Maternità schermata

di Susan Dominus

L’agenda di mia madre è uno dei piccoli dettagli visivi della mia infanzia che posso evocare perfettamente, anche se sono certa che non ne esiste alcuna fotografia. Rilegata in finta pelle, riempita dalla sua scrittura formale e angolata, era per me a malapena leggibile, con indirizzi cancellati e rimpiazzati da altri quando le vite degli amici mutavano. Mi spediva spesso a prendergliela da un cassetto della cucina. Sapevo quando stava cercando un numero di telefono, il che può sembrare insignificante, non fosse che i miei figli non sanno quando sto cercando un numero di telefono, perché tutto ciò che vedono è me, con il mio iPhone, concentrata attentamente su qualcosa di misterioso che decisamente non li riguarda.

È questa perdita di trasparenza, più di ogni altra cosa, che mi rende nostalgica della mia vita prima dell’iPhone. Quando mia madre era curiosa di come sarebbe stato il tempo, la vedevo prendere la prima pagina del giornale e cercare l’informazione. Lo stesso, naturalmente, si poteva dire di come apprendeva le notizie. Sapevo sempre con chi stava parlando perché, precedentemente all’identificativo di chiamata, tutte le conversazioni cominciavano con ciò che oggi sembra un’esplicitazione studiata (“Ciao Toby, sono Flora”). E quando mia madre spendeva i suoi venti minuti giornalieri obbligatori al telefono con la sua anziana madre, ciò accadeva sempre in cucina, dove in genere ascoltavo a metà, mentre facevo i compiti, aspettando con impazienza che lei finisse. Ora, invece, quando ci troviamo con gli amici più stretti e i membri della famiglia, operiamo furtivamente senza neanche volerlo, per la sola ragione che usiamo uno strumento quasi onnipresente e molto comodo, l’uso specifico del quale non è quasi mai dichiarato.

Ci pensai la prima volta qualche mese fa, mentre stavo aspettando la fine dell’allenamento calcistico dei miei figli gemelli, leggendo “Visione Binoculare”, una raccolta di racconti brevi di Edith Perlman, sull’iPhone. I ragazzi stavano dribblando dei coni; io sedevo sulle gradinate della palestra, toccata dalle meditazioni di Perlman sulla mortalità, godendomi un piccolo momento mio in un posto improbabile. Niente di ciò era ovvio all’osservatore, il che non mi sembrava importante, finché una donna a qualche metro di distanza si rivolse a me. “Ma guardiamoci”, disse, con un sorriso imbarazzato, accennando con un gesto alla fila di genitori piegati sui loro apparecchi. “I nostri ragazzi si stanno allenando e noi siamo tutti al telefonino”.

Arrossii. Non potevo che ammettere la colpa! Ma, quasi altrettanto velocemente, mi sentii indignata: l’accusa era in errore! È vero, ero al telefonino, e se i miei figli avessero guardato su, verso di me, avrebbero visto la stessa cosa che aveva visto quella donna: una persona vagamente annoiata, che si distraeva con qualche stupida occupazione elettronica. Sarebbe in molti casi una descrizione accurata di me, ma capitava che ora non lo fosse. Al momento dell’accusa ero un’amante della grande letteratura cui capitava di godersene un po’ su uno schermo portatile. Preferendo un e-book al libro rilegato, ero involontariamente caduta in un personaggio familiare e assai biasimato: la mamma che è cieca ai piaceri quotidiani del genitore, e si concentra invece su qualche distrazione che, in quanto si svolge sul telefonino, è intrinsecamente futile. Crudelmente, il telefonino trasforma anche la più degna delle evasioni nell’ennesimo passatempo.

È già abbastanza impegnativo riuscire a tenersi in contatto con la gente, ricordarsi di ritirare questo e lasciare quest’altro, arrivare puntuali, o arrivare in generale, ritagliarsi del tempo per leggere, rispondere alla domanda di un amico. Ancora peggio, per me, è tentare di realizzare tutto questo sotto una vaga nuvola di sospetto; sforzarmi di fare qualcosa di utile o significativo mentre sento che sembra che stia probabilmente guardando filmati di Justin Bieber ai Video Music Awards.

Oggi i genitori sono spesso rimproverati di farsi distrarre dai loro apparecchi, di dedicare più attenzione ai loro telefonini che ai loro bambini. Ammetto che Twitter mi fornisce, a volte, conversazioni più spiritose di quelle che potrei avere con un bambino di sei anni; che, in effetti, c’è sempre qualche scusa per prendere il telefonino e mettere in sottofondo il bambino che inveisce sul problema del burro di arachidi; che la sensazione di produttività che il telefonino produce è tanto intossicante quanto falsa.

Ma si può serenamente dire che è probabile che i nostri genitori dessero a loro volta più attenzione alla miriade dei loro compiti quotidiani di quanta ne dessero ai bambini, e anche che lo facevano in presenza di questi. Vedo mia madre, intorno al 1982, con i conti sparsi sul tavolo della cucina, con il libro dei conti di fronte a sé; la sento al telefono mentre prende nota delle indicazioni stradali per raggiungere la casa di qualcuno. La differenza è che questi compiti, per il fatto di non svolgersi tutti su un oscuro apparecchio, erano tangibili e per questo sembravano legittimi.

Mi spazientivo quando l’attenzione di mia madre era rivolta altrove. Ma i miei bambini di nove anni, quando mi vedono al telefonino, sentono qualcosa di più intenso, qualcosa di più prossimo all’indignazione. Sono esclusi due volte: vedono che ho altre occupazioni e, in più, non hanno idea di quali. Questo è ciò che rende lo smartphone una fonte tanto ricca e paradossale di sensi di colpa nell’attuale generazione di madri e padri. Siamo considerati allo stesso tempo incombenti e distratti, indecorosamente infatuati dei nostri bambini e però tanto assorbiti dai nostri telefonini, tanto inconsapevoli dei momenti preziosi dell’infanzia che passano via, che ce ne dovremmo vergognare.

Ho cominciato a narrare i miei usi del telefonino quando i bambini sono attorno. “Sto rispondendo alla mail del tuo insegnante”, dico loro, oppure “Sto mandando il testo che mi hai chiesto di mandare per il pigiama party”, sperando di poter vanificare la cattiva reputazione dell’apparecchio, la sua intrinseca aria di egocentrismo.

Mio marito pensa che nessuna narrazione potrà mai bastare a cambiare il modo in cui i bambini vivono il telefonino. Il problema, dice, è che ogni volta che l’afferro loro sanno che ho anche in mano un portale, altrettanto magico di quello nell’armadio di Narnia, e con lo stessa capacità di trasportarmi in un altro mondo o in mondi infiniti. Sono sempre distante millisecondi dalla notizia di un’orrenda strage in una calca alla Mecca, o dalle immagini della grande arte medievale, o dalla dissezione su Twitter di una visita del papa. Quanto sto andando lontano, possono ragionevolmente domandarsi, e quanto ci metterò a tornare? Forse sentono quanto sia vasta la portata dell’apparecchio e quanto poco sanno di ciò che tale vastità contiene; in qualsiasi momento, l’ampiezza del divario fra me e loro è inconoscibile.

Recentemente, uno dei miei figli ha avuto problemi ad addormentarsi. Accendo le luci nell’armadio, verifico a fondo la presenza di ladri o alieni, eppure non riesce ad allontanare la vaga sensazione che ci sia un intruso nella casa, che qualche entità esterna minacciosa abbia trovato modo di entrare, o che potrebbe farlo mentre dorme. E così mi stendo nel buio accanto a lui, con tutta la pazienza che posso, mettendomi a respirare profondamente così che lui faccia lo stesso. Nel frattempo combatto l’impulso sempre più grande di prendere il telefonino, per fare qualcosa di produttivo, per sentire quella sensazione di raggiungere un posto, finalmente senza sensi di colpa, mentre mio figlio dorme.

Articolo originale (New York Times). Susan Dominus è una giornalista americana che scrive abitualmente di letteratura, donne e società. 

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