Tenere la barca nel vento

Tutti conoscono la frase “Stay hungry, stay foolish”, che Steve Jobs pronunciò alla fine della premiazione dei laureati di Stanford del 2005. Il video del discorso è stato visto da oltre 23 milioni di persone, nel momento in cui scrivo. Questa frase è diventata la bandiera di chi crede che i consigli del cuore valgano più di quelli del buon senso. Vi aleggia un disprezzo per le opinioni diffuse, se non la convinzione di Nietzsche che la massa odia gli individui eccellenti, abbinata però all’ottimismo americano, nel quale il talento e la caparbietà alla fine vincono sempre.

L’applicazione migliore di questa frase fu forse l’iPad. Quando Jobs lo presentò, all’inizio del 2010, i tablet non esistevano. La gente divideva il suo tempo fra telefonini e computer. Nessuno manifestava il bisogno urgente di un terzo apparecchio che non faceva niente che non si potesse fare già con uno degli altri due. Ricordo un premio Nobel per l’Economia che, commentando il lancio dell’iPad, scrisse che non riusciva a trovare un motivo per acquistarne uno. A dispetto di queste sagge considerazioni, da allora a oggi Apple ne ha venduti oltre 280 milioni.

Di recente mi è capitato di assistere a un altro discorso agli studenti, questa volta di un italiano. Dirige una grande multinazionale americana ed è nella lista di Harvard Business Review dei cento manager al mondo che hanno fatto guadagnare di più le loro aziende negli ultimi anni. Disse alla platea: “Seguo la regola di tenere la barca nel vento. Non c’è nulla di più inutile che eseguire alla perfezione qualcosa che non si sarebbe dovuto fare”. La barca è l’azienda. Tenerla nel vento significa investire nei paesi dove la domanda cresce, nei prodotti che i clienti amano, e accodarsi alle mode e alle tendenze demografiche. Per questo dirigente fare il contrario, per esempio disubbidire alle mode, era uno spreco di ingegno. Nel dire che è vano eseguire perfettamente un piano sbagliato, citava (senza nominarlo) un vecchio guru della strategia aziendale, Peter Drucker.

Tenere la barca nel vento è l’opposto dell’essere foolish. È il buon senso. È il calcolo prudente. È la rinuncia programmatica a cambiare il mondo. È una politica su cui aleggiano mediocrità e opportunismo.

Se il cauto discorso di questo dirigente finisse su YouTube, dubito che otterrebbe 23 milioni di visitatori. Tuttavia, impariamo con l’esperienza — vale a dire dolorosamente — che il mondo ha delle forze. La gente in particolare ha interessi, volontà e desideri che non coincidono necessariamente con i nostri e hanno il potere di demolire i nostri progetti. Ce ne accorgiamo quando guidiamo un gruppo di lavoro in cui nessuno è motivato. Quando proponiamo ai clienti prodotti meravigliosi che si rifiutano di acquistare. Quando tentiamo di provare il nostro valore a un capo che adora invece il nostro collega improduttivo e simpatico.

Paradossalmente, l’ostruzionismo altrui è un potente motivatore a dare il nostro meglio. Un uomo non è mai così carino, sensibile, ardente, generoso, disponibile, e sotto tutti gli aspetti un compagno ideale, come quando corteggia una donna che non lo vuole. Per capire la politica della barca nel vento, è sufficiente paragonare questi tristi fallimenti sentimentali alla facilità e alla gioia dell’amore corrisposto.

L’unico vero difetto di questa politica è che, se nessuno osa tentare imprese irragionevoli, nessuno inventerà mai l’iPad. Se il dirigente italiano avesse preso le redini di Apple nel 2010, è certo che avrebbe continuato a vendere telefonini e computer.

Inoltre, è un fatto che chi insiste a remare in assenza di vento qualche volta arriva in porto. Anni fa ebbi una conversazione penosa con un amico, innamorato di una donna che lo aveva respinto con parole definitive, quasi offensive. Con tutta la delicatezza di cui disponevo, invitai l’amico a farsene una ragione, a passare oltre. Temo di avere anche detto: “dopo tutto il mare è pieno di pesci”. Da come l’amico mi guardava, sapevo che non mi avrebbe dato retta. Oggi lui e quella donna sono sposati e hanno una bellissima bambina.

Ma, e questo è il punto, non occorre incoraggiare le persone a essere foolish. Lo sono già. Si innamorano dei loro progetti come i genitori si innamorano dei loro bambini. Sognano a occhi aperti i loro successi futuri, prima di qualunque riscontro dei fatti. Sono sorde agli avvertimenti. Sono avide di ascoltare chi alimenta le loro speranze. Anche per questo guardano a milioni il video di Jobs, che li invita a ignorare le meschine opinioni del mondo.

In realtà, lo stesso Jobs lanciò l’iPhone dopo che un vento impetuoso aveva già preso a spirare in poppa agli smartphone. Quando le vendite si rivelarono modeste, Jobs non attese che gli sciocchi clienti capissero il valore del prodotto, ma accettò il loro giudizio e abbassò i prezzi. L’iPod fu un’altra opera del buon senso, che sfruttava un mercato ovvio, dopo che Napster aveva riempito i computer della gente di musica digitale. Lo stesso Macintosh, il primo successo di Apple, non sarebbe mai nato se Jobs non si fosse efficientemente informato sui progetti dei concorrenti. Raccontò di avere visto per la prima volta un’interfaccia grafica – la grande novità del Mac – al centro di ricerca della Xerox di Palo Alto, durante una visita nel 1979. Poi aveva inviato lì gli ingegneri di Apple (ai quali Xerox aprì incredibilmente le porte) a capire come funzionava.

Cercare l’aiuto del vento è umile. Significa riconoscere che agiamo in un mondo che non controlliamo e che abbiamo bisogno della collaborazione degli altri. Il discorso a Stanford di Jobs, in cui racconta tre storie della sua vita — il corso di calligrafia che seguì al Reed College, la sua rinascita personale dopo che Apple lo licenziò, la malattia al pancreas che aveva momentaneamente sconfitto — è bellissimo. È pieno di coraggio, acume e ironia. L’ho visto tutto un’altra volta, preparando questo articolo, e ne sono ancora ammirato. Ma mi sono accorto che in quei quindici minuti Jobs non ringrazia nessuno. Che ne è di Steve Wozniak, che disegnò il primo computer di Apple? Che ne è dei finanziatori che aiutarono Jobs a fondare Next e Pixar, dopo l’uscita da Apple? Come ha superato le difficoltà? “L’unica cosa che mi ha permesso di andare avanti era che amavo ciò che facevo”, dice a un certo punto Jobs. Una frase che può pronunciare solo chi crede che l’aiuto degli altri sia solo il risultato secondario e inevitabile dei suoi meriti.

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