Tenere la barca nel vento

Tutti conoscono la frase “Stay hungry, stay foolish”, che Steve Jobs pronunciò alla fine della premiazione dei laureati di Stanford del 2005. Il video del discorso è stato visto da oltre 23 milioni di persone, nel momento in cui scrivo. Questa frase è diventata la bandiera di chi crede che i consigli del cuore valgano più di quelli del buon senso. Vi aleggia un disprezzo per le opinioni diffuse, se non la convinzione di Nietzsche che la massa odia gli individui eccellenti, abbinata però all’ottimismo americano, nel quale il talento e la caparbietà alla fine vincono sempre.

L’applicazione migliore di questa frase fu forse l’iPad. Quando Jobs lo presentò, all’inizio del 2010, i tablet non esistevano. La gente divideva il suo tempo fra telefonini e computer. Nessuno manifestava il bisogno urgente di un terzo apparecchio che non faceva niente che non si potesse fare già con uno degli altri due. Ricordo un premio Nobel per l’Economia che, commentando il lancio dell’iPad, scrisse che non riusciva a trovare un motivo per acquistarne uno. A dispetto di queste sagge considerazioni, da allora a oggi Apple ne ha venduti oltre 280 milioni.

Di recente mi è capitato di assistere a un altro discorso agli studenti, questa volta di un italiano. Dirige una grande multinazionale americana ed è nella lista di Harvard Business Review dei cento manager al mondo che hanno fatto guadagnare di più le loro aziende negli ultimi anni. Disse alla platea: “Seguo la regola di tenere la barca nel vento. Non c’è nulla di più inutile che eseguire alla perfezione qualcosa che non si sarebbe dovuto fare”. La barca è l’azienda. Tenerla nel vento significa investire nei paesi dove la domanda cresce, nei prodotti che i clienti amano, e accodarsi alle mode e alle tendenze demografiche. Per questo dirigente fare il contrario, per esempio disubbidire alle mode, era uno spreco di ingegno. Nel dire che è vano eseguire perfettamente un piano sbagliato, citava (senza nominarlo) un vecchio guru della strategia aziendale, Peter Drucker.

Tenere la barca nel vento è l’opposto dell’essere foolish. È il buon senso. È il calcolo prudente. È la rinuncia programmatica a cambiare il mondo. È una politica su cui aleggiano mediocrità e opportunismo.

Se il cauto discorso di questo dirigente finisse su YouTube, dubito che otterrebbe 23 milioni di visitatori. Tuttavia, impariamo con l’esperienza — vale a dire dolorosamente — che il mondo ha delle forze. La gente in particolare ha interessi, volontà e desideri che non coincidono necessariamente con i nostri e hanno il potere di demolire i nostri progetti. Ce ne accorgiamo quando guidiamo un gruppo di lavoro in cui nessuno è motivato. Quando proponiamo ai clienti prodotti meravigliosi che si rifiutano di acquistare. Quando tentiamo di provare il nostro valore a un capo che adora invece il nostro collega improduttivo e simpatico.

Paradossalmente, l’ostruzionismo altrui è un potente motivatore a dare il nostro meglio. Un uomo non è mai così carino, sensibile, ardente, generoso, disponibile, e sotto tutti gli aspetti un compagno ideale, come quando corteggia una donna che non lo vuole. Per capire la politica della barca nel vento, è sufficiente paragonare questi tristi fallimenti sentimentali alla facilità e alla gioia dell’amore corrisposto.

L’unico vero difetto di questa politica è che, se nessuno osa tentare imprese irragionevoli, nessuno inventerà mai l’iPad. Se il dirigente italiano avesse preso le redini di Apple nel 2010, è certo che avrebbe continuato a vendere telefonini e computer.

Inoltre, è un fatto che chi insiste a remare in assenza di vento qualche volta arriva in porto. Anni fa ebbi una conversazione penosa con un amico, innamorato di una donna che lo aveva respinto con parole definitive, quasi offensive. Con tutta la delicatezza di cui disponevo, invitai l’amico a farsene una ragione, a passare oltre. Temo di avere anche detto: “dopo tutto il mare è pieno di pesci”. Da come l’amico mi guardava, sapevo che non mi avrebbe dato retta. Oggi lui e quella donna sono sposati e hanno una bellissima bambina.

Ma, e questo è il punto, non occorre incoraggiare le persone a essere foolish. Lo sono già. Si innamorano dei loro progetti come i genitori si innamorano dei loro bambini. Sognano a occhi aperti i loro successi futuri, prima di qualunque riscontro dei fatti. Sono sorde agli avvertimenti. Sono avide di ascoltare chi alimenta le loro speranze. Anche per questo guardano a milioni il video di Jobs, che li invita a ignorare le meschine opinioni del mondo.

In realtà, lo stesso Jobs lanciò l’iPhone dopo che un vento impetuoso aveva già preso a spirare in poppa agli smartphone. Quando le vendite si rivelarono modeste, Jobs non attese che gli sciocchi clienti capissero il valore del prodotto, ma accettò il loro giudizio e abbassò i prezzi. L’iPod fu un’altra opera del buon senso, che sfruttava un mercato ovvio, dopo che Napster aveva riempito i computer della gente di musica digitale. Lo stesso Macintosh, il primo successo di Apple, non sarebbe mai nato se Jobs non si fosse efficientemente informato sui progetti dei concorrenti. Raccontò di avere visto per la prima volta un’interfaccia grafica – la grande novità del Mac – al centro di ricerca della Xerox di Palo Alto, durante una visita nel 1979. Poi aveva inviato lì gli ingegneri di Apple (ai quali Xerox aprì incredibilmente le porte) a capire come funzionava.

Cercare l’aiuto del vento è umile. Significa riconoscere che agiamo in un mondo che non controlliamo e che abbiamo bisogno della collaborazione degli altri. Il discorso a Stanford di Jobs, in cui racconta tre storie della sua vita — il corso di calligrafia che seguì al Reed College, la sua rinascita personale dopo che Apple lo licenziò, la malattia al pancreas che aveva momentaneamente sconfitto — è bellissimo. È pieno di coraggio, acume e ironia. L’ho visto tutto un’altra volta, preparando questo articolo, e ne sono ancora ammirato. Ma mi sono accorto che in quei quindici minuti Jobs non ringrazia nessuno. Che ne è di Steve Wozniak, che disegnò il primo computer di Apple? Che ne è dei finanziatori che aiutarono Jobs a fondare Next e Pixar, dopo l’uscita da Apple? Come ha superato le difficoltà? “L’unica cosa che mi ha permesso di andare avanti era che amavo ciò che facevo”, dice a un certo punto Jobs. Una frase che può pronunciare solo chi crede che l’aiuto degli altri sia solo il risultato secondario e inevitabile dei suoi meriti.

Risparmiatevi la solitudine dei lavoratori stabili da casa

di Lucy Kellaway

Due delle mie più vecchie amiche hanno sviluppato di recente un forte disgusto per le loro occupazioni. Entrambe mostrano gli stessi sintomi — disillusione, apatia e una convinzione che il loro lavoro sia del tutto inutile.

Le due fanno parte di un nostro gruppo di quattro, nel quale abbiamo avuto tutte relazioni lunghe, stabili e largamente felici con i nostri datori di lavoro. Nell’insieme, abbiamo raggiunto circa 110 anni di servizio.

Come mai, mi sono domandata, queste due in particolare sono così stufe, mentre noi altre stiamo bene? Non sembra che sia il lavoro in sé. Abbiamo tutte occupazioni relativamente stimolanti. Non sono neppure le pressioni. Siamo tutte vecchie volpi che sanno come affrontarle. Ciò che credo le affligga sia la stessa cosa che avrebbe dovuto renderle libere: lavorano prevalentemente da casa.

Una ha una posizione elevata in una grande organizzazione che le consente di mostrarsi in ufficio sì e no una volta al mese. L’altra è un editor che ci va ancora meno di frequente.

Quando iniziarono a lavorare da casa, circa dieci anni fa, erano insopportabilmente compiaciute di questa libertà. Erano flessibili e moderne. Potevano giocare a tennis a metà pomeriggio, sbrigando il lavoro in modo efficiente nel momento che trovavano più opportuno.

Dieci anni dopo, il cinismo e il senso di inutilità che provano potrebbe essere il risultato di avere speso troppo tempo in ciabatte nello studio di casa. In tali condizioni qualsiasi lavoro alla fine inizia a sembrare senza senso. Al contrario, se spendete la vita a fianco di altre persone facendo le stesse cose, vi convincete in qualche modo gli uni con gli altri che ciò che fate conta. Da dove siedo, circondata da persone che lavorano tutte per il FT, l’importanza del giornale sembra colossale. E lo sembra anche l’importanza di chi ha preso la mia tazza del caffè, e di chi sta per essere promosso/stangato. Queste stupide cose non sono stupide per niente. Sono ciò che ci lega in un’impresa comune.

Eppure quando ho suggerito a una delle amiche che la soluzione era andare in ufficio, mi ha guardato come se fossi impazzita. Non ci pensava proprio, disse, di andare a sobbarcarsi l’estenuante banalità della vita d’ufficio.

La sua contrarietà potrebbe dimostrare che sbaglio. Ma non penso. Penso che dimostri quanto sia difficile tornare indietro. Perché lo schema del lavoro in ufficio è così innaturale che, se perdi il ritmo, è quasi impossibile riprenderlo.

Oltre a pensare agli amici che invecchiano, mi preoccupo anche per quelli giovani. La scorsa settimana parlavo a un giovane laureato che aveva ottenuto di recente un eccellente posto come redattore per un’azienda televisiva, ma quando gli ho chiesto come stava andando ha fatto una smorfia. Il lavoro era buono, ma non c’era un ufficio dove andare, e così passava il tempo nella sua stanza a casa o nei caffè. Conosceva a malapena le altre persone con cui lavorava, e senza modelli da imitare non stava imparando molto.

Quando un paio di anni fa Marissa Mayer disse ai dipendenti di Yahoo di rinunciare alle loro ciabatte e venire al lavoro, il mondo intero si rivoltò contro di lei. Ma non solo aveva ragione, aveva ancora più ragione di quanto lei stessa pensasse. Disse che la gente doveva venire in ufficio per essere disponibile e innovativa, ma la verità è più ampia. Abbiamo bisogno di andare in ufficio per cinque ragioni ulteriori: per convincerci che quanto facciamo ha un qualche scopo, per sentirci umani, per imparare di più, per farci percepire che il lavoro è distinto dalla casa — e per facilitare il flusso dei pettegolezzi.

Ma nonostante tutto ciò, la mania del lavoro da casa continua a diffondersi. Comunque, la ragione potrebbe non essere quella che crediamo — non ha nulla a che fare con la comodità, e neanche con il permettere ai nostri datori di lavoro di risparmiare sull’affitto o la bolletta dell’elettricità. Secondo uno studio pubblicato nell’ultimo numero di Academy of Management Discoveries, la ragione più forte per cui la gente lavora da casa non è che rende più facile la vita in famiglia o evita i trasferimenti — è che lo fanno gli altri.

I ricercatori hanno chiesto ai dipendenti di una grande azienda tecnologica americana perché non venivano al lavoro, e hanno scoperto che era perché detestavano tanto presentarsi in un ufficio dove metà dei colleghi era assente che decidevano di stare a casa anche loro. È una conclusione preoccupante — lavorare da casa sembra capace di alimentarsi da sé in modo malsano, spargendo solitudine fra la gente senza funzionare per nessuno.

Noto con disagio qualcosa di ironico nell’articolo che sto scrivendo. Mentre batto queste parole non sono circondata dai colleghi, sono seduta a casa da sola. Ma non è perché non credo in quanto scrivo. È perché ho un appuntamento in città e non ha senso che prima passi dall’ufficio. Il telelavoro va bene per qualche persona qualche volta. Ma per la maggioranza della gente e la maggior parte delle volte, è la politica progressista più retrograda che sia stata mai inventata.

Articolo originale (Financial Times). Lucy Kellaway tiene la rubrica Dear Lucy del Financial Times, dove risponde alle lettere di manager perplessi e insoddisfatti, in genere invitandoli a smettere di lamentarsi.

Maternità schermata

di Susan Dominus

L’agenda di mia madre è uno dei piccoli dettagli visivi della mia infanzia che posso evocare perfettamente, anche se sono certa che non ne esiste alcuna fotografia. Rilegata in finta pelle, riempita dalla sua scrittura formale e angolata, era per me a malapena leggibile, con indirizzi cancellati e rimpiazzati da altri quando le vite degli amici mutavano. Mi spediva spesso a prendergliela da un cassetto della cucina. Sapevo quando stava cercando un numero di telefono, il che può sembrare insignificante, non fosse che i miei figli non sanno quando sto cercando un numero di telefono, perché tutto ciò che vedono è me, con il mio iPhone, concentrata attentamente su qualcosa di misterioso che decisamente non li riguarda.

È questa perdita di trasparenza, più di ogni altra cosa, che mi rende nostalgica della mia vita prima dell’iPhone. Quando mia madre era curiosa di come sarebbe stato il tempo, la vedevo prendere la prima pagina del giornale e cercare l’informazione. Lo stesso, naturalmente, si poteva dire di come apprendeva le notizie. Sapevo sempre con chi stava parlando perché, precedentemente all’identificativo di chiamata, tutte le conversazioni cominciavano con ciò che oggi sembra un’esplicitazione studiata (“Ciao Toby, sono Flora”). E quando mia madre spendeva i suoi venti minuti giornalieri obbligatori al telefono con la sua anziana madre, ciò accadeva sempre in cucina, dove in genere ascoltavo a metà, mentre facevo i compiti, aspettando con impazienza che lei finisse. Ora, invece, quando ci troviamo con gli amici più stretti e i membri della famiglia, operiamo furtivamente senza neanche volerlo, per la sola ragione che usiamo uno strumento quasi onnipresente e molto comodo, l’uso specifico del quale non è quasi mai dichiarato.

Ci pensai la prima volta qualche mese fa, mentre stavo aspettando la fine dell’allenamento calcistico dei miei figli gemelli, leggendo “Visione Binoculare”, una raccolta di racconti brevi di Edith Perlman, sull’iPhone. I ragazzi stavano dribblando dei coni; io sedevo sulle gradinate della palestra, toccata dalle meditazioni di Perlman sulla mortalità, godendomi un piccolo momento mio in un posto improbabile. Niente di ciò era ovvio all’osservatore, il che non mi sembrava importante, finché una donna a qualche metro di distanza si rivolse a me. “Ma guardiamoci”, disse, con un sorriso imbarazzato, accennando con un gesto alla fila di genitori piegati sui loro apparecchi. “I nostri ragazzi si stanno allenando e noi siamo tutti al telefonino”.

Arrossii. Non potevo che ammettere la colpa! Ma, quasi altrettanto velocemente, mi sentii indignata: l’accusa era in errore! È vero, ero al telefonino, e se i miei figli avessero guardato su, verso di me, avrebbero visto la stessa cosa che aveva visto quella donna: una persona vagamente annoiata, che si distraeva con qualche stupida occupazione elettronica. Sarebbe in molti casi una descrizione accurata di me, ma capitava che ora non lo fosse. Al momento dell’accusa ero un’amante della grande letteratura cui capitava di godersene un po’ su uno schermo portatile. Preferendo un e-book al libro rilegato, ero involontariamente caduta in un personaggio familiare e assai biasimato: la mamma che è cieca ai piaceri quotidiani del genitore, e si concentra invece su qualche distrazione che, in quanto si svolge sul telefonino, è intrinsecamente futile. Crudelmente, il telefonino trasforma anche la più degna delle evasioni nell’ennesimo passatempo.

È già abbastanza impegnativo riuscire a tenersi in contatto con la gente, ricordarsi di ritirare questo e lasciare quest’altro, arrivare puntuali, o arrivare in generale, ritagliarsi del tempo per leggere, rispondere alla domanda di un amico. Ancora peggio, per me, è tentare di realizzare tutto questo sotto una vaga nuvola di sospetto; sforzarmi di fare qualcosa di utile o significativo mentre sento che sembra che stia probabilmente guardando filmati di Justin Bieber ai Video Music Awards.

Oggi i genitori sono spesso rimproverati di farsi distrarre dai loro apparecchi, di dedicare più attenzione ai loro telefonini che ai loro bambini. Ammetto che Twitter mi fornisce, a volte, conversazioni più spiritose di quelle che potrei avere con un bambino di sei anni; che, in effetti, c’è sempre qualche scusa per prendere il telefonino e mettere in sottofondo il bambino che inveisce sul problema del burro di arachidi; che la sensazione di produttività che il telefonino produce è tanto intossicante quanto falsa.

Ma si può serenamente dire che è probabile che i nostri genitori dessero a loro volta più attenzione alla miriade dei loro compiti quotidiani di quanta ne dessero ai bambini, e anche che lo facevano in presenza di questi. Vedo mia madre, intorno al 1982, con i conti sparsi sul tavolo della cucina, con il libro dei conti di fronte a sé; la sento al telefono mentre prende nota delle indicazioni stradali per raggiungere la casa di qualcuno. La differenza è che questi compiti, per il fatto di non svolgersi tutti su un oscuro apparecchio, erano tangibili e per questo sembravano legittimi.

Mi spazientivo quando l’attenzione di mia madre era rivolta altrove. Ma i miei bambini di nove anni, quando mi vedono al telefonino, sentono qualcosa di più intenso, qualcosa di più prossimo all’indignazione. Sono esclusi due volte: vedono che ho altre occupazioni e, in più, non hanno idea di quali. Questo è ciò che rende lo smartphone una fonte tanto ricca e paradossale di sensi di colpa nell’attuale generazione di madri e padri. Siamo considerati allo stesso tempo incombenti e distratti, indecorosamente infatuati dei nostri bambini e però tanto assorbiti dai nostri telefonini, tanto inconsapevoli dei momenti preziosi dell’infanzia che passano via, che ce ne dovremmo vergognare.

Ho cominciato a narrare i miei usi del telefonino quando i bambini sono attorno. “Sto rispondendo alla mail del tuo insegnante”, dico loro, oppure “Sto mandando il testo che mi hai chiesto di mandare per il pigiama party”, sperando di poter vanificare la cattiva reputazione dell’apparecchio, la sua intrinseca aria di egocentrismo.

Mio marito pensa che nessuna narrazione potrà mai bastare a cambiare il modo in cui i bambini vivono il telefonino. Il problema, dice, è che ogni volta che l’afferro loro sanno che ho anche in mano un portale, altrettanto magico di quello nell’armadio di Narnia, e con lo stessa capacità di trasportarmi in un altro mondo o in mondi infiniti. Sono sempre distante millisecondi dalla notizia di un’orrenda strage in una calca alla Mecca, o dalle immagini della grande arte medievale, o dalla dissezione su Twitter di una visita del papa. Quanto sto andando lontano, possono ragionevolmente domandarsi, e quanto ci metterò a tornare? Forse sentono quanto sia vasta la portata dell’apparecchio e quanto poco sanno di ciò che tale vastità contiene; in qualsiasi momento, l’ampiezza del divario fra me e loro è inconoscibile.

Recentemente, uno dei miei figli ha avuto problemi ad addormentarsi. Accendo le luci nell’armadio, verifico a fondo la presenza di ladri o alieni, eppure non riesce ad allontanare la vaga sensazione che ci sia un intruso nella casa, che qualche entità esterna minacciosa abbia trovato modo di entrare, o che potrebbe farlo mentre dorme. E così mi stendo nel buio accanto a lui, con tutta la pazienza che posso, mettendomi a respirare profondamente così che lui faccia lo stesso. Nel frattempo combatto l’impulso sempre più grande di prendere il telefonino, per fare qualcosa di produttivo, per sentire quella sensazione di raggiungere un posto, finalmente senza sensi di colpa, mentre mio figlio dorme.

Articolo originale (New York Times). Susan Dominus è una giornalista americana che scrive abitualmente di letteratura, donne e società. 

Tre dita e mezzo

di Douglas Coupland

Il 28 febbraio 2013, il signor Jack Lew, capo di gabinetto della Casa Bianca, fu nominato Ministro del Tesoro degli Stati Uniti e, come tale, è previsto che la sua firma appaia sulle banconote americane. Sfortunatamente la sua firma assomiglia ai cerchi che tutti facciamo quando proviamo una penna a sfera per vedere se funziona ancora, e ci fu un tumulto così alto che Lew alla fine dovette creare una nuova firma che fosse più compatibile con le banconote. Ora Lew è sui soldi.

La mia firma è brutta quanto lo era quella di Lew. Come la maggior parte della gente, inventai una firma quando ero adolescente con cui ora sono incastrato per tutta la vita. È un’orribile serie di grafemi che a malapena mi ricordo di avere creato. Mi disturba che il gesto che mi definisce nel mondo della scrittura sia stato disegnato da un quindicenne egocentrico seduto in fondo all’aula, durante la lezione di matematica, annoiato oltre ogni dire, che è essenzialmente ciò che è la maggioranza delle firme. Con il declino generale del corsivo, le firme, insieme ai graffiti, sono uno dei pochi rimanenti gesti personali che sopravvivono nella nostra cultura.

Corsivo: ho dato recentemente una bottiglia di vino alla figlia di un amico, una ventiduenne, in cambio per avermi aiutato in un piccolo progetto. Ho scritto a mano una nota di ringraziamento, che accompagnava il regalo, ma il volto di lei si pietrificò quando l’aprì per leggerla. Le chiesi che problema c’era e disse: “Non so leggere gli… scarabocchi”. Annotiamo un’altra vittoria per le tecnologie digitali.

Ho una bella scrittura, ma richiede molto lavoro, e devo essere nell’umore giusto per sfoderare questa scrittura, e i contenuti devono meritare un tocco personale — le note di ringraziamento o i biglietti di compleanno. La mia scrittura è bella perché, a cominciare dai trenta, ho lavorato duro per sistemarla. Lo spensierato sistema scolastico di Vancouver lasciò che io e i miei coetanei scrivessimo degli sgorbi come Adrian Mole all’età di dodici anni e mezzo. Potete praticamente vedere i foruncoli su ogni asta.

Fatto divertente: sono mancino, il che ha sempre reso il corsivo una sfida considerevole. Stranamente, quando devo scrivere qualcosa di più grande di quindici centimetri, per esempio su una lavagna, divento destrorso — le lettere all’improvviso si trasformano in oggetti e vogliono essere navigati da una parte diversa del mio cervello.

Inoltre non batto bene a macchina. Sono un battitore a tre dita e mezzo, principalmente gli indici, ma anche uno scatto di pollici sullo spaziatore. Sono anche pigrissimo. Può darsi che battere a macchina richieda meno lavoro che scrivere a mano ma, in ogni caso, se voglio produrre parole, vogliono batterle non più di una volta.

Nel 1998 ero in un albergo di Bruxelles e il mio portatile si guastò. Per rispettare una scadenza usai il business centre dell’albergo. Mi sedetti a lavorare e… fu come avessi avuto un infarto: nessuna delle lettere della tastiera del Benelux era nella posizione “corretta”. Tentai di battere il mio articolo ma rinunciai dopo tre frasi. Era peggio che difficile, era impossibile, infinitamente più difficile di quando imparai da solo a battere (malamente) nell’adolescenza. Il mio cervello non poteva farlo.

Quattro anni fa notai che stavo facendo molti più errori di battitura del solito sul mio portatile Mac; errori goffi, imbarazzanti, e ne fui preoccupato: è così che comincia? Poi gli errori aumentarono e mi sentii come se fossi tornato nel business centre di Bruxelles, ma questa volta il mio infarto stava avvenendo al rallentatore e partoriva le oscure inclinazioni del decadimento mentale. La preoccupazione per questo decadimento divenne un’angoscia silenziosa finché finalmente mi venne in mente che avevo iniziato a usare l’iPhone come un matto nello stesso periodo in cui i miei “sintomi” erano cominciati. Mentre sono un battitore a tre dita e mezzo sulla tastiera, sono anche un battitore a tre dita e mezzo sul cellulare… tranne che faccio con i pollici il lavoro delle dita, e le dita fanno quello che fanno i pollici. E in aggiunta? Il correttore automatico. Così in fondo a quella scatola di cavi elettrici aggrovigliati che è il mio cervello, quel piccolo gruppo di neuroni che aveva orchestrato i miei colpi sui tasti per venticinque anni doveva all’improvviso riconfigurarsi per accettare una realtà simile e tuttavia invertita — e non gli piaceva neanche un po’.

La scienza ci dice che gli esseri umani producono diecimila cellule cerebrali al giorno ma, se non le attiviamo apprendendo cose nuove, sono riassorbite dal corpo — cosa leggermente sinistra, ma se non hai cercato di trattenerle allora probabilmente non te le meriti. La mia corteccia per la battitura ci mise quattro anni per produrre nuove cellule e per rinegoziare i problemi neurali ed ergonomici di abituarsi a invertire pollici e dita secondo i congegni… Quattro anni.

La buona notizia è che chiesi in giro e scoprii che la maggioranza delle persone che conoscevo stava sperimentando silenziosamente un simile panico segreto per la crescente incapacità a battere — non sono solo io! Ma posso vedere che l’intera relazione della nostra specie con le parole, e il modo di costruirle, sta subendo un’imponente ridefinizione. Sto a cavallo tra le ere della scrittura a mano e dell’uso intenso dello smartphone. I giovani come la figlia del mio amico, con i loro emoticon e gli acronimi dilaganti, hanno la fortuna di non dover disimparare il corsivo — con il vantaggio di non provare il senso di avere perso qualcosa. È una specie di libertà, e ne sono geloso. In parte l’accettare il futuro consiste nel riconoscere che certe cose devono essere dimenticate, ed è sempre un affronto perché sono sempre le cose che ami. Abbiamo perso la scrittura a mano e ci hanno dato in cambio il Comic Sans. Davvero un cattivo affare.

Articolo originale (Financial Times). Il libro più recente di Douglas Coupland è un saggio, “L’era dei terremoti. Una guida all’estremo presente”, scritto con Hans Ulrich Obrist e Shumon Basar, e dedicato a come internet sta cambiando la struttura della nostra mente e del pianeta.