origini autobiografiche del libro.

Qualche anno fa iniziai a prendere appunti per un nuovo romanzo. Sapevo che si incentrava sulla malleabilità della nostra identità, e su un personaggio alla ricerca di se stessa, ma non sapevo dove ambientarlo o come dovesse cominciare. In questo periodo andai in Marocco. Durante il check-in in un albergo di Casablanca, i miei bagagli furono rubati da una banda di ladri (come appresi più tardi guardando i filmati della sorveglianza dell’albergo). Mi ritrovai in una stazione della polizia, sotto l’effetto del fuso orario, disorientata e scoraggiata, circondata da investigatori. Ma, piuttosto all’improvviso, il libro che non riuscivo ad afferrare andò al suo posto. Lo avrei ambientato lì, in Marocco, e sarebbe iniziato con un furto. Ero esaltata, suscitando di sicuro perplessità negli investigatori e nel capo della polizia. Avevo il mio inizio. Il resto del libro, “Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti”, sarebbe stato pura finzione.

Quando discussi del libro prima e dopo la pubblicazione, fui sincera sul fatto che il furto della valigia e l’incontro con gli investigatori marocchini erano basati su qualcosa che mi era accaduto. Volevo che la questione dell’implausibilità rimanesse fuori dall’equazione. Ma questo impulso di spiegare l’origine mi ha spinto a domandarmi che tipo di accordo gli scrittori e i lettori hanno stretto. Come lettori, non vogliamo leggere storie che siano meno interessanti delle vite quotidiane che conduciamo. Non è vero? E come scrittori non credo che dovremmo per forza spiegare che una cosa è accaduta nella vita reale per giustificare la trama improbabile di un romanzo. Certo che è improbabile. È per quello che leggiamo. È per quello che scriviamo. Chi ha mai finito un libro dicendo “Ho apprezzato tanto quanto tutto fosse probabile”? I lettori e gli scrittori devono stabilire, e concedere, che la realtà è molto strana, che la vita ci sorprende una dozzina di volte al giorno. E se vogliamo che i nostri romanzi siano memorabili, non dovrebbero essere un poco più strani della realtà, invece del contrario?

Articolo originale (New York Times). Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti è il romanzo più recente di Vendela Vida, che è una delle fondatrici della rivista The Believer.

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