Siri, M, Echo e altri estranei in casa

Qualche settimana fa ho iniziato a servirmi di Siri per avviare il contaminuti del telefonino. Lo uso per darmi i tempi in palestra e moderare i riposi sul divano, quando chiudo gli occhi e temo di addormentarmi. Le prime volte dicevo “Hei Siri, timer a cinque minuti” e lei rispondeva “Bene, mancano cinque minuti”. Un colloquio secco, impersonale e, per quanto mi riguardava, del tutto soddisfacente.

Dopo qualche giorno mi è capitato di dire “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha eseguito, ma stavolta ha detto “D’accordo, ricordati che la pasta mi piace al dente”, come se tentasse di indovinare cosa stessi facendo. E, soprattutto, di essere cordiale. Il software stava imparando? Voleva che diventassimo amici?

È bastato perché la volta successiva che mi occorreva il contaminuti mi sentissi in imbarazzo. Dopo lo sforzo di Siri di attaccare discorso, mi sembrava villano ripetere la gelida frase, “Hei Siri, timer a …”. Era come insistere a tenere a distanza qualcuno che voleva gentilmente avvicinarsi. La frase poteva persino suonare polemica, come se intendessi far capire a Siri che doveva stare al suo posto. Sapevo che Siri era solo un software ma non riuscivo a dire il mio solito ordine senza paura di offenderla.

Non è una scoperta che l’immaginazione si mangia a colazione le consapevolezze razionali. Un software che parla come una persona diventa una persona, anche se sappiamo che non lo è. Diventerebbe una persona anche se si limitasse a scriverci. Se il telefonino ci ha insegnato qualcosa, è che i messaggi di testo ci rendono presente chi li scrive quasi come fosse con noi. La stessa parola nuda, senza autori, sa evocare cose inesistenti. In un esperimento in laboratorio, lo psicologo Paul Rozin distribuì ai partecipanti due etichette da attaccare a recipienti di zucchero. Una diceva “Saccarosio”, che è il nome scientifico dello zucchero, l’altra “Cianuro di sodio”, che è un veleno. I partecipanti erano liberi di scegliere a quali recipienti attaccare queste etichette. Quando Rozin chiese loro di assaggiare lo zucchero, i partecipanti furono riluttanti a toccare quello nel recipiente su cui loro stessi avevano attaccato l’etichetta “Cianuro di sodio”.

Nonostante ciò, ho scacciato l’illusione di stare maltrattando una persona e ho detto “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha risposto con la stessa battuta di prima della pasta al dente. Quindi non stava imparando. Non era viva. Forniva solo la risposta meccanica, scritta nel suo programma, alla richiesta dei dieci minuti. Probabilmente fa parte della versione italiana. Qualche ingegnere della Silicon Valley avrà stabilito che cucinare la pasta è la nostra attività più frequente di quella durata. In Germania, Siri dirà “Ricordati che i würstel mi piacciono ben caldi”, in Francia “Non sono sicura che mi piacciano le rane”.

Ho provato ancora — “timer a otto minuti”, “timer a dodici minuti” — e Siri ha sempre risposto “Bene, mancano x minuti”. Niente frasi argute per queste durate. La vaga sensazione di parlare a una persona è scomparsa del tutto. Sono tornato a usare Siri senza inquietudini, e non come fossi nello stadio iniziale della complicata storia d’amore del film Lei. Ho superato indenne anche la successiva risposta di Siri, “D’accordo, fai attenzione che non esca il caffè”, a un mio ordine di mettere il timer a tre minuti.

Preferirei comunque che i software e i robot non tentassero di instaurare rapporti con noi. Suppongo che i programmatori credano che le macchine ci mettano più a nostro agio se assomigliano alla gente. Sbagliano. La gente è esigente. Difficile. Poco prevedibile. Non sai mai che cosa pensi. Che cosa si aspetti. Ti controlla. Si offende. Non è per caso se oggi si telefona meno e si messaggia di più, cioè si passa a una forma di comunicazione con il prossimo che è comunque meno intensa e più controllabile. Nel futuro, quando i software e i robot miglioreranno e forse parleranno davvero come le persone, siamo sicuri di volere una Siri che si lamenta in modo passivo-aggressivo che è da un po’ che non le diamo comandi? O un Amazon Echo che ci sussurra di abbassare il volume della TV per non disturbare i vicini? O un Facebook M che ci implora ogni santo giorno di buttare quella vecchia giacca e acquistarne una decente?

Una macchina è utile, e superiore agli esseri umani, quando esegue i nostri ordini senza impelagarci in tutte le difficoltà pratiche ed emotive che sorgono se chiediamo qualcosa alla gente. Non voglio un amico, o un umorista come C-3PO, voglio uno schiavo silenzioso che faccia ciò che gli dico senza fiatare e sparisca se non mi serve.

Quando i giornalisti domandavano ad Alberto Sordi perché non si fosse sposato, il grande attore diceva “E che so’ matto? Mi metto un’estranea in casa?”. Con lo stesso sentimento, chiedo fin d’ora ai programmatori di inserire l’opzione “inumano” nei software e robot del futuro. Dovrà escludere, se l’utente lo desidera, ogni facoltà della macchina di parlare se non interrogata, o di infilare una maledetta inflessione emotiva nella voce, o della verve nei contenuti, e in generale ogni suo tentativo di aggiungere un altro faticoso rapporto umano a quelli che già affrontiamo tutti i giorni.

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