Altissimo, purissimo, sacro

di Nico Sinima

Lo psicologo Jonathan Haidt sostiene che la mente umana percepisce una dimensione verticale nelle cose. Questa dimensione – che Haidt chiama il “divino” – è morale e fisica. Dio, che ne è il punto superiore, abita in cielo, il luogo fisicamente più in alto nel mondo che conosciamo. Dio è anche il trascendente, ciò che è al di sopra di ogni realtà sensibile. Quando si accosta a Lui, il fedele sente un’elevazione.

Il demonio, l’altro estremo del divino, abita invece le profondità della Terra. Nelle sue tentazioni si cade. Il peccatore si degrada. Il demonio sfugge a sua volta alla realtà sensibile, ma di lui non dite che è trascendente, perché vi sembrerebbe di concedergli una tendenza impropria a salire.

La mente umana associa questa dimensione verticale alla purezza. L’alto è puro. Il basso è impuro. E la fonte dell’impurità è il corpo. In questo, Haidt si mette in scia a William James, Emile Durkheim e Mircea Eliade, che studiarono la lotta fra sacro e profano nell’esperienza religiosa, notando il curioso potere profanatore di cibo, sesso, mestruazioni e sudiciume. Musulmani ed ebrei proibiscono di mangiare carne di maiale, crostacei e molluschi. Musulmani e indù devono togliersi le scarpe – raccoglitrici di immondizia – prima di entrare nel tempio. I cattolici vietano a cani e gatti l’ingresso in chiesa. Sulle donne, basti Levitico 15:

Quando una donna avrà perdite di sangue per le mestruazioni, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino a sera. Ogni letto sul quale si sarà messa a dormire durante la sua impurità sarà impuro; e ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà impuro. Chiunque toccherà il suo letto si laverà le vesti, laverà se stesso nell’acqua e sarà impuro fino a sera. Chiunque toccherà qualsiasi mobile sul quale la donna si sarà seduta si laverà le vesti, laverà se stesso nell’acqua e sarà impuro fino a sera. Se qualche cosa si trovava sul letto o sul mobile dove la donna sedeva, chiunque tocca quella cosa sarà impuro fino a sera (19-23).

Tuttora gli ebrei chiedono alle donne di purificarsi (con la mikvah, un’immersione rituale in acqua di fonte) dopo ogni mestruazione. Anche in assenza di proibizioni esplicite, i fedeli temono ogni ingresso dell’impuro nei territori del sacro: tutti vi guarderebbero male se mangiaste un panino durante la messa – anche vegetariano.

A scuola vi raccontano che queste proibizioni santificano cautele igieniche, che salvavano i fedeli dalle infezioni ai tempi della Bibbia o del Corano. Ma, se ci pensate, non c’era motivo di santificarle. Gli usi della comunità o le leggi dei sovrani potevano interdire le cause conosciute di infezione senza ricorrere al macchinario del sacro e del profano. Inoltre, perché Dio dovrebbe detestare i maiali? Non li ha creati? Non ha poi permesso che si imbarcassero sull’arca di Noè? E, ammesso che li detesti, perché? Perché non i bovini o le pecore? E perché Dio dovrebbe odiare il sangue delle donne, che danno alla luce i Suoi figli?

Nell’antichità gli incendi erano altrettanto pericolosi delle infezioni ma cercherete invano proibizioni religiose del fuoco. Semmai il fuoco è un simbolo di purezza. Nel Cristianesimo raffigura lo Spirito. Anche ai giorni nostri è evidente che le impurità profanano il sacro in un modo di cui altre cose cattive sono incapaci. Immaginate una coppia sposata di turisti ubriachi che si concede un accoppiamento notturno in un confessionale. È il genere di notizie che ogni tanto leggete sui giornali. I due non violano nessun comandamento. Eppure il parroco, che li scopre addormentati il mattino dopo, deve riconsacrare la chiesa.

Se un ladro scassina la bussola delle offerte, che è un furto, una violazione del settimo comandamento, il parroco si limita a chiamare il fabbro per ripararla.

L’associazione emotiva fra alto, puro e sacro è forte. Lo capite da come le pratiche religiose e l’adorazione combinino costantemente questi elementi. Il fedele che prega si sente portato verso l’alto, purificato e in contatto con il divino. L’associazione è così abituale che fatichiamo a concepire alternative, in cui il sacro si unisca al basso o alla corporeità. In fondo nulla impedirebbe a Dio di avere sede sotto terra invece che in cielo. O di circondarsi di maiali invece che di angeli. Nulla sul piano teologico.

A impedirlo sono le nostre emozioni. Le cose impure disgustano il fedele. E il disgusto scaccia la venerazione. Il fedele si sente abbassato e allontanato da Dio.

Questa dimensione verticale ci aiuta a capire la religione. Ci svela che per noi, in una zona profonda della nostra mente, il puro è meglio dell’impuro. Che l’alto è meglio del basso. Che il sacro è meglio del profano. Che lo sentiamo profondamente, con le emozioni, prima della riflessione razionale. Che lo sentiamo anche dopo di essa, quando pensavamo ci avesse convinto che Dio non esiste. Ciò ha alcune conseguenze.

a) La religione è soddisfacente. Il fedele sente che elevarsi è magnifico, meritevole di sforzo e non necessita di giustificazione. Preferire la purezza al materialismo gli risulta altrettanto ovvio che preferire il bello (sul brutto), il bene (sul male) o la vita (sulla morte). La venerazione è un sentimento felice, che prova volentieri. Le religioni storiche sono dimostrabilmente capaci di procurarglielo, grazie a pratiche e riti collettivi messi a punto con questo scopo per millenni.

b) Siamo tutti religiosi. Non occorre credere in Dio per amare l’alto e fuggire dalle cose disgustose. Invece che Dio, i non credenti venerano l’arte, la musica, l’intelletto, la bellezza o gli spettacoli della natura. La soddisfazione che provano è simile a quella del fedele, che magari deridono. Se non volete chiamare “religiose” queste emozioni, chiamatele “criptoreligiose”, come fece Mircea Eliade in Il sacro e il profano.

c) Le religioni sono insopprimibili. Le religioni esisteranno sempre perché si nutrono di emozioni. Qui intendo “religioni” nel senso stretto di venerazione di divinità ultraterrene. Gli atei possono presentare all’umanità oggetti nuovi di culto, scegliendoli fra le cose astratte, come la Ragione. Questi oggetti, per quanto incorporei e quindi venerabili, saranno comunque poco appetitosi a confronto del vero sacro, che è Dio.

d) La religiosità è precaria. Quanto più una cosa è incorporea tanto più è venerabile, ma tanto meno partecipa alla nostra esperienza. Questa è la maledizione del trascendente, che può attirare gli esseri umani solo finché non c’è. Potreste scrivere una bella storia sul trascendente che decide di farsi carne e vivere in mezzo a noi, che però ci rifiutiamo di adorarlo, non fosse stata già scritta, circa duemila anni fa. Il trascendente, se resta tale, non può dominare la mente dei fedeli, perché saranno distratti di continuo dalle cose corporee. Come l’ateo continuerà ad ammirare la maestà del mare, così il fedele non cesserà di spiare le scollature delle donne.

Estratto da La religione. Una breve storia naturale. Nico Sinima è molto più cattivo e cerebrale di me.

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