La mia tavola periodica

di Oliver Sacks

Ogni settimana aspetto con impazienza, quasi avidamente, l’arrivo di riviste come Nature e Science, e passo subito agli articoli delle scienze fisiche — non, come forse dovrei, agli articoli di biologia e medicina. Furono le scienze fisiche a incantarmi per prime da ragazzo.

In un numero recente di Nature, c’era un eccitante articolo del premio Nobel per la fisica Franz Wilczek su un modo nuovo di calcolare le masse leggermente differenti dei neutroni e dei protoni. Il nuovo calcolo conferma che i neutroni sono leggermente più pesanti dei protoni — il rapporto delle loro masse è 939,56563 a 938,27231 — una differenza insignificante, si potrebbe pensare, ma se non ci fosse l’universo che conosciamo non avrebbe mai potuto svilupparsi. La capacità di fare questo calcolo, scriveva il prof. Wilczek, “ci incoraggia a prevedere un futuro nel quale la fisica nucleare raggiungerà il livello di precisione e versatilità che la fisica atomica ha già raggiunto” — una rivoluzione che, ahimè, non vedrò mai.

Francis Crick era convinto che il “problema difficile” — capire come il cervello faccia sorgere la coscienza — sarebbe stato risolto entro il 2030. “Vedrai”, diceva spesso al mio amico neuroscienziato Ralph, “e forse anche tu, Oliver, se raggiungerai la mia età”. Crick superò di molto gli ottanta, lavorando e riflettendo sulla coscienza fino all’ultimo. Ralph morì prematuramente, a 52 anni, e ora sono malato in fase terminale, a 82 anni. Devo dire che non mi applico troppo al “problema difficile” della coscienza — in effetti non lo vedo affatto come un problema; ma mi rattrista che non vedrò la nuova fisica nucleare che il prof. Wilczek ci prospetta, e neanche i mille altri passi in avanti delle scienze fisiche e biologiche.

Qualche settimana fa, in campagna, lontano dalle luci della città, vidi il cielo intero “impolverato di stelle” (nelle parole di Milton); un cielo così, immaginai, poteva essere visto solo su altipiani aridi come quello di Atacama in Cile (dove si trovano i più potenti telescopi del mondo). Fu questo splendore celestiale che mi fece realizzare improvvisamente quanto poco tempo, quanta poca vita, mi erano rimasti. Il mio sentimento della bellezza del cielo, dell’eternità, si mescolava inseparabilmente in me con un sentimento di transitorietà — e morte.

Dissi ai miei amici Kate e Allen: “Mi piacerebbe vedere ancora un cielo così quando morirò”.

“Ti porteremo fuori sulla sedia a rotelle”, dissero.

Da quando ho scritto, a febbraio, di avere un cancro in metastasi, sono stato confortato dalla centinaia di lettere che ho ricevuto, dalle espressioni di affetto e apprezzamento, e dalla sensazione che (nonostante tutto) potrei avere vissuto una vita buona e utile. Ne sono molto lieto e grato — e tuttavia niente di tutto ciò mi emoziona come fece quel cielo notturno pieno di stelle.

Fin dalla prima fanciullezza ho avuto la tendenza ad affrontare la perdita — perdere le persone che mi erano care — rivolgendomi al non-umano. Quando fui mandato in collegio a sei anni, all’inizio della seconda guerra mondiale, i numeri divennero i miei amici; quando tornai a Londra a dieci, gli elementi e la tavola periodica divennero i miei compagni. Per tutta la mia vita i periodi di stress mi hanno condotto a rivolgermi, o a ritornare, alle scienze fisiche, un mondo dove non c’è vita, ma neanche morte.

E ora, in questo passaggio, quando la morte non è più un concetto astratto, ma una presenza — una presenza fin troppo vicina, innegabile — mi sto nuovamente circondando, come facevo da ragazzo, di metalli e minerali, piccoli emblemi dell’eternità. A un estremo della mia scrivania ho l’elemento 81 in una scatola decorata, che alcuni amici degli elementi mi hanno spedito dall’Inghilterra: dice “Buon compleanno di tallio”, un ricordo del mio ottantunesimo compleanno lo scorso luglio; poi, un regno dedicato al piombo, l’elemento 82, per il mio ottantaduesimo compleanno che ho già festeggiato questo mese. Anche qui c’è un piccolo cofanetto di piombo, che contiene l’elemento 90, torio, torio cristallino, bello come i diamanti, e ovviamente radioattivo — da cui il cofanetto di piombo.

All’inizio dell’anno, nelle settimane dopo avere appreso che avevo il cancro, mi sentivo abbastanza bene, anche se il mio fegato era occupato per metà dalle metastasi. Quando a febbraio il cancro al fegato fu trattato con iniezioni di minuscole sfere nell’arteria epatica — una procedura chiamata embolizzazione — mi sentii in modo orribile per un paio di settimane ma poi super-bene, pieno di energia fisica e mentale (le metastasi erano state quasi tutte cancellate dall’embolizzazione). Non avevo ottenuto una remissione, ma un’interruzione, un periodo per approfondire le amicizie, per vedere i pazienti, per scrivere, e per ritornare in patria, in Inghilterra. In questo periodo la gente stentava a credere che avessi una malattia terminale, e io stesso me ne dimenticavo facilmente.

La sensazione di salute ed energia iniziò a declinare fra maggio e giugno, ma fui in grado di festeggiare il mio ottantaduesimo compleanno come si deve (Auden era solito dire che uno deve sempre festeggiare il suo compleanno, non importa come si sente). Ma ora ho un po’ di nausea e perdita di appetito; brividi di giorno, sudori di notte e, soprattutto, una stanchezza diffusa, con esaurimenti improvvisi se faccio troppo. Continuo a nuotare ogni giorno, ma più lentamente, ora che comincio a sentire che mi manca un po’ il fiato. Prima potevo negarlo, ma ora so di essere malato. Il 7 luglio una TAC ha confermato che le metastasi del fegato non solo sono ricresciute ma si sono anche estese altrove.

Ho iniziato un nuovo tipo di trattamento — l’immunoterapia — la scorsa settimana. Non è priva di rischi ma spero che mi dia qualche mese buono in più. Ma prima di iniziarla ho voluto un po’ di divertimento: un viaggio nel North Carolina per vedere il meraviglioso centro di ricerca sui lemuri della Duke University. I lemuri sono prossimi alla stirpe ancestrale da cui sorsero tutti i primati, e sono felice di pensare che uno dei miei stessi antenati, cinquanta milioni di anni fa, era una piccola creatura che abitava sugli alberi, non così diversa dai lemuri di oggi. Adoro la loro vitalità saltellante, la loro natura indagatrice.

Accanto alla galleria del piombo, sul mio tavolo c’è la terra del bismuto: il bismuto come si trova in natura, dall’Australia; piccoli lingotti a forma di limousine da una miniera della Bolivia; bismuto lentamente consolidato da una colata per formare bei cristalli iridescenti, terrazzati come un villaggio Hopi; e, con un cenno a Euclide e alla bellezza della geometria, un cilindro e una sfera fatti di bismuto.

Il bismuto è l’elemento 83. Non penso che vedrò il mio ottantatreesimo compleanno, ma sento che c’è qualcosa di fiducioso, qualcosa di incoraggiante, nell’avere l’ottantatré in giro. Inoltre, ho un debole per il bismuto, un modesto metallo grigio, spesso trascurato, ignorato, anche dagli amanti dei metalli. La mia simpatia come medico per i maltrattati e i marginalizzati si allarga al mondo inorganico e trova un parallelo nella mia simpatia per il bismuto.

Quasi certamente non vedrò il mio compleanno di polonio (l’ottantaquattresimo), né voglio in giro del polonio, con la sua intensa e micidiale radioattività. Comunque, all’altro estremo del tavolo — la mia tavola periodica — ho un pezzo finemente lavorato di berillio (l’elemento 4) per ricordami della mia infanzia, e di quanto tempo fa la mia vita, prossima a finire, iniziò.

Articolo originale (New York Times). Oliver Sacks è morto il 30 agosto di quest’anno, lasciandoci una dozzina di libri bellissimi sui malati neurologici, che prima di lui erano sepolti negli ospedali o nell’imbarazzo delle famiglie.

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