Organizzarsi non basta

Qualche tempo fa andai alla conferenza dell’amministratore delegato di una casa italiana della moda, piuttosto nota. Un uomo alto, atletico, con i capelli rasati, che nell’occasione indossava un abito chiaro di taglio giovanile. Gli stava benissimo. Gli diedi ad occhio meno di cinquant’anni, per scoprire poi che li aveva superati da un pezzo. Ci raccontò che verso la fine dell’anno scorso si era trovato a cercare un nuovo direttore creativo per l’azienda. Quello precedente aveva lasciato la carica all’improvviso, a quanto si sussurra non proprio di sua volontà, non prima però di disegnare le collezioni per le sfilate di inizio 2015. Perciò l’amministratore delegato aveva avuto un po’ di tempo per riflettere sul sostituto.

I cacciatori di teste avevano steso una lista di candidati. Tutti nomi celebri, che appaiono ogni giorno su Women’s Wear Daily o Business of Fashion. L’amministratore delegato aveva cominciato a intervistarli. Nel frattempo, si era preoccupato di parlare ai dipendenti migliori dell’azienda, spaventati dal terremoto in corso, per evitare che salpassero verso lidi più sicuri. Uno di loro, l’assistente del precedente direttore creativo, aveva approfittato del colloquio con l’amministratore delegato per presentargli le sue idee sulla strada stilistica che, a suo avviso, l’azienda avrebbe dovuto prendere. L’amministratore delegato ne era stato colpito. “Mi piacque perché era una persona normale”, ci disse, lasciando che traessimo le nostre deduzioni sugli altri stilisti che aveva incontrato nella sua carriera.

Il Natale ormai si avvicinava. All’inizio della conferenza, l’amministratore delegato ci aveva spiegato che osservava la regola di non lavorare mai alla sera e nei fine settimana. Era una questione di work-life balance, a vantaggio anche del work, perché per essere lucido un dirigente ha bisogno di staccare e rinfrescare la mente. Inoltre, aveva proseguito, se uno lavora fuori orario significa che non è organizzato. Se lo fosse, riuscirebbe a sbrigare tutto il lavoro mentre è in ufficio.

L’amministratore delegato aveva pertanto sospeso la caccia al nuovo stilista ed era partito per le vacanze qualche giorno prima del 25 dicembre.

Il giorno dopo l’Epifania era rientrato in sede e aveva telefonato all’assistente incontrato a dicembre. Gli aveva detto di essersi convinto che era sciocco mandare in passerella le collezioni disegnate dal vecchio direttore creativo. Non sarebbero state credibili. Avrebbero prolungato il periodo di incertezza. Il rinnovamento stilistico doveva essere più veloce. Disse all’assistente: “Sei in grado di disegnare una nuova collezione uomo entro lunedì prossimo?”. È un tipo di lavoro che in genere richiede settimane. La telefonata avveniva di mercoledì. Parliamo quindi di cinque giorni. Un’altra settimana sarebbe poi servita per produrre e provare i capi per le sfilate.

L’assistente disse: “Sì”.

Il 19 gennaio 2015, modelli efebici, e anche qualche modella spigolosa, indossarono la collezione uomo sulle passerelle di Milano. La stampa internazionale fu stupita dalla freschezza delle idee, all’insegna dell’androgino, e ancor più di sapere che la collezione era stata disegnata da un assistente sconosciuto. Qualche giornalista osservò che, qui e là, sembrava messa insieme in fretta e furia. Ma nell’insieme i giudizi furono favorevoli. Due giorni dopo la nota casa italiana della moda annunciò che l’ex assistente era il nuovo direttore creativo.

*     *     *

Non sono sicuro che l’amministratore delegato vedesse l’incoerenza fra la sua regola — non lavorare mai fuori dagli orari regolari — e l’avere affidato a qualcuno una missione impossibile da completare senza lavorare H24, in cinque giorni che includevano un sabato e una domenica. Mi rendo conto che l’assistente, innalzato poi a una carica inattesa e invidiata, forse ricorderà quei giorni come i più esaltanti della sua vita.

Tuttavia, questa storia illustra un aspetto delicato del work-life balance. Spesso la gente lavora nelle ore in cui dovrebbe trovarsi a cena con gli amici, o al parco giochi con i bambini, o a casa a leggere un libro, non perché non è organizzata, ma perché non sono organizzati gli altri: i capi, i colleghi, i clienti, che li inchiodano troppo tardi con richieste urgenti che un essere umano non può esaudire con il solo orario d’ufficio. Nel caso, l’amministratore delegato si era concesso due settimane di vacanze prima di decidere che voleva una nuova collezione uomo, solo cinque giorni prima della scadenza ultima per disegnarla.

Nel mio piccolo, mi capita di frequente che gli studenti mi chiedano di lavorare fuori orario. Li invito a mandarmi i capitoli della loro tesi “entro giovedì mattina” e loro li mandano venerdì sera, all’ultimo momento utile prima di lanciarsi negli spassi del fine settimana, che evidentemente io invece dovrei trascorrere leggendo la loro produzione scientifica. Oppure mi scrivono una mail il sabato o la domenica, con un “URGENTE” nell’oggetto, perché hanno scoperto una scadenza universitaria per il lunedì successivo, che dovrebbero conoscere da mesi, e necessitano di qualche mio intervento. Ho imparato a non rispondere mai a queste mail. Sto pensando anche di affiggere sulla porta del mio ufficio un cartello con un haiku che ho letto su internet:

Richiesta urgente
di chi si era attardato
mi scoccia assai

Ma sia l’amministratore delegato, sia io (limitatamente ai miei studenti) abbiamo il potere incontrastabile di sparire. Se il work-life balance del lavoratore comune va a pezzi è perché riceve mail e telefonate cui invece non può sottrarsi, di capi e altri ritardatari che è pericoloso lasciare insoddisfatti. Oppure gli inviano le informazioni che gli servono in ritardo grave sulla tabella di marcia, e cade nella tentazione di sfruttare le sere e i fine settimana per recuperare il terreno perduto.

Le causa ultima di questa sventura è ovviamente internet. A prima vista, può sembrare che il problema sia che internet ci permette di lavorare a distanza. Questo è un errore, perché anche vent’anni fa uno poteva lavorare alla sera o nei fine settimana portandosi a casa le carte. Il problema vero è che internet permette agli altri di fare lavorare noi da casa, anche se abbandoniamo le nostre carte di lavoro nel loro luogo naturale, che è il tavolo dell’ufficio. Un capo sa di poterci chiedere una prestazione in ogni ora della settimana perché — con le mail, Dropbox o altri servizi cloud — possiamo sempre accedere ai dati e ai documenti necessari per il lavoro.

Saranno proprio i meglio organizzati a lavorare più spesso fuori orario. Con le loro informazioni complete, ben in ordine, collocate online, diventeranno il Wolf dell’ufficio, colui o colei che risolve i problemi, l’operatore di emergenza che i disorganizzati chiamano per sbrigare il lavoro urgente che nasce dai loro errori e dalla loro improvvisazione.

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L’amministratore delegato non aveva sviluppato da sé il concetto che chi lavora fuori orario è disorganizzato. Nei post su internet sul work-life balance — che come numero sfidano gli emendamenti di Calderoli — il consiglio più comune è imparare a sfruttare bene il tempo in ufficio. “Eliminate le riunioni” (come se se uno potesse scansare i colleghi che vogliono incontrarlo), “evitate le interruzioni” (come se uno potesse negarsi al telefono quando lo chiama un cliente), “stabilite le vostre priorità” (come se uno non avesse un capo a dargliele). Il concetto sottostante è che se uno non completa il lavoro in ufficio è a causa delle sue cattive abitudini. Questa letteratura di self-help, oltre a proporre sempre le stesse soluzioni, note probabilmente già agli scrivani Assiro-Babilonesi, aggiunge al danno di chi deve lavorare fuori orario la beffa di sentirsi dire che è colpa sua.

Naturalmente, a volte, è davvero colpa sua. Mi vengono in mente ancora i miei studenti. Per esempio quelli che devono consegnare la tesi la prima settimana di settembre e, avendo concordato con me l’argomento e i metodi mesi prima, si accorgono a metà agosto che non hanno ancora scritto nulla. Pagano questa disorganizzazione loro mettendosi ansiosamente a scrivere mentre sono al mare. Tutti gli anni, alcuni mi mandano i capitoli il giorno esatto di Ferragosto. Forse immaginano che il fatto che lavorino in quel giorno mi commuova e io mi metta subito a leggere il loro materiale. Scrivono “la prego di trasmettermi presto le sue indicazioni perché mi devo laureare a settembre”.

Al contrario, quel giorno evito di leggerlo. A dire il vero, lo evito per una decina di giorni. Non è solo per difendere il mio work-life balance. È anche una questione di onore. Non voglio che un estraneo, vedendomi lavorare in vacanza, prendendo appunti su strani documenti pieni di numeri e tabelle, quando dovrei essere in spiaggia o ad affrontare un percorso di montagna, pensi che sia disorganizzato.

Cena e inganno

di Edward Frame

Sono le 16 e 25. Percorro la cucina, oltrepassando gli aiuti cuoco, fino alla stanza degli armadietti al primo piano. Mi vesto in dieci minuti. Ne restano altri venti per il “pasto in famiglia” prima che i garzoni smontino tutto. Alle 16 e 55 sono pronto. Lo schieramento è fra cinque minuti — “live at five”. Ricontrollo la mia uniforme, un abito dall’aspetto costoso che mi ha assegnato il ristorante, prima di unirmi al resto del personale di sala al piano di sotto.

Lo schieramento è la nostra riunione finale prima del servizio. I capi riferiscono i cambiamenti del menu e la nostra posizione nella lista dei ristoranti migliori del mondo. A volte ci esaminano. “Il nostro chef dove ha ottenuto la sua prima stella Michelin?”. “Di che tipo di pietra è fatto il pavimento?”. Ma stasera ci si limita ad assaggiare il nuovo vino. Un classico Bordeaux: frutti di bosco, petali di rosa, ciliegie acerbe; acidità medio-alta, tannino soffice. Si abbina bene al maiale.

La sala ha quattro “stazioni”, ognuna con sei o sette tavoli gestiti da una squadra di servizio di quattro persone — il maître, il sommelier, il cameriere e l’aiuto cameriere. In quanto maître, sono responsabile della mia squadra. Mi sono occorsi otto mesi per essere promosso a questa posizione; alcuni maître ci mettono anni.

In più sei aiutanti vagano per la sala, insieme a tre capi. Due controllori stanno in cucina a decidere quando inviare il cibo e dove. Nella maggior parte degli altri ristoranti tre stelle Michelin di New York il sistema è piuttosto simile.

Le porte si aprono alle 5 e 35. Il registro stasera dice 152 coperti. Prima normalmente erano circa 120, ma i proprietari apriranno un nuovo posto nel giro di un mese e hanno bisogno di soldi. Così stasera siamo a 152. Il capo sala la chiama “un’opportunità per più ospiti di sperimentare il ristorante”. Ma è un’ipocrisia, e tutti lo sanno. Trentadue coperti in più significano che dobbiamo produrre otto tavoli in più, due in più nella mia sezione, il che significa che prenderò il taxi per andare a casa alle tre di notte, invece che alle due.

La mia squadra è buona. Non perfetta, buona. Il sommelier conosce il vino, ma nelle serate di piena affonda velocemente. Posso fidarmi del cameriere. L’aiuto cameriere è magnifico. Ogni maître sa che l’aiuto cameriere può salvarti o stroncarti. “Pane, acqua e ritirare i piatti”, tecnicamente l’aiuto cameriere non fa altro, ma uno bravo fa girare bene le cose nella sezione.

Il primo tavolo si siede alle 5 e 31. Stampo e osservo la matricola, un dossier digitale che teniamo su tutti gli ospiti, vecchi e nuovi. Chi sono questi? VIP? (“soigné” è il termine raccomandato). Sono i primi arrivati, quindi so che non lo sono, ma controllo ugualmente. Sono già stati qui? Hanno preferenze per l’acqua? Allergie alimentari? Cibi che amano? Che detestano? Spendono molto in vino?

Li informo del mio ruolo fin dal saluto: una frase graziosa, un gesto delle mani, una pressione dei palmi, qualunque cosa che segnali a tutti i presenti che devono prestare attenzione, che sarò io a dettare i ritmi dell’esperienza di stasera, non loro. “Buonasera”. Grande sorriso. “Preferite sempre l’acqua gasata? O questa volta vi piacerebbe altro?”. L’aiuto cameriere è in piedi accanto alla credenza vicina al secchiello dello champagne, in attesa. Una lieve agitazione delle mie dita dietro la schiena significa bollicine; un movimento fendente, liscia; una rotazione del pugno, acqua con ghiaccio. Come per magia, l’aiuto cameriere arriva con la scelta corretta. “Posso prendervi un momento per descrivere il menu?”.

I maître fanno a gara nel decantare il menu nel più breve tempo possibile. L’essenziale è eliminare le opzioni inutili: la maggioranza della gente vuole solo sentirsi dire cosa fare. Alle 5 e 35 torno al tavolo per prendere l’ordine. Memorizzo la scelta di ogni ospite; scriverla evocherebbe un rapporto “transazionale”, una cosa che voglio evitare. Ogni ospite deve sentirsi speciale. Un minuto dopo detto gli ordini al cameriere, che li trascrive e poi li trasmette mentre io resto in sala.

Nel servizio perfetto, il maître non lascia mai la sala. In seguito, si tratta solo di curare la tavola fin quando porto il conto con un cognac offerto dalla casa, dopo tre o cinque ore, a seconda che scelgano la cena o la degustazione. Lo rifarò tredici volte questa sera.

Marx avrebbe forse definito quest’occupazione “lavoro alienato”, ma l’espressione non è del tutto giusta. La mia esperienza professionale nei ristoranti di classe era contraddistinta da un lavoro duro, ripetitivo e spesso privo di significato. Ma non era completamente “alienante”, non all’inizio. Al contrario, trovavo che il lavoro duro, ripetitivo, per quanto fosse “alienante” in qualche senso astratto o teorico, potesse essere incredibilmente gratificante. Eseguire gli stessi compiti con la precisione di una macchina per tante, tante, tante volte di seguito, come un operaio della fabbrica di spilli di Adam Smith, offriva un genere speciale di godimento. Non c’era riflessione, e alcun dubbio circa cosa mi chiedesse il lavoro, e potevo indulgere per ore nella semplice immediatezza dell’azione.

In cucina, vicino alla porta che conduceva in sala, un cartello sintetizzava il nostro lavoro in forma di comandamento: “Rendilo bello”. Renderlo bello significa ritenerti responsabile di ogni dettaglio. Significa che tutto nel ristorante deve sembrare perfetto — la posizione delle candele sul tavolo, la riga dei tuoi capelli. Tutto conta.

Molti di noi assorbono questo mantra velocemente. Uno dei miei primi incarichi come aiutante fu pulire i cristalli. Lavoravo in una stanzetta, collegata alla lavastoviglie. I cestelli di bicchieri uscivano, io cancellavo i segni dell’acqua o le macchie, e poi, appena finivo un cestello, ne appariva un altro. Andavo avanti per ore, come in un qualche tipo di mito di Sisifo rivisitato per la ristorazione. Dopo due ore mi bruciavano le dita e mi faceva male la schiena. Ma non potevo fermarmi. I cestelli continuavano a uscire. Non ho mai pensato di rallentare. Non c’era tempo. Bisognava renderlo bello. Volevo renderlo bello.

Salii di rango più velocemente del solito. Ogni promozione richiedeva un insieme di competenze nuove, ma meccaniche e rassicuranti. Quando portavo i piatti in tavola, imparai a seguire la regola “alzali a destra, abbassali a sinistra”. I miei movimenti dovevano essere perfettamente sincronizzati con gli altri aiutanti, con le braccia che scendevano insieme come quelle di una bilancia. Per cambiare la tovaglia, prima la stendevo con un ferro da stiro antico, poi sistemavo sulla tavola i cristalli, gli argenti e i sottopiatti, assicurandomi che i marchi di questi ultimi fossero dritti e guardassero l’ospite, il tutto in meno di tre minuti. Un altro aiutante mi suggerì di canticchiare sottovoce il tema di “The Bourne Identity” per tenere la motivazione. Lo feci e aveva ragione. Funzionava.

L’anatra usciva dalla cucina su un carrello speciale chiamato guéridon. I maître la tagliavano a fianco della tavola. Affettare il petto sinistro era facile, ma ottenere il lato destro richiedeva un po’ di destrezza. Non potevi girare l’uccello, cosa che veniva naturale, perché l’ano non doveva mai guardare l’ospite. Lo chef stabilì che sarebbe stato “poco attraente”. Così dovevi invertire le mani, tagliando con entrambe. Non importa quali fossero le tue capacità nel brandire il coltello con una mano o l’altra, occorreva che entrambi i petti fossero nel piatto in meno di un minuto, prima che la cucina spedisse i contorni. Se ti prendeva di più eri costretto a finire il lavoro mentre qualche aiutante si aggirava imbarazzato intorno a te con un vassoio pieno di casseruole e pinze.

*     *     *

Non tutti sanno fare bene questo lavoro. I maître si divertivano a dire che non valeva la pena di imparare il nome di una persona finché non era stato promosso almeno una volta. Ma appena promosso eri ammesso in un circolo chiuso di persone che eccellevano in questo tipo di cosa. La maggior parte del personale di servizio condivideva una cosa — un’alleanza silenziosa contro i nostri superiori: gli ospiti, e i nostri capi. Quando qualcuno parlava del “cigno” dello schieramento, una metafora per il cameriere perfetto, che si industriava instancabilmente sotto la superficie mantenendo un’impressione di assoluta compostezza per l’osservatore casuale, non c’era mai alcun indizio che i capi comprendessero, come noi, la scissione psicologica che il loro simbolo preferito implicava. Ma come maître o camerieri o sommelier il nostro lavoro non era solo servire cibo, era recitare una parte, e lo facevamo con un certo grado di auto-ironia di cui i nostri capi sembravano incapaci.

Uscire dalla parte durante il servizio poteva essere divertente. Potevi giocare a indovinare, “è la figlia o un’escort?”. O il “gioco degli aggettivi”, dove la gara era nel riuscire a vendere un vino usando i qualificativi più irrilevanti possibili. Imparavi a leggere la gente. Ricordo ancora l’uomo d’affari cinesi al Tavolo 43. Quella sera aveva due accompagnatrici: una coppia di giovani donne la cui pelle sembrava stranamente sintetica. Ordinò subito una bottiglia di Krug 1990 — un migliaio di dollari, come niente.

“Posso prendervi un momento per descrivere il menu?”.

“Vogliamo la degustazione”, disse.

Le due donne erano concentrate sui telefonini, indifferenti al nostro scambio. Chiaramente non intendevano mangiare nulla.

“Signore, la degustazione è un’esperienza di cinque ore”. Lo guardai, poi guardai le due donne. “È certo che non vorrebbe passare altrove una parte della serata?”.

Optò per la cena.

Provi un fervore speciale quando il tuo lavoro è proiettare un’aura di calor e ospitalità mantenendo allo stesso tempo una distanza emotiva quasi clinica. Questo gusto dell’inganno era implicito in un’altra metafora popolare fra i grandi capi: il rossetto sul maiale. L’essenziale in una cena di classe, mi disse un capo, era di assicurare che l’ospite non notasse mai il maiale, solo il rossetto. Gli ospiti volevano credere ciò che volevamo far credere; volevano credere che tutto fosse perfetto. Ma nel momento in cui qualcuno notava una minima imperfezione — una macchia sul burro, un’impronta sulla forchetta — altre imperfezioni diventavano improvvisamente visibili, minacciando l’illusione che tutti lavoravamo per mantenere.

In questo parco giochi per super-ricchi, ero una chaperon sovra-pagata che indossava un abito su misura. Gli eccessi di cibo erano comuni. Lo era altrettanto il sesso; più di una volta abbiamo dovuto interrompere coiti nel bagno. Una volta una donna chiese di lasciare il suo bambino al guardaroba. Quando il maître di sala le spiegò che la cena sarebbe durata almeno tre ore, lo guardò fissa, senza battere ciglio. “Sì, lo so”. Uomini adulti con abiti di Zegna e Ferragamo sedevano al bar cantando “Siam l’uno per cento!”.

Questa vita grottesca notturna era quasi eccitante. Ma qualcosa accadde dopo avere passato troppe notti a consegnare conti con quattro o cinque cifre su vassoi d’argento. L’alienazione subentrò davvero. Immagino che i seduttori sperimentino qualcosa di simile. Impari cosa vuole la gente da te e, per un po’, ti senti euforico  a fare tutti i gesti giusti: la battuta con i tempi perfetti, il sorriso ironico. Ma, giù nel profondo, non senti niente. Finché qualcosa non ti costringe a tornare di nuovo alla realtà.

*     *     *

Quando l’ospite cade, sono in piedi accanto alla credenza nei pressi del bar. È pranzo. La sala è piena. Non lo vedo andare giù, ma fa un suono forte e ansimante prima di finire sul pavimento. Lo conosciamo tutti. È un habitué. Sarà stato al ristorante centocinquanta volte e ordina sempre la stessa cosa: doppia vodka con ghiaccio per cominciare; primo piatto aragosta; secondo piatto anatra; niente dolce. Di solito viene con la moglie, che si lamenta senza remore della sua dieta. Dà ottime mance e, come la maggior parte degli habitué, è considerato da tutti un cafone. Ma ora, mentre è steso lì, con la pelle che sta assumendo un certo colore bianco-grigiastro, è impossibile provare qualcosa per l’uomo che ha appena avuto un infarto nella nostra sala che non sia la pietà.

Si trova sul pavimento lucido del terrazzo, steso sulla schiena. La gente lo fissa, non del tutto sicura di cosa fare, con i pensieri che chiaramente si alternano fra la preoccupazione e quell’altro pensiero più brutto — ho aspettato tre settimane per questa prenotazione e mi stanno guastando l’esperienza. Tutto ciò che portava a questo momento era stato orchestrato con tanta cura: i tempi delle portate, le pieghe precise di ogni tovagliolo, il livello di tutti i bicchieri d’acqua. Ma non questo. I camerieri, abitualmente composti, sono visibilmente scossi. Come è ragionevolmente possibile dilungarsi sulle virtù del Bordeaux della riva sinistra accanto a un corpo?

Non è possibile, penso, quindi mi rivolgo al mio capo e gli chiedo: “Che devo fare?”. Presumo qualcuno abbia chiamato un’ambulanza. Il capo ha appena finito di spingere in fretta un carrello dello champagne davanti al possibile morto sul pavimento, un debole tentativo di nasconderlo ai clienti vicini. Nulla nel manuale di servizio gli può dire come rispondere alla mia domanda. Non era pianificato; il momento richiede vera empatia, vera comprensione umana, e non la versione contraffatta con cui lui e io ci guadagniamo da vivere.

“Vado ad alzare la musica”, dice. “Continua come prima”.

Così faccio. Continuo, versando vino, declamando i cibi e portando conti scritti a mano finché i paramedici arrivano, dieci minuti dopo. Il capo regala il conto alla gente seduta vicino “all’incidente”. Nessun altro sembra occuparsene.

L’ospite, appresi qualche giorno dopo, sopravvisse. Ma non tornò mai al ristorante. Né lo feci io, dopo essermene andato qualche mese più tardi per iniziare il dottorato. Alla fine, “renderlo bello” per ottanta ore alla settimana mi faceva sentire vuoto e stanco. Come la moglie dell’habitué amava dire quando ordinava il suo solito pranzo, “mangiare così ti fa male”.

Articolo originale. Edward Frame sta svolgendo il suo dottorato alla New School of Social Research, a New York. Dato che ci sono solo sei ristoranti a tre stelle in città, la stampa ha individuato subito il nome del locale, che è l’Eleven Madison Park, nella zona del Flatiron, e ha il cartello “make it nice”.

“È lei di nuovo” e altri haiku amorosi

Sente l’avviso
raggiunge il telefono
è lei di nuovo.

La gonna corta
non appena ti siedi
scopre le gambe.

Le parole che
non volevi dicessi
le dirò a lei.

Svela l’esame
sommario di me tutto
l’amor per te.

Da un’ora canta
il vicino lasciato
“I wish you were here”.

Voglio un hamburger
due patatine e che
sieda con me.

Questa carezza
era il prodotto intero
o un campioncino?

Della tua pelle
su un lenzuolo ruvido
resta il secondo.

Con pochi tocchi
sei entrata nell’area
e hai fatto goal.

Il bel ragazzo
attendeva timido
che lei iniziasse.

La mia tavola periodica

di Oliver Sacks

Ogni settimana aspetto con impazienza, quasi avidamente, l’arrivo di riviste come Nature e Science, e passo subito agli articoli delle scienze fisiche — non, come forse dovrei, agli articoli di biologia e medicina. Furono le scienze fisiche a incantarmi per prime da ragazzo.

In un numero recente di Nature, c’era un eccitante articolo del premio Nobel per la fisica Franz Wilczek su un modo nuovo di calcolare le masse leggermente differenti dei neutroni e dei protoni. Il nuovo calcolo conferma che i neutroni sono leggermente più pesanti dei protoni — il rapporto delle loro masse è 939,56563 a 938,27231 — una differenza insignificante, si potrebbe pensare, ma se non ci fosse l’universo che conosciamo non avrebbe mai potuto svilupparsi. La capacità di fare questo calcolo, scriveva il prof. Wilczek, “ci incoraggia a prevedere un futuro nel quale la fisica nucleare raggiungerà il livello di precisione e versatilità che la fisica atomica ha già raggiunto” — una rivoluzione che, ahimè, non vedrò mai.

Francis Crick era convinto che il “problema difficile” — capire come il cervello faccia sorgere la coscienza — sarebbe stato risolto entro il 2030. “Vedrai”, diceva spesso al mio amico neuroscienziato Ralph, “e forse anche tu, Oliver, se raggiungerai la mia età”. Crick superò di molto gli ottanta, lavorando e riflettendo sulla coscienza fino all’ultimo. Ralph morì prematuramente, a 52 anni, e ora sono malato in fase terminale, a 82 anni. Devo dire che non mi applico troppo al “problema difficile” della coscienza — in effetti non lo vedo affatto come un problema; ma mi rattrista che non vedrò la nuova fisica nucleare che il prof. Wilczek ci prospetta, e neanche i mille altri passi in avanti delle scienze fisiche e biologiche.

Qualche settimana fa, in campagna, lontano dalle luci della città, vidi il cielo intero “impolverato di stelle” (nelle parole di Milton); un cielo così, immaginai, poteva essere visto solo su altipiani aridi come quello di Atacama in Cile (dove si trovano i più potenti telescopi del mondo). Fu questo splendore celestiale che mi fece realizzare improvvisamente quanto poco tempo, quanta poca vita, mi erano rimasti. Il mio sentimento della bellezza del cielo, dell’eternità, si mescolava inseparabilmente in me con un sentimento di transitorietà — e morte.

Dissi ai miei amici Kate e Allen: “Mi piacerebbe vedere ancora un cielo così quando morirò”.

“Ti porteremo fuori sulla sedia a rotelle”, dissero.

Da quando ho scritto, a febbraio, di avere un cancro in metastasi, sono stato confortato dalla centinaia di lettere che ho ricevuto, dalle espressioni di affetto e apprezzamento, e dalla sensazione che (nonostante tutto) potrei avere vissuto una vita buona e utile. Ne sono molto lieto e grato — e tuttavia niente di tutto ciò mi emoziona come fece quel cielo notturno pieno di stelle.

Fin dalla prima fanciullezza ho avuto la tendenza ad affrontare la perdita — perdere le persone che mi erano care — rivolgendomi al non-umano. Quando fui mandato in collegio a sei anni, all’inizio della seconda guerra mondiale, i numeri divennero i miei amici; quando tornai a Londra a dieci, gli elementi e la tavola periodica divennero i miei compagni. Per tutta la mia vita i periodi di stress mi hanno condotto a rivolgermi, o a ritornare, alle scienze fisiche, un mondo dove non c’è vita, ma neanche morte.

E ora, in questo passaggio, quando la morte non è più un concetto astratto, ma una presenza — una presenza fin troppo vicina, innegabile — mi sto nuovamente circondando, come facevo da ragazzo, di metalli e minerali, piccoli emblemi dell’eternità. A un estremo della mia scrivania ho l’elemento 81 in una scatola decorata, che alcuni amici degli elementi mi hanno spedito dall’Inghilterra: dice “Buon compleanno di tallio”, un ricordo del mio ottantunesimo compleanno lo scorso luglio; poi, un regno dedicato al piombo, l’elemento 82, per il mio ottantaduesimo compleanno che ho già festeggiato questo mese. Anche qui c’è un piccolo cofanetto di piombo, che contiene l’elemento 90, torio, torio cristallino, bello come i diamanti, e ovviamente radioattivo — da cui il cofanetto di piombo.

All’inizio dell’anno, nelle settimane dopo avere appreso che avevo il cancro, mi sentivo abbastanza bene, anche se il mio fegato era occupato per metà dalle metastasi. Quando a febbraio il cancro al fegato fu trattato con iniezioni di minuscole sfere nell’arteria epatica — una procedura chiamata embolizzazione — mi sentii in modo orribile per un paio di settimane ma poi super-bene, pieno di energia fisica e mentale (le metastasi erano state quasi tutte cancellate dall’embolizzazione). Non avevo ottenuto una remissione, ma un’interruzione, un periodo per approfondire le amicizie, per vedere i pazienti, per scrivere, e per ritornare in patria, in Inghilterra. In questo periodo la gente stentava a credere che avessi una malattia terminale, e io stesso me ne dimenticavo facilmente.

La sensazione di salute ed energia iniziò a declinare fra maggio e giugno, ma fui in grado di festeggiare il mio ottantaduesimo compleanno come si deve (Auden era solito dire che uno deve sempre festeggiare il suo compleanno, non importa come si sente). Ma ora ho un po’ di nausea e perdita di appetito; brividi di giorno, sudori di notte e, soprattutto, una stanchezza diffusa, con esaurimenti improvvisi se faccio troppo. Continuo a nuotare ogni giorno, ma più lentamente, ora che comincio a sentire che mi manca un po’ il fiato. Prima potevo negarlo, ma ora so di essere malato. Il 7 luglio una TAC ha confermato che le metastasi del fegato non solo sono ricresciute ma si sono anche estese altrove.

Ho iniziato un nuovo tipo di trattamento — l’immunoterapia — la scorsa settimana. Non è priva di rischi ma spero che mi dia qualche mese buono in più. Ma prima di iniziarla ho voluto un po’ di divertimento: un viaggio nel North Carolina per vedere il meraviglioso centro di ricerca sui lemuri della Duke University. I lemuri sono prossimi alla stirpe ancestrale da cui sorsero tutti i primati, e sono felice di pensare che uno dei miei stessi antenati, cinquanta milioni di anni fa, era una piccola creatura che abitava sugli alberi, non così diversa dai lemuri di oggi. Adoro la loro vitalità saltellante, la loro natura indagatrice.

Accanto alla galleria del piombo, sul mio tavolo c’è la terra del bismuto: il bismuto come si trova in natura, dall’Australia; piccoli lingotti a forma di limousine da una miniera della Bolivia; bismuto lentamente consolidato da una colata per formare bei cristalli iridescenti, terrazzati come un villaggio Hopi; e, con un cenno a Euclide e alla bellezza della geometria, un cilindro e una sfera fatti di bismuto.

Il bismuto è l’elemento 83. Non penso che vedrò il mio ottantatreesimo compleanno, ma sento che c’è qualcosa di fiducioso, qualcosa di incoraggiante, nell’avere l’ottantatré in giro. Inoltre, ho un debole per il bismuto, un modesto metallo grigio, spesso trascurato, ignorato, anche dagli amanti dei metalli. La mia simpatia come medico per i maltrattati e i marginalizzati si allarga al mondo inorganico e trova un parallelo nella mia simpatia per il bismuto.

Quasi certamente non vedrò il mio compleanno di polonio (l’ottantaquattresimo), né voglio in giro del polonio, con la sua intensa e micidiale radioattività. Comunque, all’altro estremo del tavolo — la mia tavola periodica — ho un pezzo finemente lavorato di berillio (l’elemento 4) per ricordami della mia infanzia, e di quanto tempo fa la mia vita, prossima a finire, iniziò.

Articolo originale (New York Times). Oliver Sacks è morto il 30 agosto di quest’anno, lasciandoci una dozzina di libri bellissimi sui malati neurologici, che prima di lui erano sepolti negli ospedali o nell’imbarazzo delle famiglie.

Davide e Betsabea

Un pomeriggio in cui ammirava il panorama dalla terrazza del suo palazzo, re Davide vide la giovane Betsabea, che faceva il bagno nel cortile di una casa vicina. La giovane si presentava così com’era stata fatta da Dio, e quest’ultimo, che narrò, o se volete fece narrare, questa storia nella Bibbia, ci fa sapere che Betsabea era “molto bella d’aspetto”.

Davide ordinò ai servi di informarsi su quella donna, e i servi gli dissero che era la moglie di Uria, un guerriero vigoroso che in quel momento stava massacrando adulti, donne e bambini nella terra degli Ammoniti, dove Davide aveva spedito l’esercito di Israele. Preso atto che Uria era trattenuto da questi impegni, Davide inviò i suoi messaggeri da Betsabea e la fece condurre alla reggia.

Betsabea restò incinta.

Fra i pochi inconvenienti di regnare, uno dei più scoccianti è l’interesse pettegolo dei sudditi per chi li comanda. Se il re si mette un dito nel naso a una parata militare, è certo che ogni spettatore se ne accorgerà e che tramanderà l’episodio agli amici e ai conoscenti che non hanno avuto il bene di assistervi. A distanza di anni, le madri rimprovereranno i bambini che fanno quel gesto: “Aronne, pensi di essere il re?”. Figuriamoci – rifletté tetramente Davide – cosa non avrebbe detto il popolo dopo avere appreso che il re si portava a letto la moglie di un soldato, mentre il cornuto rischiava la vita combattendo per la patria. Ne avrebbero parlato per millenni. Ci avrebbero scritto sopra romanzi.

Davide stava per strapparsi i capelli quando gli venne in mente un modo facilissimo di scampare allo scandalo. Avrebbe richiamato Uria, così che facesse con sua moglie ciò che un guerriero vigoroso ama fare appena torna dal fronte e credesse poi che il bambino fosse suo.

Un minuto dopo Davide scriveva a Ioab, il capo dell’esercito di Israele, perché ordinasse a Uria di venire a riferire sull’andamento della guerra.

Uria tornò e si presentò al re. Al termine dell’udienza, un Davide sorridente donò a Uria una portata, presa dalla tavola imbandita, e lo invitò ad andare a casa a cenare.

Ora, è normale che una storia che inizia con un colpo di fortuna, qual è vedere una bellissima donna nuda mentre ci si affaccia dalla terrazza, sia poi devastata dalle disgrazie. Quindi, Uria non tornò a casa. Appena si fu congedato dal re, il soldato pensò ai cari compagni che aveva abbandonato al fronte. Parve al guerriero che tornare a casa, a godersi le gioie del cibo, e soprattutto quelle di una donna nel letto, fosse un insulto agli amici che in quel momento sopportavano le durezze dell’accampamento. Tormentato dal senso di colpa, Uria decise di restare alla reggia e di simulare una camerata andando a dormire con i servi.

Davide inorridì quando ne fu informato. Recatosi a vedere di persona tale mostruosità, fece svegliare Uria e gli chiese perché non fosse a casa. Uria disse:

“L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò tal cosa!” (Sam 2, 11; 11).

Il re tornò ai suoi appartamenti, pronunciando a mezza voce una tirata sui soldati che avrebbe un posto fra i grandi classici dell’antimilitarismo, se solo l’Autore della Bibbia ce l’avesse lasciata.

La sera seguente Davide invitò Uria a cena e lo fece ubriacare. Quando ritenne di avere distrutto ogni dignità nella vittima, e di avere proferito un numero sufficiente di battute sulle “lance dei guerrieri”, il re accompagnò Uria a braccetto all’uscita della reggia, gli diede un gran pacca sulle spalle e lo esortò ad andare da sua moglie.

Appena Uria uscì dalla vista di Davide, tornò indietro e andò a dormire con i servi.

Appreso il fallimento del piano, il re passò la notte guardando il soffitto della camera da letto.

Al mattino, Davide disse a Uria di tornare al fronte e consegnare una lettera sigillata a Ioab, capo dell’esercito. Nella lettera era scritto:

“Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia” (Sam 2, 11; 15).

Ioab ubbidì. Uria fu trafitto dagli arcieri nemici durante l’assedio israeliano alla città ammonita di Tebez. Quando giunse la notizia, Betsabea prese il lutto. Davide fu udito fischiettare in terrazza.

Appena il lutto fu concluso, Davide prese in moglie la vedova di Uria e il popolo salutò il bambino come figlio del re.

Nella vita vera Dio lascia i malfattori impuniti, tanto che molti di loro non solo conservano la salute, ma si arricchiscono e salgono la scala sociale fino alle vette. Può darsi che Dio voglia illuderli, per poi punirli dopo morti. Tuttavia nella Bibbia stranamente vige un regime diverso, dove di solito il colpevole sconta subito la pena. Per esempio i ragazzini che dileggiano il profeta Eliseo sono poi sbranati dagli orsi.

Fu così che Natan, il profeta di corte, chiese al re un colloquio a quattr’occhi. Ignaro del missile che stava dirigendosi su di lui, Davide acconsentì. Natan gli disse:

“Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia.

Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui” (Sam 2, 12; 1-4).

Davide si fece assorbire dalla storia. Quando Natan finì, il re era infervorato e disse:

“Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto un tal cosa e non avere avuto pietà” (12; 5-6).

Natan disse:

“Tu sei quell’uomo!” (12; 7).

Davide, che da quando era sposato con Betsabea aveva perso un poco di lucidità, fece il tipico sorriso di chi sta cercando di capire la barzelletta. Natan, con il tono esasperato di chi deve spiegare un’ovvietà, disse che come il ricco scellerato aveva rubato al povero la sua unica pecora, così Davide, cui Dio aveva donato lo scettro e un harem con dozzine di mogli, aveva rapito a Uria l’unica donna che avesse. Poi il profeta ripercorse i punti principali della faccenda della lettera a Ioab.

Davide a questo punto aveva capito. Ed era allarmato. Conosceva quel maledetto profeta.

Natan disse:

“Così dice il Signore: Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa; prenderò le mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro sotto la luce di questo sole; poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele…” (12; 11-12).

Davide si irrigidì come se un serpente gli si fosse parato davanti. Il ghigno del profeta rivelava che non vedeva l’ora di assistere alla punizione. E allora Davide fece ciò che nelle circostanze disperate un uomo vero deve essere capace di fare: piangere. Pianse sconsolatamente. Si percosse il petto. Si gettò a terra e maledisse se stesso per ciò che aveva fatto al povero Uria. Natan ripetè molte volte che era troppo tardi per pentirsi, che il Signore non l’avrebbe perdonato, e ogni volta che lo ripeteva Davide tornava a gettarsi per terra.

Alla fine Natan inarcò le sopracciglia, sospirò gravemente, pronunciò altre accuse, insomma fece tutto il necessario per dimostrare che non stava cedendo facilmente, e disse che il Signore acconsentiva a tramutare la pena annunciata in quella della morte del bambino, evidentemente meno grave.

Il piccolo si ammalò all’istante. Dopo sette giorni era stecchito. Davide fu udito di nuovo fischiettare in terrazza.

In seguito Betsabea diede a Davide un altro figlio, Salomone, che costruì il Tempio e fu il re più grande della storia di Israele.

Una versione precedente di questo racconto uscì sul blog Universi Paralleli a firma di “Nicola Caminadella”. Nelle mie intenzioni faceva parte di una serie, Le più belle storie della Bibbia.

Scusami

di Douglas Coupland

Domanda: come fai a sapere che hai avuto a cena un fallito?

Risposta: non mi ha mandato una nota di ringraziamento.

Ed è proprio vero. Ho visto gente andare e venire per vent’anni, e quelli che avanzano e si fanno strada nel mondo sono sempre gli ospiti che mandano note di ringraziamento. C’è un rapporto di causa ed effetto? Probabile. La gente che spende quel poco di tempo in più per apprezzare qualcosa che hai fatto per loro è la gente che sa che nessuno ha successo da solo. E per di più sono invitati ancora.

Qualche volta la gente spedisce un grazie per email dal taxi, quando non ha ancora percorso più di mezzo isolato. Costituisce il punto più basso ammissibile della ringraziosità ma comunque vale, e la gente ci fa caso. Ho una lista mentale nella mia testa di chi non mi ha mandato una nota di ringraziamento per qualcosa. Non sto sveglio di notte ad augurare il male a questa gente — ma influenza come mi rapporto con loro in seguito.

*     *     *

Un decennio fa ricevetti una lettera dalla dogana canadese che mi informava che qualcuno mi aveva spedito una bottiglia di vino. Telefonai loro e dissi: “Ottimo! Mandatemela”.

“Non possiamo farlo, signor Coupland. Ci sono tre dollari di dazio”.

“Oh. Beh, ecco il numero della mia Visa…”

“Non possiamo farlo, signore”.

“Beh, cosa possiamo fare?”.

“Deve venire personalmente a pagare la somma e riempire i moduli —” (moduli?) “e dopo possiamo darle la bottiglia”.

“Siete in centro?”.

“No. Siamo al confine.” (90 minuti in auto).

“Può dirmi almeno chi l’ha spedita?”.

“No, signore. Non siamo autorizzati a farlo”.

“Bene allora”. Sì, questo è il Canada del ventunesimo secolo.

Non ritirai mai la bottiglia e così passai l’anno successivo a camminare sulle uova, sapendo che c’era qualcuno là fuori che mi odiava per non avergli mandato una nota di ringraziamento e, come previsto, un anno più tardi a una cena in California la padrona di casa disse: “Immagino che la bottiglia di vino che ti ho spedito non ti sia piaciuta”.

“Sei stata tu! Oh, grazie a Dio finalmente so chi l’ha spedita”.

E così le raccontai la storia, e suppongo ci sia ancora una bottiglia di rosso incredibilmente buona che sta invecchiando in un armadietto della dogana a Peace Arch, British Columbia.

*     *     *

Una volta fui invitato a cena da amici di amici a Melbourne. Fu una grande serata e spedii loro (biglietto + busta + francobollo) una nota di ringraziamento e un collage fatto con un cumulo di carta straccia che avevamo esaminato dopo cena. Dieci giorni dopo ricevetti un’email stizzita che diceva: “Immagino che nel tuo paese non insegnino le buone maniere. Abbiamo davvero lavorato duro su quella cena. Non potevi proprio trovare il tempo per ringraziarci, vero?”. Risposi: “Ehm, se aspettate soltanto un altro giorno o due, sospetto che riceverete nella posta una nota molto carina”.

Due giorni dopo mi giunse una concisa email: “Beh, è arrivata. Grazie. Arrivederci”. Niente contraria di più la gente dell’essersi dimostrata poco sportiva.

*     *     *

Una cosa simile accadde una volta con un manoscritto. Un amico aveva scritto un romanzo e me l’aveva spedito da leggere. Arrivò per mezzo di un servizio di stampa-e-consegna di un corriere internazionale, e misi il manoscritto accanto al letto e lo iniziai quella sera. Ma fin dalla prima pagina qualcosa non funzionava: il mio amico aveva deciso di alternare ogni riga con un’altra di dimensione doppia, e poi la restringeva tre righe dopo, e … Era assolutamente illeggibile, così feci la sola cosa che si potesse fare, che era scrivergli nel modo più delicato possibile: “È bello che tenti di essere sperimentale ma è che dubito che l’effetto che stai cercando aiuti la narrazione e, mi spiace, sono riuscito a proseguire solo per poche pagine”. Segue risposta: “Beh, immagino che è che non vuoi che la gente apra le ali e voli”. E così via. Beh, fine di un’amicizia.

E poi un visitatore nel mio ufficio vide il manoscritto e disse: “Il reparto stampa del corriere ha fatto un pasticcio. Tutti questi caratteri strani? Sono un errore di produzione”.

“Cosa?”. Guardai e feci due più due. Aveva ragione! Fiuu…

Così scannerizzai qualche pagina e la mandai al mio amico scrittore dicendo: “Mistero risolto! La stampa dal computer ha fatto un casino!”. Sfortunatamente il mio amico aveva speso così tanto tempo a odiarmi che quando venne l’ora di smetterla trovò la cosa quasi impossibile. La morale? A volte non c’è modo di uscirne.

*     *     *

Qualche mese fa un amico organizzò una grande cena. Un mese dopo ricevetti (sì) una brusca e concisa email che suggeriva che era terribile da parte mia non averla apprezzata. Così scorsi la cartella delle bozze di Gmail e, come previsto, trovai una nota di ringraziamento completata per due terzi che stavo scrivendo quando suonò il campanello o successe qualcosa e non la completai. Mi profusi in scuse ma il danno era fatto. Incocciai nel mio amico qualche settimana dopo e ricevetti un saluto alticcio e stranamente arrabbiato. Wow! La gente riesce proprio a sorprenderti sempre, andiamo, è stato un errore! Questo non risolve. Le note di ringraziamento devono essere scritte e devono essere spedite, e devono raggiungere i loro destinatari. Ma ricordate: colui o colei che scrive presto, scrive due volte. E ricordate anche questo: la gente può essere davvero stronza.

Articolo originale (Financial Times). Douglas Coupland è uno scrittore e un artista di Vancouver. È conosciuto soprattutto per il romanzo Generazione X. Attualmente ha la fortuna di essere “artista residente” all’Istituto Culturale Google di Parigi.