Tre dita e mezzo

di Douglas Coupland

Il 28 febbraio 2013, il signor Jack Lew, capo di gabinetto della Casa Bianca, fu nominato Ministro del Tesoro degli Stati Uniti e, come tale, è previsto che la sua firma appaia sulle banconote americane. Sfortunatamente la sua firma assomiglia ai cerchi che tutti facciamo quando proviamo una penna a sfera per vedere se funziona ancora, e ci fu un tumulto così alto che Lew alla fine dovette creare una nuova firma che fosse più compatibile con le banconote. Ora Lew è sui soldi.

La mia firma è brutta quanto lo era quella di Lew. Come la maggior parte della gente, inventai una firma quando ero adolescente con cui ora sono incastrato per tutta la vita. È un’orribile serie di grafemi che a malapena mi ricordo di avere creato. Mi disturba che il gesto che mi definisce nel mondo della scrittura sia stato disegnato da un quindicenne egocentrico seduto in fondo all’aula, durante la lezione di matematica, annoiato oltre ogni dire, che è essenzialmente ciò che è la maggioranza delle firme. Con il declino generale del corsivo, le firme, insieme ai graffiti, sono uno dei pochi rimanenti gesti personali che sopravvivono nella nostra cultura.

Corsivo: ho dato recentemente una bottiglia di vino alla figlia di un amico, una ventiduenne, in cambio per avermi aiutato in un piccolo progetto. Ho scritto a mano una nota di ringraziamento, che accompagnava il regalo, ma il volto di lei si pietrificò quando l’aprì per leggerla. Le chiesi che problema c’era e disse: “Non so leggere gli… scarabocchi”. Annotiamo un’altra vittoria per le tecnologie digitali.

Ho una bella scrittura, ma richiede molto lavoro, e devo essere nell’umore giusto per sfoderare questa scrittura, e i contenuti devono meritare un tocco personale — le note di ringraziamento o i biglietti di compleanno. La mia scrittura è bella perché, a cominciare dai trenta, ho lavorato duro per sistemarla. Lo spensierato sistema scolastico di Vancouver lasciò che io e i miei coetanei scrivessimo degli sgorbi come Adrian Mole all’età di dodici anni e mezzo. Potete praticamente vedere i foruncoli su ogni asta.

Fatto divertente: sono mancino, il che ha sempre reso il corsivo una sfida considerevole. Stranamente, quando devo scrivere qualcosa di più grande di quindici centimetri, per esempio su una lavagna, divento destrorso — le lettere all’improvviso si trasformano in oggetti e vogliono essere navigati da una parte diversa del mio cervello.

Inoltre non batto bene a macchina. Sono un battitore a tre dita e mezzo, principalmente gli indici, ma anche uno scatto di pollici sullo spaziatore. Sono anche pigrissimo. Può darsi che battere a macchina richieda meno lavoro che scrivere a mano ma, in ogni caso, se voglio produrre parole, vogliono batterle non più di una volta.

Nel 1998 ero in un albergo di Bruxelles e il mio portatile si guastò. Per rispettare una scadenza usai il business centre dell’albergo. Mi sedetti a lavorare e… fu come avessi avuto un infarto: nessuna delle lettere della tastiera del Benelux era nella posizione “corretta”. Tentai di battere il mio articolo ma rinunciai dopo tre frasi. Era peggio che difficile, era impossibile, infinitamente più difficile di quando imparai da solo a battere (malamente) nell’adolescenza. Il mio cervello non poteva farlo.

Quattro anni fa notai che stavo facendo molti più errori di battitura del solito sul mio portatile Mac; errori goffi, imbarazzanti, e ne fui preoccupato: è così che comincia? Poi gli errori aumentarono e mi sentii come se fossi tornato nel business centre di Bruxelles, ma questa volta il mio infarto stava avvenendo al rallentatore e partoriva le oscure inclinazioni del decadimento mentale. La preoccupazione per questo decadimento divenne un’angoscia silenziosa finché finalmente mi venne in mente che avevo iniziato a usare l’iPhone come un matto nello stesso periodo in cui i miei “sintomi” erano cominciati. Mentre sono un battitore a tre dita e mezzo sulla tastiera, sono anche un battitore a tre dita e mezzo sul cellulare… tranne che faccio con i pollici il lavoro delle dita, e le dita fanno quello che fanno i pollici. E in aggiunta? Il correttore automatico. Così in fondo a quella scatola di cavi elettrici aggrovigliati che è il mio cervello, quel piccolo gruppo di neuroni che aveva orchestrato i miei colpi sui tasti per venticinque anni doveva all’improvviso riconfigurarsi per accettare una realtà simile e tuttavia invertita — e non gli piaceva neanche un po’.

La scienza ci dice che gli esseri umani producono diecimila cellule cerebrali al giorno ma, se non le attiviamo apprendendo cose nuove, sono riassorbite dal corpo — cosa leggermente sinistra, ma se non hai cercato di trattenerle allora probabilmente non te le meriti. La mia corteccia per la battitura ci mise quattro anni per produrre nuove cellule e per rinegoziare i problemi neurali ed ergonomici di abituarsi a invertire pollici e dita secondo i congegni… Quattro anni.

La buona notizia è che chiesi in giro e scoprii che la maggioranza delle persone che conoscevo stava sperimentando silenziosamente un simile panico segreto per la crescente incapacità a battere — non sono solo io! Ma posso vedere che l’intera relazione della nostra specie con le parole, e il modo di costruirle, sta subendo un’imponente ridefinizione. Sto a cavallo tra le ere della scrittura a mano e dell’uso intenso dello smartphone. I giovani come la figlia del mio amico, con i loro emoticon e gli acronimi dilaganti, hanno la fortuna di non dover disimparare il corsivo — con il vantaggio di non provare il senso di avere perso qualcosa. È una specie di libertà, e ne sono geloso. In parte l’accettare il futuro consiste nel riconoscere che certe cose devono essere dimenticate, ed è sempre un affronto perché sono sempre le cose che ami. Abbiamo perso la scrittura a mano e ci hanno dato in cambio il Comic Sans. Davvero un cattivo affare.

Articolo originale (Financial Times). Il libro più recente di Douglas Coupland è un saggio, “L’era dei terremoti. Una guida all’estremo presente”, scritto con Hans Ulrich Obrist e Shumon Basar, e dedicato a come internet sta cambiando la struttura della nostra mente e del pianeta.

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