Altamente improbabile

di Vendela Vida

Quando avviene qualcosa di straordinario, diciamo spesso che supera l’immaginazione. Ma che la realtà superi in stranezza qualsiasi immaginazione succede di continuo, ogni minuto della giornata. Di recente due donne che lavoravano allo stesso piano di un ospedale della Florida hanno scoperto che erano sorelle (erano state adottate da famiglie diverse negli anni settanta). Leggiamo questo fatto nel giornale e lo accettiamo come stupefacente ma reale. Lo stesso avvenimento in un romanzo realistico, tuttavia, sarebbe giudicato improbabile o implausibile. Siamo arrivati al punto dove non solo la realtà è più strana dell’immaginazione, ma proibiamo all’immaginazione di non avvicinarsi neanche a quanto è strana la vita reale di ogni giorno.

Questa ingiustizia ha delle conseguenze: gli autori rivedono i testi, rendendo i loro romanzi meno strampalati delle loro stesse vite — della vita in sé — per paura che le trame siano ritenute implausibili. Il fatto che, come lettori e scrittori, non vogliamo concedere ai romanzi di essere altrettanto strani della realtà è, beh, strano.

In un pomeriggio di dicembre, quando avevo ventun’anni e vivevo a Manhattan, feci una passeggiata nel parco di Riverside. “Signora?”, sentii dire da un uomo. Mi voltai indietro pensando che forse mi era caduto qualcosa, ma non era così. L’uomo aveva i capelli rossi e occhiali con una montatura sottile. La sua mano destra era infilata nella giacca di pelle, che era slacciata. Rimase zitto ma si avvicinò. Mi voltai e continuai a camminare nella stessa direzione, ma accelerai il passo.

“Signora”, disse di nuovo. “Ho una pistola, faccia come le dico”. Mi mostrò la pistola e mi indicò di camminare verso una panchina vicina. Mi guardai intorno per vedere se potevo chiedere aiuto, ma le sole persone nelle vicinanze erano giovani mamme che spingevano i bambini nel passeggino.

Ci sedemmo sulla panchina e l’uomo mi informò — due volte — che voleva morire. Poi precisò: non voleva morire da solo.

Cominciarono a sudarmi le mani nei guanti. Potevo leggere le piccole lettere sul lato dei suoi occhiali: “Giorgio Armani”. Sto per essere uccisa da un uomo che indossa occhiali Giorgio Armani, era il ritornello che mi pulsava nella testa. Dovevo portare l’uomo in una strada frequentata, pensai. Mi sovvenne una libreria a Broadway, con il telefono dietro il banco. L’uomo puntò la pistola alla mia tempia. L’adrenalina mi scorreva nel corpo e nel cervello.

“Ci sono così tanti motivi per vivere”, gli dissi. “C’è la poesia!”. Sembravo un’insegnante di scuola squilibrata. Ma vidi qualcosa nei suoi occhi, una disponibilità ad ascoltare. Recitai alcune poesie di Mark Strand — la prima strofa di una poesia, la strofa finale di un’altra. L’uomo sembrava incuriosito, o confuso. Acconsentii ad accompagnarmi alla libreria per vedere di cosa stavo parlando. Ma quando ci avvicinammo all’uscita del parco, improvvisamente si scusò e fuggì.

Questo evento divenne la scena d’apertura di “E adesso puoi andare”, il mio primo romanzo. Tutto il seguito era finzione — una missione medica nelle Filippine (non sono mai stata nelle Filippine o in missione medica), un nuovo incontro con l’aspirante assassino (non lo vidi mai più, e la polizia non lo prese mai).

Ma mentre i lettori assumevano che ero stata nelle Filippine, e alcuni addirittura si identificavano nei dettagli del mio viaggio mai avvenuto, pochi credettero che un personaggio avrebbe fatto ricorso alla poesia in una situazione così estrema. In un paio di circostanze definirono la scena “improbabile”. Volevo dire loro “Ma mi è accaduta”. Invece tenni il silenzio sulle origini autobiografiche del libro.

Qualche anno fa iniziai a prendere appunti per un nuovo romanzo. Sapevo che si incentrava sulla malleabilità della nostra identità, e su un personaggio alla ricerca di se stessa, ma non sapevo dove ambientarlo o come dovesse cominciare. In questo periodo andai in Marocco. Durante il check-in in un albergo di Casablanca, i miei bagagli furono rubati da una banda di ladri (come appresi più tardi guardando i filmati della sorveglianza dell’albergo). Mi ritrovai in una stazione della polizia, sotto l’effetto del fuso orario, disorientata e scoraggiata, circondata da investigatori. Ma, piuttosto all’improvviso, il libro che non riuscivo ad afferrare andò al suo posto. Lo avrei ambientato lì, in Marocco, e sarebbe iniziato con un furto. Ero esaltata, suscitando di sicuro perplessità negli investigatori e nel capo della polizia. Avevo il mio inizio. Il resto del libro, “Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti”, sarebbe stato pura finzione.

Quando discussi del libro prima e dopo la pubblicazione, fui sincera sul fatto che il furto della valigia e l’incontro con gli investigatori marocchini erano basati su qualcosa che mi era accaduto. Volevo che la questione dell’implausibilità rimanesse fuori dall’equazione. Ma questo impulso di spiegare l’origine mi ha spinto a domandarmi che tipo di accordo gli scrittori e i lettori hanno stretto. Come lettori, non vogliamo leggere storie che siano meno interessanti delle vite quotidiane che conduciamo. Non è vero? E come scrittori non credo che dovremmo per forza spiegare che una cosa è accaduta nella vita reale per giustificare la trama improbabile di un romanzo. Certo che è improbabile. È per quello che leggiamo. È per quello che scriviamo. Chi ha mai finito un libro dicendo “Ho apprezzato tanto quanto tutto fosse probabile”? I lettori e gli scrittori devono stabilire, e concedere, che la realtà è molto strana, che la vita ci sorprende una dozzina di volte al giorno. E se vogliamo che i nostri romanzi siano memorabili, non dovrebbero essere un poco più strani della realtà, invece del contrario?

Articolo originale (New York Times). Gli abiti del tuffatore giacevano vuoti è il romanzo più recente di Vendela Vida, che è una delle fondatrici della rivista The Believer.

La mia soluzione all’angoscia delle email senza risposta

di Lucy Kellaway

Una volta c’erano due risposte alla maggior parte delle cose d’affari — sì e no. Ora ce n’è una terza che sta diventando più popolare di entrambe. È il silenzio — ossia nessuna risposta alcuna.

Ho appena avuto un messaggio angosciato da un lettore che ha passato l’anno scorso a cercare lavoro, affrontando spesso parecchi turni di interviste, con il risultato che non ha ricevuto offerte, e neanche bocciature. Ogni volta il processo è terminato nel silenzio.

Il silenzio non è una risposta solo alle ricerche di lavoro, ma anche alle offerte di vendita, gli inviti, le proposte di riunione, i promemoria, le richieste generali — o qualsiasi cosa inviata per email.

In questa non-comunicazione perdono tutti, anche se alcuni più di altri. Per i distributori di silenzio, non rispondere non è educato né efficiente, ma è vitale per sopravvivere. Ogni giorno evito di rispondere a dozzine di messaggi, perché con così tanta spazzatura che arriva il silenzio è l’unico modo per restare sani di mente.

Ma la salute mentale dell’uno genera squilibrio nell’altro. Il silenzio fa impazzire l’aspirante lavoratore — la certezza della bocciatura, mi ha detto, gli sarebbe stata più grata. Tutti i giorni sento un’ansia che varia fra il moderato e lo sfibrante perché una gamma di persone ha mancato di rispondere ai miei messaggi. Il silenzio che ha accolto un’email leggermente sfacciata era dovuto al disgusto per il tono leggero? Quando ho mandato un’email con la scaletta dell’idea per un articolo, il silenzio che ne è seguito esprimeva sgomento? O disaccordo? O qualcosa del tutto diverso?

Ciò che rende così snervante il silenzio delle email è che è impossibile interpretarlo. Quando parli con qualcuno, puoi vedere se è ammutolito dallo stupore, dalla riprovazione o dalla noia. Ma le email non danno indizi. La persona ha davvero visto il messaggio? Ti sta ignorando deliberatamente? O è disgustata? Occupata? Scarica? O può essere — come a me accade spesso — che abbia letto il messaggio sul telefonino senza gli occhiali da vista a portata di mano, e che l’ora che li ha trovati il momento sia passato.

Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, pensa di avere la risposta. Ha detto a tutti i suoi inferiori di rispondere alle email in giornata — il che può essere una buona notizia per i clienti della banca, anche se di certo significa che i suoi banchieri saranno così occupati a battere risposte affrettate da non avere tempo per l’attività bancaria.

Un’altra soluzione potrebbe essere un sistema che ci consenta di controllare subito se le nostre email sono state aperte. Ma neanche questa è una risposta, perché le “conferme di lettura” sono invadenti, e sapere che qualcuno ha letto il tuo messaggio non diminuisce la paranoia — l’aumenta.

L’unica soluzione efficiente sarebbe di rendere più complicato e costoso comunicare gli uni con gli altri. Arriverebbero soltanto richieste ragionevoli e rispondere tornerebbe di moda. Ma fino ad allora ognuno di noi deve costruirsi un metodo.

Il punto di partenza è capire che anche se il silenzio probabilmente significa no, potrebbe anche significare sì o forse — ciò che rende essenziale chiedere di nuovo. La pancia mi dice che è umiliante, ma la pancia si sbaglia. Non bisogna vergognarsi di assillare: in un mondo dove la gente ha largamente rinunciato a rispondere, è imbecille chiedere una volta sola.

Quindi quanto dovremmo aspettare prima di chiedere di nuovo? Ho trovato un articolo di un professore del MIT che suggerisce che l’80 per cento delle risposte arriva nelle prime 29 ore, con un ulteriore 17 per cento che arriva negli undici giorni successivi. In base a questa ricerca sarebbe giusto aspettare dodici giorni — che a me sembra troppo. Non riesco a ricordarmi di avere ricevuto niente dopo tanto tempo; penso che la risposta giusta sia semmai una settimana.

La domanda successiva è cosa dire nel sollecito. La mia casella è ingolfata di messaggi che iniziano con “Mi spiace disturbare…” o “Non so se hai avuto tempo di leggere il mio messaggio…”, entrambi i quali abbassano vagamente chi li scrive. Meglio riassumere il messaggio in una frase, unendo l’originale per non sbagliare.

La domanda finale è quante volte ripetere il processo, se la risposta continua a non materializzarsi. Dipende da quanto tieni alla risposta, ma penso che tre volte vada bene. Se la risposta doveva essere no, assillare non può peggiorare le cose. E c’è abbastanza gente — e sono ancora qualche volta in questo debole gruppo — che dedica il suo tempo non a chi desidera vedere di più ma a chi insiste più a lungo.

L’altra soluzione è rinunciare alle email e prendere invece il telefono. Ci sono ricerche che suggeriscono che è più probabile che le persone facciano ciò che vuoi se glielo chiedi parecchie volte per vie diverse. Può darsi sia così, ma detesto così tanto che la gente mi telefoni dicendo “Chiamavo solo per sapere se avevi visto l’email” che, anche se questo approccio funzionasse, in tutta sincerità non riesco a raccomandarlo.

Articolo originale (Financial Times). Lucy Kellaway tiene la rubrica Dear Lucy del Financial Times, dove risponde alle lettere di manager perplessi e insoddisfatti, in genere invitandoli a smettere di lamentarsi.

Sono quasi morta. E allora?

di Meghan Daum

Nell’autunno di quattro anni fa passai numerosi giorni in coma farmacologico dopo avere contratto un caso curiosamente grave di tifo murino. Un’infezione batterica causata dai morsi delle pulci portò a un’insufficienza epatica, problemi ai reni, una meningoencefalite e, tra le altre complicazioni, una sindrome particolarmente letale chiamata coagulazione intravascolare disseminata.

Dopo aver perso la capacità di formare le parole ed essere finita in terapia intensiva, fui sottoposta a numerose trasfusioni di sangue e piastrine, una puntura lombare e infusioni continue di quattro antibiotici differenti. I dottori dissero a mio marito che era del tutto possibile che morissi. A parte questo, avrei potuto avere danni permanenti al cervello.

Fu un calvario, sebbene meno per me che per chi mi stette accanto. Mentre io fluttuavo nell’oblio indotto dal propofol, la mia famiglia e i miei amici affrontarono una sorta di versione anticipata dei cinque stadi del lutto. Patteggiarono e pregarono. Cercarono i miei sintomi su Google, si telefonarono l’un l’altro per ragionare sul mio destino e in generale uscirono di senno per cinque giorni.

Avviso ai lettori: non morii. Non ebbi neanche danni al cervello. Ho un acufene e una piccolissima riduzione dell’udito. Quando me ne lamentai col neurologo, mi disse che non dovevo lamentarmi di niente, dato il “miracolo” della mia sopravvivenza.

“Miracolo” è una parola che non hai una gran voglia di sentire da un neurologo. Con gli altri la metto da parte, specialmente con un’amica cristiana evangelica che ha arruolato l’intera famiglia, il gruppo di studio della Bibbia e tutta la congregazione per pregare per me. Quando visitai quest’amica qualche mese dopo la malattia, suo marito mi chiese se l’essere sopravvissuta per un pelo mi avesse fatto pensare alla vita in modo diverso, o riconsiderare le mie vedute agnostiche. Balbettai una risposta senza senso e mi scusai perché dovevo andare in bagno.

Come emerse, i miei amici laici non erano meno affamati di dimostrazioni della mia trasformazione spirituale o morale.

“Puoi scegliere di trarne qualcosa di positivo e utile”, mi disse una collega. “O puoi scegliere di non imparare nulla e continuare come prima”.

Implicava che il cammino che avevo seguito finora non era per niente buono — non che lei avesse mai sollevato dubbi prima. Ma ora che mi era stata data una seconda opportunità le cose sarebbero state diverse. Il mio cumulo di lamentele meschine e preoccupazioni futili, la maggior parte delle quali aveva a che fare con una combinazione di entrate instabili, insoddisfazioni immobiliari e una costante ansia sotterranea per la mia carriera, sarebbe stato schiacciato dalla gratitudine per il semplice fatto di essere viva.

Queste domande avrebbero potuto infastidirmi, se non fossero state tanto familiari. Meno di un anno prima, avevo fatto simili istanze a mia madre mentre stava morendo di cancro. Smaniosa di aiutare lei e me a dare un senso al suo destino (che era crudele; il suo cancro era raro e senza cause, e lei era ancora sulla sessantina), le chiesi ripetutamente di dirmi cosa pensava. Stava cominciando a vedere il mondo in un modo diverso? C’era qualcosa che improvvisamente aveva iniziato ad avere senso?

Non ero sicura se la sua riluttanza a rispondere fosse il risultato di non avere risposte o di sapere che quelle che aveva non erano quelle che stavo cercando. Mia madre e io non avevamo una relazione propriamente calorosa, anche se non era neanche lontanamente così carica di gelo, e spesso di dinamiche ostili, come quella fra lei e sua madre. Ma temendo di essere giudicata se non mi fossi dimostrata una figlia adorante e devastata dal dolore, misi in scena uno spettacolo che doveva suggerire che un nuovo e più profondo legame madre-figlia stava portando a momenti di guarigione e rivelazione per entrambe.

“Stiamo avendo momenti davvero speciali”, scrivevo nelle mail ad amici e parenti. “Stiamo scorrendo le vecchie foto di famiglia e ricordando i tempi passati”.

In realtà, le poche volte che avevo tentato di scorrere le vecchie foto di famiglia, mia madre era troppo confusa per essere interessata. Sembrava pensare che le chiedessi di organizzarle. Ma dato che riferire questa verità cruda e poco poetica era chiaramente inadatto all’occasione, continuavo con i miei messaggi in stile “Brodo caldo per l’anima”. “È spirata serenamente questo pomeriggio”, scrissi quando morì il giorno dopo Natale. Mi misi persino a dire che mia madre aveva “tenuto il Natale per noi”, aspettando il giorno successivo per morire, evitando così di rabbuiare le luci di questa festa per il resto delle nostre vite. Mio fratello, per quanto avesse dato i suoi contributi alla zuccherosità e agli eufemismi, di fronte a ciò alzò gli occhi al cielo. Anche mia madre probabilmente l’avrebbe fatto. Era rimasta incosciente per molti giorni prima di morire; pareva improbabile che sapesse che giorno fosse. La scrittrice in me detestava l’eufemismo “spirare”, ma la piaciona sapeva che occorreva tenere le cose a una velata distanza.

Nell’aiutare mia madre nelle cure durante la malattia, mi ero aspettata di somministrare pillole e litigare con la compagnia assicurativa. Ciò che non mi ero aspettata era che sarei stata tacitamente incaricata di aggiornare gli altri non solo con informazioni, ma anche con una storia. La storia non finiva semplicemente con la morte di mia madre per una malattia casuale, rara e brutale ma con un momento ben preciso di pace o trascendenza — o almeno con qualcosa cui il resto di noi poteva attribuire una misura di significato. In mancanza di alternative, presi la linea del Natale.

Un anno dopo, quando mi trovai a offrire simili banalità dopo avere a mia volta sfiorato la morte — mette davvero le cose in prospettiva, impari cosa è importante, non mi farò più prendere dalle piccolezze — sentii di nuovo che la sincerità sarebbe stata assolutamente scortese, persino un tradimento dell’amore e dell’amicizia.

Per favore non fraintendetemi. Ero grata di essere viva, fisicamente e cognitivamente — e, per essere sincera, ancora più grata di non essere emersa dal coma viva ma con un danno grave e irreparabile al cervello.

Ma mi conoscevo anche abbastanza bene da sospettare che, dopo qualche mese passato a respirare metaforicamente il profumo dei fiori, sarei probabilmente ridiventata quella ingrata lagnosa che ero prima. E più gli amici mi visitavano, portandomi cibi e provviste, e sommergendomi di auguri e di ogni genere di domande sul mio stato mentale, più mi rendevo conto che la loro fame di storie sulla mia trasformazione cosmica proveniva meno dalla preoccupazione per la mia anima che da un bisogno culturalmente radicato di una Chiusura, con la C maiuscola. Dato che volevano che questo capitolo della mia vita finisse, e volevano che tornassi sana come lo ero stata quando ero un’ingrata lagnosa, volevano accertarsi che fossi sufficientemente trasformata da non lagnarmi più o da non essere ingrata di nuovo. Era come se l’unico modo per essere sicuri che il mio corpo fosse libero da infezioni fosse che ero divenuta ufficialmente una persona migliore.

Gli americani non si stancano mai delle storie di trionfo sulle avversità. Ma, sempre di più, ci ossessiona non solo la vittoria ma anche la redenzione. L’anno scorso, quando tre donne di Cleveland furono salvate da un rapitore che le aveva rinchiuse e torturate per anni in una casa circondata da vicini, ci fu chiesto di vederci non uno sconcertante attestato del venir meno della comunità ma, secondo la maggior parte dei titoli, una storia di speranza e sopravvivenza.

Il mese scorso, quando sono apparse nuove informazioni sulla preparazione delle decapitazioni degli ostaggi dello Stato Islamico in Siria, le descrizioni delle torture che i prigionieri avevano subito, così come la notizia che in certi casi si erano rivoltati gli uni contro gli altri o, in misura diversa, sembrava si fossero convertiti all’Islam, il pubblico è apparso agghiacciato, in un modo in cui prima non lo era stato affatto. Forse è perché, fino ad allora, affrontare le notizie delle decapitazioni implicava la fantasia che i prigionieri provassero un senso di chiarezza e uno scopo prima di morire. Volevamo credere che il periodo in prigione, per quanto spaventoso, avesse portato con sé un qualche stato di rivelazione che aveva permesso loro di morire in un modo che non fossero la confusione e la paura abietta.

Le crisi, per definizione, sono caotiche. Non sempre insegnano lezioni e, contrariamente a quanto amiamo dirci, è altrettanto probabile che estraggano il peggio dalla gente quanto il meglio. Ma la narrazione della redenzione, con il suo corollario, la narrazione del recupero, è così cara alla nostra cultura che anche le persone razionali tendono ad aderirvi — non fosse che per fare educata conversazione. È in misura uguale una storia della buonanotte, una storia di amore e una storia di orrore, e l’esempio perfetto della preferenza americana per il sentimentalismo e il finale pulito rispetto all’onestà e all’autenticità.

Il problema è che è anche disegnata alla perfezione per farci sentire dei falliti — verso noi stessi, verso i nostri cari, nella vita in generale. E, ironicamente, più ci sta a cuore la vittima principale della crisi, più ci viene di tentare di spingere questa vittima a darvi un senso, così da alleviare la nostra inquietudine. Aspettandomi che mia madre pronunciasse qualche grande epifania sul letto di morte, stavo in realtà chiedendole di rendere l’iniquità della sua morte in qualche modo più giusta. Aspettandosi che   diventassi una persona migliore dopo avere sfiorato la morte, i miei amici stavano in realtà dicendo che speravano che non avessi fatto prender loro un maledetto spavento per nulla.

Non avrebbero dovuto preoccuparsi. Non sono una persona migliore. Sono la stessa persona. Che in effetti è una sorta di miracolo.

Articolo originale (New York Times). Meghan Daum è un’autrice e commentatrice americana che scrive abitualmente per il Los Angeles Times. Ha curato di recente Selfish, Shallow & Self-Absorbed, una raccolta di saggi di sedici autori sulla decisione di non avere figli.

Se non possiamo barricarci dentro, servitemi un dolce

“I clienti cominciano a chiederci se non possiamo chiudere la saracinesca e barricarci dentro. Non abbiamo una saracinesca. Ci chiedono se abbiamo una cantina e se possiamo andare tutti lì perché c’è una donna incinta. La cantina non è praticabile, qualcuno ci chiede il dolce. Hanno paura di essere mandati via, noi decidiamo di restare a oltranza, e li facciamo ovviamente rimanere” (Su Rivista Studio, lo chef italiano Tommaso Melilli racconta cosa è successo venerdì sera nel suo ristorante a due passi dal Bataclan).

“Molti grissini” e altri haiku sarcastici

di Comandante Gronk

Gran ristorante
con i piatti piccoli.
Molti grissini.

Prevedibile
come il tè delle 5
sei sempre stato.

I mille libri
la tua grande cultura
son cinque Billy.

Sei frigidina
è la salma di Lenin
più viva di te.

Anche uno scemo
quella macchia la vede
fin da Tannhauser.

Libro di Kundera
sulla poltrona comoda
il sonno accelera.

Per far di meglio
dovrai cominciare
col far qualcosa.

Il film che dici
che vorresti vedere
risparmia i soldi.

Il dittatore
che ci vuole più buoni
pensasse a sé.

Morì giovane
consegnando ai posteri
parecchie selfie.

Post originale. Comandante Gronk pubblica regolarmente haiku e altri componimenti sul suo profilo Twitter.

Siri, M, Echo e altri estranei in casa

Qualche settimana fa ho iniziato a servirmi di Siri per avviare il contaminuti del telefonino. Lo uso per darmi i tempi in palestra e moderare i riposi sul divano, quando chiudo gli occhi e temo di addormentarmi. Le prime volte dicevo “Hei Siri, timer a cinque minuti” e lei rispondeva “Bene, mancano cinque minuti”. Un colloquio secco, impersonale e, per quanto mi riguardava, del tutto soddisfacente.

Dopo qualche giorno mi è capitato di dire “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha eseguito, ma stavolta ha detto “D’accordo, ricordati che la pasta mi piace al dente”, come se tentasse di indovinare cosa stessi facendo. E, soprattutto, di essere cordiale. Il software stava imparando? Voleva che diventassimo amici?

È bastato perché la volta successiva che mi occorreva il contaminuti mi sentissi in imbarazzo. Dopo lo sforzo di Siri di attaccare discorso, mi sembrava villano ripetere la gelida frase, “Hei Siri, timer a …”. Era come insistere a tenere a distanza qualcuno che voleva gentilmente avvicinarsi. La frase poteva persino suonare polemica, come se intendessi far capire a Siri che doveva stare al suo posto. Sapevo che Siri era solo un software ma non riuscivo a dire il mio solito ordine senza paura di offenderla.

Non è una scoperta che l’immaginazione si mangia a colazione le consapevolezze razionali. Un software che parla come una persona diventa una persona, anche se sappiamo che non lo è. Diventerebbe una persona anche se si limitasse a scriverci. Se il telefonino ci ha insegnato qualcosa, è che i messaggi di testo ci rendono presente chi li scrive quasi come fosse con noi. La stessa parola nuda, senza autori, sa evocare cose inesistenti. In un esperimento in laboratorio, lo psicologo Paul Rozin distribuì ai partecipanti due etichette da attaccare a recipienti di zucchero. Una diceva “Saccarosio”, che è il nome scientifico dello zucchero, l’altra “Cianuro di sodio”, che è un veleno. I partecipanti erano liberi di scegliere a quali recipienti attaccare queste etichette. Quando Rozin chiese loro di assaggiare lo zucchero, i partecipanti furono riluttanti a toccare quello nel recipiente su cui loro stessi avevano attaccato l’etichetta “Cianuro di sodio”.

Nonostante ciò, ho scacciato l’illusione di stare maltrattando una persona e ho detto “Hei Siri, timer a dieci minuti”. Ha risposto con la stessa battuta di prima della pasta al dente. Quindi non stava imparando. Non era viva. Forniva solo la risposta meccanica, scritta nel suo programma, alla richiesta dei dieci minuti. Probabilmente fa parte della versione italiana. Qualche ingegnere della Silicon Valley avrà stabilito che cucinare la pasta è la nostra attività più frequente di quella durata. In Germania, Siri dirà “Ricordati che i würstel mi piacciono ben caldi”, in Francia “Non sono sicura che mi piacciano le rane”.

Ho provato ancora — “timer a otto minuti”, “timer a dodici minuti” — e Siri ha sempre risposto “Bene, mancano x minuti”. Niente frasi argute per queste durate. La vaga sensazione di parlare a una persona è scomparsa del tutto. Sono tornato a usare Siri senza inquietudini, e non come fossi nello stadio iniziale della complicata storia d’amore del film Lei. Ho superato indenne anche la successiva risposta di Siri, “D’accordo, fai attenzione che non esca il caffè”, a un mio ordine di mettere il timer a tre minuti.

Preferirei comunque che i software e i robot non tentassero di instaurare rapporti con noi. Suppongo che i programmatori credano che le macchine ci mettano più a nostro agio se assomigliano alla gente. Sbagliano. La gente è esigente. Difficile. Poco prevedibile. Non sai mai che cosa pensi. Che cosa si aspetti. Ti controlla. Si offende. Non è per caso se oggi si telefona meno e si messaggia di più, cioè si passa a una forma di comunicazione con il prossimo che è comunque meno intensa e più controllabile. Nel futuro, quando i software e i robot miglioreranno e forse parleranno davvero come le persone, siamo sicuri di volere una Siri che si lamenta in modo passivo-aggressivo che è da un po’ che non le diamo comandi? O un Amazon Echo che ci sussurra di abbassare il volume della TV per non disturbare i vicini? O un Facebook M che ci implora ogni santo giorno di buttare quella vecchia giacca e acquistarne una decente?

Una macchina è utile, e superiore agli esseri umani, quando esegue i nostri ordini senza impelagarci in tutte le difficoltà pratiche ed emotive che sorgono se chiediamo qualcosa alla gente. Non voglio un amico, o un umorista come C-3PO, voglio uno schiavo silenzioso che faccia ciò che gli dico senza fiatare e sparisca se non mi serve.

Quando i giornalisti domandavano ad Alberto Sordi perché non si fosse sposato, il grande attore diceva “E che so’ matto? Mi metto un’estranea in casa?”. Con lo stesso sentimento, chiedo fin d’ora ai programmatori di inserire l’opzione “inumano” nei software e robot del futuro. Dovrà escludere, se l’utente lo desidera, ogni facoltà della macchina di parlare se non interrogata, o di infilare una maledetta inflessione emotiva nella voce, o della verve nei contenuti, e in generale ogni suo tentativo di aggiungere un altro faticoso rapporto umano a quelli che già affrontiamo tutti i giorni.

Altissimo, purissimo, sacro

di Nico Sinima

Lo psicologo Jonathan Haidt sostiene che la mente umana percepisce una dimensione verticale nelle cose. Questa dimensione – che Haidt chiama il “divino” – è morale e fisica. Dio, che ne è il punto superiore, abita in cielo, il luogo fisicamente più in alto nel mondo che conosciamo. Dio è anche il trascendente, ciò che è al di sopra di ogni realtà sensibile. Quando si accosta a Lui, il fedele sente un’elevazione.

Il demonio, l’altro estremo del divino, abita invece le profondità della Terra. Nelle sue tentazioni si cade. Il peccatore si degrada. Il demonio sfugge a sua volta alla realtà sensibile, ma di lui non dite che è trascendente, perché vi sembrerebbe di concedergli una tendenza impropria a salire.

La mente umana associa questa dimensione verticale alla purezza. L’alto è puro. Il basso è impuro. E la fonte dell’impurità è il corpo. In questo, Haidt si mette in scia a William James, Emile Durkheim e Mircea Eliade, che studiarono la lotta fra sacro e profano nell’esperienza religiosa, notando il curioso potere profanatore di cibo, sesso, mestruazioni e sudiciume. Musulmani ed ebrei proibiscono di mangiare carne di maiale, crostacei e molluschi. Musulmani e indù devono togliersi le scarpe – raccoglitrici di immondizia – prima di entrare nel tempio. I cattolici vietano a cani e gatti l’ingresso in chiesa. Sulle donne, basti Levitico 15:

Quando una donna avrà perdite di sangue per le mestruazioni, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino a sera. Ogni letto sul quale si sarà messa a dormire durante la sua impurità sarà impuro; e ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà impuro. Chiunque toccherà il suo letto si laverà le vesti, laverà se stesso nell’acqua e sarà impuro fino a sera. Chiunque toccherà qualsiasi mobile sul quale la donna si sarà seduta si laverà le vesti, laverà se stesso nell’acqua e sarà impuro fino a sera. Se qualche cosa si trovava sul letto o sul mobile dove la donna sedeva, chiunque tocca quella cosa sarà impuro fino a sera (19-23).

Tuttora gli ebrei chiedono alle donne di purificarsi (con la mikvah, un’immersione rituale in acqua di fonte) dopo ogni mestruazione. Anche in assenza di proibizioni esplicite, i fedeli temono ogni ingresso dell’impuro nei territori del sacro: tutti vi guarderebbero male se mangiaste un panino durante la messa – anche vegetariano.

A scuola vi raccontano che queste proibizioni santificano cautele igieniche, che salvavano i fedeli dalle infezioni ai tempi della Bibbia o del Corano. Ma, se ci pensate, non c’era motivo di santificarle. Gli usi della comunità o le leggi dei sovrani potevano interdire le cause conosciute di infezione senza ricorrere al macchinario del sacro e del profano. Inoltre, perché Dio dovrebbe detestare i maiali? Non li ha creati? Non ha poi permesso che si imbarcassero sull’arca di Noè? E, ammesso che li detesti, perché? Perché non i bovini o le pecore? E perché Dio dovrebbe odiare il sangue delle donne, che danno alla luce i Suoi figli?

Nell’antichità gli incendi erano altrettanto pericolosi delle infezioni ma cercherete invano proibizioni religiose del fuoco. Semmai il fuoco è un simbolo di purezza. Nel Cristianesimo raffigura lo Spirito. Anche ai giorni nostri è evidente che le impurità profanano il sacro in un modo di cui altre cose cattive sono incapaci. Immaginate una coppia sposata di turisti ubriachi che si concede un accoppiamento notturno in un confessionale. È il genere di notizie che ogni tanto leggete sui giornali. I due non violano nessun comandamento. Eppure il parroco, che li scopre addormentati il mattino dopo, deve riconsacrare la chiesa.

Se un ladro scassina la bussola delle offerte, che è un furto, una violazione del settimo comandamento, il parroco si limita a chiamare il fabbro per ripararla.

L’associazione emotiva fra alto, puro e sacro è forte. Lo capite da come le pratiche religiose e l’adorazione combinino costantemente questi elementi. Il fedele che prega si sente portato verso l’alto, purificato e in contatto con il divino. L’associazione è così abituale che fatichiamo a concepire alternative, in cui il sacro si unisca al basso o alla corporeità. In fondo nulla impedirebbe a Dio di avere sede sotto terra invece che in cielo. O di circondarsi di maiali invece che di angeli. Nulla sul piano teologico.

A impedirlo sono le nostre emozioni. Le cose impure disgustano il fedele. E il disgusto scaccia la venerazione. Il fedele si sente abbassato e allontanato da Dio.

Questa dimensione verticale ci aiuta a capire la religione. Ci svela che per noi, in una zona profonda della nostra mente, il puro è meglio dell’impuro. Che l’alto è meglio del basso. Che il sacro è meglio del profano. Che lo sentiamo profondamente, con le emozioni, prima della riflessione razionale. Che lo sentiamo anche dopo di essa, quando pensavamo ci avesse convinto che Dio non esiste. Ciò ha alcune conseguenze.

a) La religione è soddisfacente. Il fedele sente che elevarsi è magnifico, meritevole di sforzo e non necessita di giustificazione. Preferire la purezza al materialismo gli risulta altrettanto ovvio che preferire il bello (sul brutto), il bene (sul male) o la vita (sulla morte). La venerazione è un sentimento felice, che prova volentieri. Le religioni storiche sono dimostrabilmente capaci di procurarglielo, grazie a pratiche e riti collettivi messi a punto con questo scopo per millenni.

b) Siamo tutti religiosi. Non occorre credere in Dio per amare l’alto e fuggire dalle cose disgustose. Invece che Dio, i non credenti venerano l’arte, la musica, l’intelletto, la bellezza o gli spettacoli della natura. La soddisfazione che provano è simile a quella del fedele, che magari deridono. Se non volete chiamare “religiose” queste emozioni, chiamatele “criptoreligiose”, come fece Mircea Eliade in Il sacro e il profano.

c) Le religioni sono insopprimibili. Le religioni esisteranno sempre perché si nutrono di emozioni. Qui intendo “religioni” nel senso stretto di venerazione di divinità ultraterrene. Gli atei possono presentare all’umanità oggetti nuovi di culto, scegliendoli fra le cose astratte, come la Ragione. Questi oggetti, per quanto incorporei e quindi venerabili, saranno comunque poco appetitosi a confronto del vero sacro, che è Dio.

d) La religiosità è precaria. Quanto più una cosa è incorporea tanto più è venerabile, ma tanto meno partecipa alla nostra esperienza. Questa è la maledizione del trascendente, che può attirare gli esseri umani solo finché non c’è. Potreste scrivere una bella storia sul trascendente che decide di farsi carne e vivere in mezzo a noi, che però ci rifiutiamo di adorarlo, non fosse stata già scritta, circa duemila anni fa. Il trascendente, se resta tale, non può dominare la mente dei fedeli, perché saranno distratti di continuo dalle cose corporee. Come l’ateo continuerà ad ammirare la maestà del mare, così il fedele non cesserà di spiare le scollature delle donne.

Estratto da La religione. Una breve storia naturale. Nico Sinima è molto più cattivo e cerebrale di me.

Lettera di Richard Feynman a Koichi Mano

Caro Koichi,

sono molto lieto di ricevere tue notizie, e di sapere che hai questa posizione nei Research Laboratories.

Sfortunatamente la tua lettera mi ha addolorato, perché sembri veramente triste. Sembra che l’influenza del tuo insegnante sia stata di darti un’idea falsa di quali siano i problemi di valore. I problemi di valore sono quelli che puoi concretamente risolvere o aiutare a risolvere, quelli a cui puoi concretamente dare un contributo. Nella scienza, un problema è importante se sta irrisolto davanti a noi, e vediamo un modo per fare qualche passo in avanti. Ti consiglierei di scegliere problemi più semplici, o come dici, più umili, finché ne trovi qualcuno che puoi risolvere facilmente, non importa se è banale. Otterrai il piacere del successo e di aiutare i tuoi compagni, anche solo per rispondere a una domanda che è venuta in mente un collega meno dotato di te. Non devi privarti di questi piaceri a causa dell’idea sbagliata che hai di cosa ha valore.

Mi hai conosciuto quando ero al picco della mia carriera e ti sembrava che fossi impegnato in problemi degni degli dei. Ma nello stesso periodo avevo un altro dottorando (Albert Gibbs), la tesi del quale era su come fanno i venti a creare le onde soffiando sull’acqua del mare. Lo accettai come studente perché venne da me con il problema che voleva risolvere. Con te ho fatto un errore, dandoti il problema invece di farti scegliere il tuo; e ti ho lasciato un’idea sbagliata di cosa è interessante, o piacevole, o importante da affrontare (vale a dire, quei problemi sui quali vedi che puoi fare qualcosa). Mi spiace, scusami. Spero che questa lettera la corregga un poco.

Ho lavorato su innumerevoli problemi che tu chiameresti umili, ma che mi sono piaciuti e mi hanno fatto sentire bene, perché qualche volta, in parte, sono riuscito a risolverli. Per esempio, esperimenti sul coefficiente d’attrito delle superfici altamente levigate, per cercare di imparare qualcosa su come funziona l’attrito (fallimento). O come le proprietà elastiche dei cristalli dipendono dalle forze fra gli atomi che li compongono, o come fare in modo che il metallo galvanizzato si attacchi a oggetti di plastica (come le manopole della radio). O come l’uranio diffonde i neutroni. O la riflessione delle onde elettromagnetiche sui vetri ricoperti di pellicola. Lo sviluppo delle onde d’urto nelle esplosioni. Il disegno di un contatore di neutroni. Perché alcuni elementi catturano gli elettroni dagli orbitali L, ma non dagli orbitali K. La teoria generale di come piegare la carta per costruire un certo tipo di gioco per bambini (detto flexagono). I livelli di energia nei nuclei leggeri. La teoria della turbolenza (ci ho speso numerosi anni senza successo). Più tutti i problemi “maggiori” della teoria quantistica.

Nessun problema è piccolo o banale se possiamo concretamente fare qualcosa per risolverlo.

Dici che sei uno sconosciuto. Non lo sei per tua moglie e per tuo figlio. Non lo resterai a lungo per i colleghi più vicini se puoi rispondere alle loro semplici domande quando vengono nel tuo ufficio. Non sei sconosciuto a me. Non restare sconosciuto a te stesso — è un modo di essere troppo triste. Scopri il tuo posto nel mondo e valuta te stesso equamente, non nei termini degli ingenui ideali della tua giovinezza, e neanche nei termini di quelli che erroneamente immagini siano gli ideali del tuo insegnante.

Buona fortuna e felicità.

Sinceramente,

Richard P. Feynman

Richard Feynman scrisse questa lettera nel 1966, un anno dopo avere vinto il premio Nobel per la Fisica. Koichi Mano, che era stato suo studente nove anni prima, lo aveva informato che stava studiando la “teoria della coerenza, con applicazioni alla propagazione delle onde elettromagnetiche nell’atmosfera turbolenta, un problema umile e terra-terra”. Per chi non avesse mai letto Feynman: dovrebbe iniziare, per esempio da Sta scherzando, Mr. Feynman!