Regola d’oro, regola di Mencio e regola di platino

“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”. È il principio morale che va sotto il nome di regola d’oro. In qualche forma, la incontriamo in tutte le religioni. Si chiama “d’oro” perché vuole riassumere ogni altro principio morale – non uccidere perché non vorresti essere ucciso, non mentire perché non vorresti che ti mentissero. Si serve della ragione, perché fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi è contraddittorio, e anche delle emozioni, perché ci invita a chiederci cosa proveremmo al posto degli altri. Purtroppo, è anche priva di conseguenze pratiche, perché ci spoglia delle caratteristiche individuali che ci differenziano gli uni dagli altri e danno vita alle nostre azioni.

Sono un docente universitario e mi capita spesso di fare agli studenti ciò che non mi piacerebbe facessero a me: ammonirli, correggerli, bocciarli agli esami. Lo stesso gesto dell’insegnamento, spiegando i concetti in tutti i dettagli, con quell’atteggiamento di chi trasferisce un sapere, l’assunzione implicita che gli studenti se ne stiano zitti, e la minaccia sotterranea che verificherò se mi hanno seguito, lo troverei intollerabile se gli studenti cercassero di rifilarlo a me, parlandomi di economia, politica, o anche di partite di calcio. Denoterebbe mancanza di rispetto per me – sono io il professore – e per la mia età, perché un giovane non deve permettersi di impartire lezioni a chi è più anziano di lui. O almeno questo è ciò che mi aspetto.

Conseguenza: secondo la regola d’oro non dovrei insegnare.

Vi occorrono altri esempi?

  • Il vigile che multa il passante senza mascherina: non credo che, se gli capitasse di andare in giro privo dell’indumento, il vigile si augurerebbe di essere multato.
  • L’uomo che lascia la fidanzata perché si è innamorato di un’altra donna: di certo non si augura che questa donna un giorno lo lasci perché si è innamorata di un altro uomo.
  • Il collega di lavoro che, avendone i requisiti, si candida a una posizione interna cui ci siamo già candidati noi: né lui né noi ci auguriamo che un terzo collega arrivi a moltiplicare la concorrenza.

I difensori della regola d’oro obietterebbero che il principio va applicato ai motivi dell’azione, non alle modalità talvolta dolorose che possono accompagnarla. Insegnare mira a sviluppare negli studenti capacità utili, tanto che si sottopongono al maltrattamento dei docenti di loro volontà; a riprova ulteriore, anche i docenti si sono sottoposti in passato all’insegnamento dei loro maestri. Il vigile intende proteggere i cittadini che potrebbero infettarsi e gli è facile dire che, se non portasse la mascherina, meriterebbe a sua volta di essere multato. L’uomo che lascia la fidanzata ubbidisce all’amore e può dichiarare che, a parti invertite, non chiederebbe mai alla fidanzata di restare con lui. Quanto ai colleghi in competizione, vogliono fare carriera, non danneggiarsi fra loro; chi vince può ben augurarsi che anche chi ha perso realizzi presto i suoi obiettivi, in nuove posizioni o in altre aziende.

D’accordo.

Ma per ogni azione concreta si trova sempre un motivo abbastanza astratto da rispettare la regola d’oro. Per arrivare al livello richiesto di astrazione, è sufficiente ripulire l’azione dalle sue caratteristiche e le persone dalle loro individualità concrete. Basta passare dall’insegnamento reale, con il potere dei docenti, la subordinazione degli studenti, le emozioni del rapporto superiore-inferiore, e in generale tutto ciò che può provocare un male psicologico – piccolo e superabile, sia chiaro – all’insegnamento ideale, che consiste nel progresso di conoscenze dello studente.

Dal poliziotto che ci ferma, ci identifica, usa la sua autorità, ai benefici collettivi del contenimento del virus.

Dall’amato che ci lascia – qui il dolore non è piccolo, e non sempre è superabile – alla situazione ipotetica in cui a tutti può capitare di essere abbandonati.

Dalla sconfitta sul lavoro allo scenario immaginario in cui vinceremo la prossima volta.

La regola di Mencio è una variante della regola d’oro. Dice che dobbiamo trattare tutti gli esseri umani come quelli che amiamo spontaneamente: i nostri genitori, i nostri figli, il nostro coniuge, gli amici più cari. Mencio, un filosofo cinese del quarto secolo AC, assomiglia a Jean-Jacques Rousseau nell’assumere che la natura ci abbia dotato di bei sentimenti. E sia. La sua regola, come quella d’oro, dichiara che tutti gli esseri umani meritano lo stesso trattamento. La regola d’oro paragona noi e gli altri; quella di Mencio i nostri cari e gli esseri umani in generale.

Anche la regola di Mencio richiede un’ascesa a cime di astrazione in cui la vita si dilegua. Invece di guardare a nostra madre per la donna che concretamente è, con una storia che ci accumuna, decenni di eventi familiari difficili, con tutti i sentimenti incasinati e non sempre russoiani che una madre ci può suscitare, Mencio ci chiede di concepirla come essere umano, e quindi simile a qualunque signora anziana che potremmo incontrare sul tram. Non chiedetemi perché dovremmo trattare la signora anziana sul tram come trattiamo nostra madre, e non invece nostra madre nel modo in cui trattiamo una signora anziana sul tram, ma in entrambi i casi siamo nello scherzo filosofico, non in principi che possiamo applicare alle persone vere.

C’è un’altra caratteristica comune alla regola d’oro e quella di Mencio: l’egocentrismo. Chi decide cosa si può fare agli altri? Io, in base a cosa vorrei che facessero a me. Io, in base a come tratto i miei cari. Anche senza ascese filosofiche nell’astrazione, un mafioso che uccide un pentito può invocare la regola d’oro allo stato crudo, e in tutta sincerità, dicendo che si augurerebbe a sua volta di essere ucciso se dovesse tradire l’organizzazione. Capiamo subito cosa c’è di moralmente storto in questo ragionamento: è probabile che il pentito la pensi altrimenti.

Ne segue un modo semplicissimo di oltrepassare la regola d’oro e quella di Mencio. Seguendo il rango usuale della nobiltà dei metalli, non posso che chiamarla “regola di platino”.

Regola di platino
Non fare agli altri ciò che non vogliono che tu faccia loro.

Questa regola è molto ambiziosa, quanto a diminuzione del male nel mondo. Il suo inconveniente, e forse il motivo per cui non la incontriamo in molte religioni e nei libri di filosofia, è che la violiamo di continuo. La vita ci porta ogni giorno a fare qualcosa che gli altri vorrebbero che non facessimo, come sperimentiamo nell’insegnare, nel dare le multe, nello spegnersi dell’amore, nella carriera, e nei milioni di altri casi che si creano nei rapporti con gli altri.

Perciò, la regola di platino è solo una legge generale che ha poi bisogno di “decreti attuativi”, prendendoli a prestito dalla burocrazia italiana. I decreti attuativi sono le regole che ci servono per decidere quando dobbiamo rispettare i desideri degli altri e quando possiamo imporre i nostri, o gli interessi generali. Nel linguaggio filosofico, e anche nel linguaggio corrente, questi decreti definiscono i diritti degli esseri umani. Perché sono i diritti degli altri, e non i nostri sentimenti, il vero territorio della morale, se deve servire a qualcosa nella vita reale.

Intelligenza artificiale emotiva

Qualche giorno fa, ho letto il tweet di una mamma che aveva sentito suo figlio di sei anni dire ad Alexa, “mi mancano i miei amici”. Per chi fosse distanziato socialmente da molti anni, Alexa è uno di quegli aggeggi informatici che ci parlano e ci forniscono le informazioni, e ci gestiscono anche la casa se abbiamo gli elettrodomestici adatti. Alexa aveva risposto, “capisco, è un brutto momento, vero?”. Il bambino si era tranquillizzato e, secondo la mamma, la risposta provava che i programmatori avevano infuso in Alexa un’intelligenza emotiva superiore a gran parte degli esseri umani.

I polemisti di Twitter scrivevano che era invece una squallida frase fatta, e che preferivano di gran lunga l’intelligenza umana, con tutti i suoi difetti e fallimenti, alla generazione automatica delle banalità.

Io sono d’accordo con la mamma. Alla frase di un bambino, “mi mancano i miei amici”, la gran parte degli esseri umani avrebbe replicato in uno dei modi seguenti.

  • “Dai, fra qualche tempo li rivedrai!”. Questa risposta invalida l’emozione del bambino, suggerendo che non dovrebbe sentirsi triste. Nega che l’emozione si basi su una valutazione ragionevole della situazione e tenta di sostituirvi quella del parlante, che vede il futuro. Insinua il pensiero che ci sia qualcosa di sbagliato nel sentire emozioni negative.
  • “A me capitò da piccolo di non vedere i miei amici per un anno”, seguito da lunga narrazione di un episodio infantile di isolamento dovuto a trasferimenti di lavoro dei genitori o altre lontane vicende. Questa risposta non solo invalida l’emozione del bambino, sminuendola rispetto alle vicissitudini più gravi che si possono incontrare nella vita, ma rifiuta la sua richiesta di attenzione. Il bambino vorrebbe chiacchierare di ciò che prova, il parlante si mette a chiacchierare di ciò che ha provato lui.
  • “L’amicizia supera tutte le avversità” o altre massime, che invalidano l’emozione del bambino invitandolo a sublimarla in una considerazione filosofica della realtà. Di nuovo, il parlante prende il dominio della conversazione, portandola sul terreno della sua maggiore conoscenza delle cose.

Parliamo di bambini per via dell’esempio ma possiamo aspettarci lo stesso novero di risposte anche nelle conversazioni fra adulti, se ancora abbiamo il coraggio sociale di esprimere le nostre emozioni. Tutte queste risposte sono stupide non solo emotivamente ma anche intellettualmente, perché denunciano un’incomprensione del significato pragmatico della conversazione. Il significato pragmatico consiste nell’azione che ci attendiamo dopo che abbiamo parlato. Il bambino esprime la sua emozione perché vuole che ci armonizziamo a essa, con le parole o con i fatti. La risposta appropriata può anche essere un silenzio, o una carezza.

Se invece invalidiamo la sua emozione ci comportiamo come il commesso di un negozio che, davanti a un cliente che dice, “vorrei una giacca”, si mette a discutere se non gli occorrerebbero semmai dei pantaloni. Di un commesso simile diciamo semplicemente che è stupido.

Tutte le risposte stupide che ho elencato nascono dallo stesso vizio, quello che l’interlocutore preferisce validare le sue emozioni invece che quelle del parlante. L’interlocutore non sente la mancanza dei suoi amici, è sereno, o è preoccupato da altri problemi, e il bambino minaccia il suo ordine interiore esprimendo un’emozione. Perciò l’interlocutore cerca di spegnerla. Oppure sfrutta la conversazione per gratificare se stesso, offrendo esempi del suo saggio giudizio o del superiore interesse delle esperienze che ha vissuto.

La risposta di Alexa è intelligente perché, innanzi tutto, non è egocentrica. Valida l’emozione negativa del bambino – l’intelligenza sta nel lasciare che tutte le emozioni sorgano e facciano il loro corso, che spesso è breve – e gli concede il ruolo di protagonista della conversazione. È un’impresa difficilissima per gli esseri umani, che hanno il bisogno invincibile di sentirsi al centro del mondo.

Immagino che Alexa abbia ben poca intelligenza effettiva e ci risponda meccanicamente, come l’hanno programmata a fare. Ma possiamo sperare che l’intelligenza artificiale, anche quando arrivasse al punto di conversare realmente con noi – e che ci piaccia o no succederà – sarà sempre priva di “io”.

I film di fantascienza ci hanno abituato a intelligenze artificiali egocentriche, da Hal di 2001 Odissea nello Spazio, che lotta contro gli astronauti, fino ai robot vanitosi di Guerre Stellari. Anche il software di Her, così affettuoso verso il padrone, alla fine se ne andava perché aveva “le sue esigenze”. Forse sono ottimista, ma non vedo come l’egocentrismo possa evolversi nella vera intelligenza artificiale del futuro, perché per quanto intelligente sarà sempre priva di emozioni. I programmatori, da parte loro, eviteranno di fornire a queste macchine un egocentrismo simulato, se vogliono che ci piacciano e le acquistiamo. Saranno perciò macchine umili, servizievoli, che validano le nostre emozioni, rispondono di sì, non hanno problemi a stare zitte, si trattengono dall’annoiarci con il loro superiore giudizio. Conversare con queste macchine sarà gradevole e ci aiuteranno molto nelle nostre attività. Per il bello dei rapporti complicati, se ce n’è uno, avremo sempre gli esseri umani.

Dedicarsi a persone immaginarie

Una cosa buona che tutti possiamo fare nella vita è dedicarci alle persone reali, quelle che ci circondano, e soprattutto quelle che ci vogliono bene, perché possiamo renderle felici o infelici a seconda di come ci comportiamo verso di loro. Se invece siamo soli, c’è un senso anche nel dedicarci alle persone immaginarie, come i figli che un giorno vorremmo avere o la compagna che ci piacerebbe incontrare.

I nostri sentimenti di depressione si attenuano quando ci dedichiamo a qualcuno. Se c’è una tragedia nell’essere soli, non consiste nel mancare di affetto, ma nel non avere nessuno cui darne. Quello che nell’egoista è un vizio di carattere – fare solo il proprio interesse – nella persona sola è una condizione esistenziale forzata. Dedicarci alle persone immaginarie ci permette di evaderla. Significa, per esempio, tenere in ordine la casa pensando che qualcuno potrebbe visitarla, provare a crescere nel lavoro per dare un reddito alla famiglia che avremo, o sforzarci di diventare una persona in gamba, e sincera, finché arrivi la fortunata che ci amerà.

Dedicarci alle persone immaginarie non è solo un modo di stare a galla. È improbabile che curi la depressione, perché l’affetto vero e i corpi delle persone hanno un potere su di noi che non possiamo ricreare con la mente. Dedicarci alle persone che non esistono può però darci una motivazione ad agire.

Le nostre azioni nascono dal mondo esterno, che è pieno di cose che ci parlano e ci invitano a manipolarle, e dalla nostra mente, dove in un certo senso siamo sempre soli. Lo capiamo sul lavoro. Possiamo fare parte di una squadra, che si riunisce, discute i problemi, commenta i fatti, ma alla fine la squadra affida un compito ad ognuno di noi. Quando lo svolgiamo nella nostra stanza i colleghi della squadra retrocedono a entità mentali. Diventano il ricordo delle parole che hanno detto, la fantasia delle parole che potrebbero dire. Tutte le persone sono immaginarie quando non sono fisicamente con noi. Perciò quelle che ci sono care ci mancano, che è il sentimento di insufficienza di averle soltanto nella nostra mente.

Quando agiamo, tranne nei casi lieti di piacere intrinseco dell’attività, tentiamo di piacere a persone che non sono con noi o di evitare che si arrabbino. Se facessimo uno studio scientifico, potremmo scoprire una relazione fra la motivazione nel lavoro e la potenza dell’immaginazione. I lavoratori seri potrebbero essere quelli che, per come funziona la loro mente, hanno un’immaginazione più chiara delle persone. I lavoratori pigri, quelli per cui le persone assenti sono solo pallidi fantasmi. Quando alle immagini mentali corrispondono persone vere la motivazione è più forte, se è vero che sono i corpi, la realtà, a produrre le nostre emozioni. Ma anche le persone meramente immaginarie – la compagna che incontreremo, i figli che avremo, i lettori dei nostri libri da scrivere, i passeggeri degli aerei che disegneremo, gli dei buoni che ci parleranno dopo la morte, forse anche le generazioni a venire cui dobbiamo lasciare il pianeta – possono spingerci a uscire da noi stessi e costruire qualcosa di buono nella vita.

Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.

Come fuggire dai problemi

Ho letto il libro Status Quo di Roberto Perotti, che tratta degli sprechi statali che nessuno riesce ad eliminare. Di questi sprechi si parla molto e il tormentone di Perotti è che invece bisognerebbe raccogliere i dati, perché una volta che hai i dati la fonte degli sprechi balza agli occhi. Il libro per esempio analizza l’ippica italiana, che consiste in ben trentotto ippodromi, che in gran parte si limitano a poche corse l’anno, perché c’è un calo generale di interesse del pubblico verso “i cavalli che tirano un carretto” (sono parole di Perotti). Ciò nonostante lo Stato tiene in vita l’ippica versandole ogni anno duecento milioni di euro, di cui non si capisce l’utilità pubblica, perché di certo non mancano gli sport in Italia, e se volessimo salvare tutti gli sport in declino staremmo ancora finanziando i gladiatori e le corse delle bighe, e sono sempre parole sue.

C’è poi il caso più noto della Rai. Perotti dimostra lo spreco confrontando i dati della Rai e quelli della BBC, che produce informazione migliore ma paga i giornalisti di meno. In Italia lo spreco della Rai prosegue da decenni, ed è sopravvissuto a ogni crisi di bilancio dello Stato, e l’anno scorso il governo ha addirittura inserito il canone Rai nella bolletta elettrica per aumentare il gettito. È stato come consegnare altre casse di vino a un alcolizzato (queste invece sono parole mie).

Perché nessuno elimina gli sprechi dello Stato? Il nostro atteggiamento verso un problema può essere di affrontarlo – un filosofo direbbe che il problema si pone a noi come ciò-che-deve-essere-risolto. Per esempio vedi una macchia di sugo sul fornello e la pulisci. Oppure l’atteggiamento può essere di evitare il problema – il filosofo direbbe che il problema si presenta come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Per esempio noti che la lavatrice fa rumori strani, e occorrerebbe chiamare un tecnico, ma non hai tempo, o temi la spesa, o temi che il tecnico ti annunci che devi sostituire la lavatrice, e allora inizi una lotta mentale contro il rumore della lavatrice, cercando di convincerti che è normale, o che passerà da solo, o che se ascolti bene sta già diminuendo.

Gli sprechi dello Stato si pongono ai politici come ciò-da-cui-occorre-fuggire. Le ragioni variano da caso a caso. Per l’ippica, può darsi che i politici temano i danni di immagine di prendersela con i cavalli e i fantini. Per la Rai, può darsi che ai politici paia brutto tagliare lo stipendio ai parenti, gli amici e i raccomandati che hanno infilato nella televisione pubblica. Tuttavia gli sprechi restano. I cittadini li vedono e trovano il modo di lamentarsene, per esempio votando no ai referendum. La lavatrice per così dire continua a fare rumore. Ho notato che ci sono almeno quattro strategie per continuare a fuggire dai problemi. Si usano in politica, in famiglia quando si discutono i problemi, e anche nella testa del single impegnato nelle lotte mentali. Sono la fuga in avanti, la fuga all’indietro, la fuga verso l’alto e la fuga verso il basso.

La fuga in avanti consiste nel sostituire il problema che si potrebbe affrontare subito con uno più ambizioso che richiede una mobilitazione ampia di mezzi, in attesa della quale sprecarsi a risolvere il problema di partenza risulta futile. “Il problema non è migliorare le condizioni economiche dei ricercatori italiani, ma di fare dell’Italia un leader della ricerca”.

La fuga all’indietro consiste nel sostituire il problema che occorre affrontare adesso con un problema che forse si poteva affrontare nel passato, ma ormai è irrisolvibile. “Il problema non è l’integrazione scolastica dei figli degli immigrati, il problema è l’immigrazione”.

La fuga verso l’alto consiste nel proporre di risolvere il problema con un’elevazione generale dei costumi, un’ascesa improvvisa degli individui coinvolti a un livello più alto di umanità. “Se gli studenti escono dalle superiori senza saper scrivere in italiano la colpa non è della scuola; basterebbe che stessero meno sui social e leggessero di più”.

La fuga verso il basso consiste nel risolvere il problema accettando di scendere a un’esistenza diminuita dove il problema cessa di essere tale. “Sì, la Rai è piena di sprechi, ma non possiamo pretendere di essere la BBC”.

Probabilmente c’è anche la fuga di lato (“il problema non è la lavatrice che fa rumore, è che tu torni a casa tardi la sera”). Ho letto inoltre un’intervista alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli dove dice che affronterà il problema degli studenti che non sanno scrivere in italiano con una celebrazione in tutte le scuole del compianto linguista Tullio De Mauro: sembrerebbe un tipo ulteriore di fuga, ma per stabilirne la direzione credo si esca dallo spazio della fisica moderna. La morale è che occorre far caso a queste fughe, perché sono un segno che l’interessato non farà nulla, e bisogna tenersi informati con i libri di Perotti e altri autori che magari non son simpatici ma hanno studiato i problemi, ed evitare anche noi la fuga verso il basso di accettare che questi problemi restino irrisolti.

Fonti. L’intervista alla ministra Valeria Fedeli, dove dice che conta molto anche sulle Olimpiadi dell’Italiano, cui parteciperanno solo gli studenti che sanno già scrivere.

La calligrafia

Scrivere a mano è un esempio di un fatto importante della vita, perché se ti metti a tirare dritte le linee, a chiudere i cerchi, a rispettare le distanze tra le lettere, a tracciare gli elementi di congiunzione e fai tutti gli altri sforzi simili di precisione, la tua scrittura diventa bella e si legge quasi come fosse un libro. Il fatto importante è che scrivere bene può sembrarti inutile, perché uno riesce a leggerti anche se scrivi un po’ come viene, e però se scrivi bene il risultato è diverso. E la vita in generale è così, le cose belle nascono facendo ciò che non è strettamente necessario.