Perché Via col vento merita di stare in un museo

La rete televisiva americana HBO ha annunciato qualche giorno fa di avere sospeso la programmazione di Via col vento, dopo le proteste anti-razziste provocate dall’assassinio di George Floyd. Via col vento – che raffigura padroni bianchi benevolenti e schiavi neri felici della loro condizione – è un “prodotto del suo tempo”, ha dichiarato la rete. HBO rimetterà il film in programmazione dopo avere preparato un’introduzione storica, per informare gli spettatori sulle condizioni reali degli schiavi americani prima della guerra di secessione.

Dopo questa decisione di HBO, in Italia è sorto un esercito di difensori di Via col vento, composto da giornalisti, utenti dei social network e politici. Sostengono – riporto le argomentazioni più frequenti che ho letto – che questa decisione è un’idiozia, una censura, il trionfo del politicamente corretto, che a questa stregua dovremmo smettere di leggere la Bibbia perché è piena di razzismo e maschilismo, che guardiamo Via col vento per la storia appassionante, i bei personaggi, i sentimenti romantici, non perché siamo razzisti, e infine che aggiungere un’introduzione storica al film significa trattarci come stupidi. Una nota politica italiana ha anche detto che Via col vento non è un film razzista perché Hattie McDaniel, che recitava il ruolo di Mami nel film, fu la prima attrice nera a vincere un premio Oscar.

La mia opinione: HBO ha ragione. Via col vento fa parte della cultura popolare, che non dovremmo confondere con i patrimoni eterni dell’umanità. La cultura popolare riflette le concezioni della società che la produce in una certa epoca. La cultura popolare si rinnova di continuo, man mano che queste concezioni cambiamo. A volte il rinnovamento è spontaneo: vecchi film e vecchi romanzi che sono immensamente popolari in una certa generazione sono dimenticati da quella successiva. Altre volte concezioni nuove e concezioni vecchie combattono fra loro ed occorre prendere una posizione. Via col vento fu girato ottant’anni fa. Abbiamo il diritto di discutere se riflette ancora i nostri valori o è invecchiato. Se la risposta è che Via col vento è invecchiato, è lecito rimuoverlo dalla programmazione televisiva corrente e collocarlo in un genere diverso di prodotti culturali.

Il problema di cosa fare con Via col vento è simile a quello di cosa fare delle statue degli schiavisti, razzisti e colonialisti che si ergono nelle piazze di tutto il mondo, compresi personaggi celebri che hanno qualche merito da vantare. A Minneapolis i manifestanti hanno abbattuto la statua di Cristoforo Colombo, a Londra hanno imbrattato quella di Winston Churchill. Gli attacchi alle statue per motivi culturali ci ricordano subito le statue del Buddha in Afghanistan, che i talebani distrussero con la dinamite. Ciò nonostante, se un personaggio storico ebbe convinzioni che si oppongono alle nostre, o compì azioni che disapproviamo, la sua statua non dovrebbe stare a troneggiare in una piazza. Non è il posto giusto. La piazza è uno spazio civico, vissuto tutti i giorni dalla comunità di oggi. Dobbiamo trasferire quella statua nei luoghi in cui si studia il passato – i musei, come ha proposto lo storico Simon Schama.

Un museo non è necessariamente un edificio. Possiamo “museizzare” un film mettendolo in una sezione storica della piattaforma di streaming o accompagnandolo da un’introduzione, come ha deciso HBO. L’introduzione non serve a educare gli spettatori, anche se temo che qualcuno potrebbe avere bisogno di sapere che gli schiavi americani non vivevano abitualmente nelle condizioni che Via col vento gli presenta. Serve come didascalia. È come la scritta a fianco della sedia in un museo di arte contemporanea, che vi informa che è un’installazione, non un arredo su cui potete sedervi. L’introduzione dirà agli spettatori che Via col vento è un’opera del passato, con valori che non abbiamo più, senza impedire loro di vedere il film. Non capisco a chi questa introduzione possa dare fastidio, tranne coloro che quei valori li hanno ancora.

La felicità che non viene dall’affermarci sugli altri

Alcuni dei beni cui aspiriamo richiedono che un altro ne manchi. Perché io sia potente, occorre che tu sia ubbidente. Affinché io vinca la partita di scacchi, occorre che tu la perda. Affinché io sia celebre, occorra che tu sia sconosciuto. Questi beni, che l’economista Fred Hirsch definì “posizionali”, attraggono istintivamente tutti noi. Chi gioca una partita di scacchi, o di qualunque altro gioco, sperando di perderla?

E, se anche rifuggissimo per carattere dal cercare troppo questi beni, viviamo in una società che ci invita di continuo ad affermarci sugli altri: a fare carriera, a mandare i nostri figli nelle università migliori, a fare le vacanze in posti esclusivi che ci distinguono dagli altri.

I beni posizionali ci rendono felici? O non sarebbe più semplice, e più umano, dedicarci ai beni non-posizionali – quelli privi di rivalità? Per esempio, la bontà e la saggezza non sono posizionali. Perché io sia buono, non occorre che tu sia cattivo. Perché io sia saggio non occorre che tu sia stolto. Questi beni sono come il sole: tu ed io possiamo goderne entrambi. Per facilità, e senza nessuna implicazione morale, li chiamerò qui beni “autentici”.

Il difetto principale dei beni posizionali è che la felicità che procurano non è mai definitiva. Alcune competizioni sono brevi, e quindi altrettanto breve è la soddisfazione della vittoria. Gioisco di averti battuto a scacchi, ma mi chiederai una rivincita che potrei subito perdere. Lo studente che si laurea trionfalmente con il massimo dei voti entra subito in un’azienda dove, in veste di neo-assunto, ricomincia dal livello più basso della considerazione sociale.

Se la competizione è lunga, saliamo per gradini. La gioia di salire di un gradino lascia presto spazio all’ansia di salire il successivo. Ci hanno aumentato lo stipendio di un livello e, il mattino dopo il festeggiamento, ci mettiamo a rimuginare su come raggiungere il livello successivo. Non solo: la crescita dei colleghi o – non voglia il cielo – il loro sorpasso su di noi può privarci in qualunque momento della posizione relativa che avevamo conquistato.

Nel Trecento, le famiglie nobili di San Gimignano iniziarono a sfidarsi su chi possedesse la torre più alta: il prestigio della famiglia che costruiva la torre maggiore durava il tempo che occorreva a un’altra famiglia per erigere quella che l’avrebbe superata.

Le fortune di San Gimignano, che si arricchì in questo modo di un’ottantina di inutili torri, finirono quando la Toscana fu colpita dalla peste nera. Le città che avevano usato le loro ricchezze in modo prudente, come Firenze, ressero alla pestilenza assai meglio di San Gimignano. In seguito la città abbatté gran parte delle torri, senza tornare mai ai fasti precedenti. Il destino di San Gimignano ricorda quello dei megaloceri, che investirono le loro risorse biologiche sull’accrescere la taglia delle corna, ritrovandosi inermi quando gli umani dilagarono nelle pianure al termine del Pleistocene.

E anche se crediamo di conservare per sempre la posizione che abbiamo raggiunto, siamo condannati a soffrire quella che Francesco Bacone chiamava “l’invidia del re” – il malanimo che ci sorge alla vista degli inferiori che, pur restando tali, prosperano e riducono le distanze.

I beni autentici sono più stabili. Nessuno può privarci della nostra bontà, o saggezza, e neanche della nostra bellezza, cultura, o della stessa ricchezza materiale, se le viviamo come patrimoni della nostra esistenza, e non come gusto di essere più belli, più colti o più ricchi degli altri.

Non che manchino i modi di guastare i beni autentici. Il fatto che un bene sia autentico non implica che tutti lo possiedano. L’intelligenza non è posizionale – non occorre che tu sia stupido, affinché io sia intelligente – ma riteniamo a torto o a ragione che il quoziente intellettivo vari molto nella popolazione. Quindi le persone intelligenti possono trasformare la loro qualità individuale in un bene posizionale collettivo, formando un club che coltiva il gusto di sentirsi superiori agli altri. Conoscerete il Mensa.

Oppure, possiamo vivere i beni autentici come fossero posizionali. Accennavo alla bellezza, alla cultura, alla ricchezza e ad altri beni che sono ambigui, anche nel linguaggio corrente, fra l’interpretazione posizionale e quella non posizionale. Un ricco può dirci che non vuole essere chiamato così, perché l’aggettivo è da riservare a chi è più ricco di lui. Tutto bene finché è un caso di falsa modestia. Ma ci sono ricchi che trovano il modo di invidiare i ricchi di grado più alto, invece di godersi la loro assoluta fortuna materiale.

Anche beni autentici che non sembrano ambigui, come la bontà e la saggezza, prendono a volte una deriva verso la posizionalità. Chi è buono può provare dispiacere davanti alle opere di bontà degli altri, o chi è saggio a incontrare persone che non hanno bisogno di essere ammaestrate da lui. Davanti a questi dispiaceri, che sono varianti dell’invidia, dobbiamo comunque chiederci se l’interessato sia veramente buono, o saggio.

Un altro problema: possiamo finire con l’usare i beni autentici per acquisire beni posizionali. La bellezza, a mio parere, è un bene autentico che non è mai diminuito dai confronti. Un Bradley Cooper non deve preoccuparsi dal fatto che anche Brad Pitt sia piuttosto bello. Se Bradley Cooper lo facesse sarebbe sciocco – una deriva inutile verso la posizionalità. Ma la bellezza, anche se vissuta da chi la possiede come bene autentico, è un mezzo potentissimo per suscitare interessi romantici, diventare popolare fra gli amici, crearsi ammiratori su Instagram, tutti beni in cui ci sono gare e gerarchie.

La bellezza, ripeto, penso che sia autentica; ma l’apprezzamento degli altri è senza dubbio posizionale.

In conclusione, per essere felici ci serve intanto la fortuna di possedere dei beni autentici, perché spesso non provengono né dai nostri sforzi né dalle nostre capacità. Quando li abbiamo, è necessario che sappiamo goderceli in quanto tali, nel loro valore assoluto. Per farlo, ci serve la capacità di non invidiare gli altri per i beni, autentici o posizionali, che a loro volta inevitabilmente esibiranno. “Video, sed non invideo” (vedo ma non invidio), diceva Sant’Agostino. L’invidia è inoltre un male in sé, perché ci fa soffrire e ci allontana proprio dalle persone che – essendo buone, intelligenti, belle, ricche e così via – ci farebbe bene frequentare, per ragioni spirituali e anche pratiche.

Megalocero (Megaloceros giganteus)

Il megalocero apparve circa 400.000 anni fa. Era il cervo più grande che si fosse mai aggirato nei prati dell’Europa, dell’Asia Centrale e del Nord Africa. Il suo nome significa “grande cervo”. Gli scienziati lo chiamano anche Megaloceros giganteus, con una sovrabbondanza di accrescitivi che la bestia senza dubbio meritava. Era alta più di due metri, al garrese. E, ogni primavera, il maschio sviluppava corna poderose e barocche, che arrivavano ai tre metri e mezzo di larghezza. In inverno cadevano. Che fosse per la dieta, per il carattere, o per l’impaccio che le corna gli procuravano, il megalocero rinunciava ad addentrarsi nelle foreste, a differenza dei cervi più piccoli. Passò le centinaia di migliaia di anni che visse sul pianeta a pascolare nelle pianure e a rosicchiare piante nella bassa boscaglia. Circa 8.000 anni fa, si estinse.

Questo animale ci lasciò molte tracce di sé. I teschi cornuti del megalocero adornano da secoli le sale dei castelli della Gran Bretagna. I musei di storia naturale di tutto il mondo ne esibiscono gli scheletri completi. Gran parte di questi resti vengono dall’Irlanda, dove i sedimenti lacustri e gli strati di torba conservarono magnificamente le ossa del nostro animale. Perciò il megalocero è detto anche “alce irlandese”: un doppio malinteso, visto che non era né un alce né specificamente irlandese. In Francia appare su diverse pitture rupestri. La Siberia dispone dei fossili più recenti.

Nel Seicento, a causa dell’assenza evidente di megaloceri viventi, gli scienziati iniziarono a sospettare che i fossili appartenessero a una specie estinta. Resistettero a lungo prima di accettare questa conclusione, che contravveniva all’idea che Dio avesse creato ogni specie per un buon motivo e le conservasse tutte con la sua provvidenza. Thomas Molyneaux, che fu il primo a pubblicare uno studio scientifico del megalocero, sostenne che i fossili europei appartenessero alla stessa specie dell’alce americano, osservato dagli esploratori del nuovo continente. Da cui il malinteso sull’alce irlandese.

Quando gli scienziati conobbero meglio l’alce americano, e dovettero constatare che non era parente del megalocero, avanzarono l’ipotesi che quest’ultimo fosse stato sterminato dagli esseri umani. Gli antichi romani furono accusati di aver ucciso il megalocero negli spettacoli circensi; le tribù celtiche di avergli dato una caccia dissennata nelle pianure irlandesi. Entrambe le teorie caddero quando gli scienziati si resero conto che il megalocero si era estinto qualche millennio prima che Romolo fondasse Roma o che le tribù celtiche sbarcassero in Irlanda.

Con Darwin, gli scienziati accettarono l’idea che le specie potessero estinguersi anche per ragioni naturali. L’attenzione si posò sulle poderose corna del megalocero. Pesavano oltre quaranta chili. Sembrava troppo grandi rispetto al corpo dell’animale, sia pure maestoso. Il ciclo annuale delle corna richiedeva ai maschi un intenso e ripetuto sforzo metabolico, che poteva indebolire il resto delle ossa. Ed era dubbio che corna così scenografiche fossero un gran vantaggio nel combattimento.

Fu proprio Darwin a ipotizzare che le corna dei cervi in generale servissero a impressionare le femmine invece che a lottare con i predatori. Le osservazioni etologiche moderne confermano questa ipotesi. Per esempio, i cervi colpiscono i lupi con le zampe, non con le corna. L’unica circostanza in cui i cervi si servono delle corna è il combattimento con i propri simili. Questi combattimenti, molto rituali e quasi sempre incruenti, servono a stabilire l’ordine di dominanza nel gruppo, in particolare ai fini dell’accoppiamento. Anche in assenza di combattimenti preliminari, le femmine si dimostrano più accondiscendenti con i cervi più dotati di corna. In questo modo, i geni che producono corna più grandi sono trasmessi alle generazioni successive. Il successo evolutivo di questi geni è comunque limitato dalle controindicazioni meccaniche, metaboliche e ambientali che corna troppo grandi possono provocare.

È probabile che il megalocero dovesse le sue corna così pronunciate all’ambiente favorevole in cui viveva. Questo ambiente cambiò alla fine dell’era glaciale, circa 10.000 fa, quando il clima più mite modificò la vegetazione. Sappiamo che presto il megalocero si ritirò dall’Irlanda. Divenne più comune in Europa Centrale e in Asia. In queste zone si trovò in contatto frequente con la specie umana, che stava beneficiando del nuovo clima. Celti e romani non erano ancora sorti, ma la nostra specie era già capace di attaccare i grandi animali nelle pianure. Il megalocero sopravvisse solo un altro paio di millenni. Al contrario, i cervi piccoli continuarono a prosperare, perché occupavano ambienti più impervi che li avvantaggiavano sugli esseri umani.

La cultura moderna cita spesso il megalocero come esempio della competizione dannosa in cui una specie può cadere pur di acquisire beni posizionali. I beni posizionali sono quelli che procurano a chi li possiede un rango sociale, come la bellezza, il prestigio o gli oggetti desiderabili. Questi beni permettono al possessore di accaparrarsi i partner di migliore qualità, almeno secondo il metro sociale. Inoltre, i beni posizionali assicurano felici prospettive alla prole delle coppie che così si formano. Purtroppo, per loro natura, questi beni generano sempre uno spreco di risorse. La competizione fra gli individui per i beni posizionali può mutare l’ordine di dominanza, ma in nessun caso migliora il benessere collettivo, perché la minore felicità di chi è sceso compensa la maggiore felicità di chi è salito.

Pertanto, la corsa ai beni posizionali porta la specie a usare male le risorse del suo ambiente e ad esaurirle precocemente. Inoltre, riduce l’abilità della specie ad adattarsi alle trasformazioni inaspettate dell’ambiente, come il cambiamento del clima o l’emergere di nuovi predatori e malattie.

Indicazioni bibliografiche

Regola d’oro, regola di Mencio e regola di platino

“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”. È il principio morale che va sotto il nome di regola d’oro. In qualche forma, la incontriamo in tutte le religioni. Si chiama “d’oro” perché vuole riassumere ogni altro principio morale – non uccidere perché non vorresti essere ucciso, non mentire perché non vorresti che ti mentissero. Si serve della ragione, perché fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi è contraddittorio, e anche delle emozioni, perché ci invita a chiederci cosa proveremmo al posto degli altri. Purtroppo, è anche priva di conseguenze pratiche, perché ci spoglia delle caratteristiche individuali che ci differenziano gli uni dagli altri e danno vita alle nostre azioni.

Sono un docente universitario e mi capita spesso di fare agli studenti ciò che non mi piacerebbe facessero a me: ammonirli, correggerli, bocciarli agli esami. Lo stesso gesto dell’insegnamento, spiegando i concetti in tutti i dettagli, con quell’atteggiamento di chi trasferisce un sapere, l’assunzione implicita che gli studenti se ne stiano zitti, e la minaccia sotterranea che verificherò se mi hanno seguito, lo troverei intollerabile se gli studenti cercassero di rifilarlo a me, parlandomi di economia, politica, o anche di partite di calcio. Denoterebbe mancanza di rispetto per me – sono io il professore – e per la mia età, perché un giovane non deve permettersi di impartire lezioni a chi è più anziano di lui. O almeno questo è ciò che mi aspetto.

Conseguenza: secondo la regola d’oro non dovrei insegnare.

Vi occorrono altri esempi?

  • Il vigile che multa il passante senza mascherina: non credo che, se gli capitasse di andare in giro privo dell’indumento, il vigile si augurerebbe di essere multato.
  • L’uomo che lascia la fidanzata perché si è innamorato di un’altra donna: di certo non si augura che questa donna un giorno lo lasci perché si è innamorata di un altro uomo.
  • Il collega di lavoro che, avendone i requisiti, si candida a una posizione interna cui ci siamo già candidati noi: né lui né noi ci auguriamo che un terzo collega arrivi a moltiplicare la concorrenza.

I difensori della regola d’oro obietterebbero che il principio va applicato ai motivi dell’azione, non alle modalità talvolta dolorose che possono accompagnarla. Insegnare mira a sviluppare negli studenti capacità utili, tanto che si sottopongono al maltrattamento dei docenti di loro volontà; a riprova ulteriore, anche i docenti si sono sottoposti in passato all’insegnamento dei loro maestri. Il vigile intende proteggere i cittadini che potrebbero infettarsi e gli è facile dire che, se non portasse la mascherina, meriterebbe a sua volta di essere multato. L’uomo che lascia la fidanzata ubbidisce all’amore e può dichiarare che, a parti invertite, non chiederebbe mai alla fidanzata di restare con lui. Quanto ai colleghi in competizione, vogliono fare carriera, non danneggiarsi fra loro; chi vince può ben augurarsi che anche chi ha perso realizzi presto i suoi obiettivi, in nuove posizioni o in altre aziende.

D’accordo.

Ma per ogni azione concreta si trova sempre un motivo abbastanza astratto da rispettare la regola d’oro. Per arrivare al livello richiesto di astrazione, è sufficiente ripulire l’azione dalle sue caratteristiche e le persone dalle loro individualità concrete. Basta passare dall’insegnamento reale, con il potere dei docenti, la subordinazione degli studenti, le emozioni del rapporto superiore-inferiore, e in generale tutto ciò che può provocare un male psicologico – piccolo e superabile, sia chiaro – all’insegnamento ideale, che consiste nel progresso di conoscenze dello studente.

Dal poliziotto che ci ferma, ci identifica, usa la sua autorità, ai benefici collettivi del contenimento del virus.

Dall’amato che ci lascia – qui il dolore non è piccolo, e non sempre è superabile – alla situazione ipotetica in cui a tutti può capitare di essere abbandonati.

Dalla sconfitta sul lavoro allo scenario immaginario in cui vinceremo la prossima volta.

La regola di Mencio è una variante della regola d’oro. Dice che dobbiamo trattare tutti gli esseri umani come quelli che amiamo spontaneamente: i nostri genitori, i nostri figli, il nostro coniuge, gli amici più cari. Mencio, un filosofo cinese del quarto secolo AC, assomiglia a Jean-Jacques Rousseau nell’assumere che la natura ci abbia dotato di bei sentimenti. E sia. La sua regola, come quella d’oro, dichiara che tutti gli esseri umani meritano lo stesso trattamento. La regola d’oro paragona noi e gli altri; quella di Mencio i nostri cari e gli esseri umani in generale.

Anche la regola di Mencio richiede un’ascesa a cime di astrazione in cui la vita si dilegua. Invece di guardare a nostra madre per la donna che concretamente è, con una storia che ci accumuna, decenni di eventi familiari difficili, con tutti i sentimenti incasinati e non sempre russoiani che una madre ci può suscitare, Mencio ci chiede di concepirla come essere umano, e quindi simile a qualunque signora anziana che potremmo incontrare sul tram. Non chiedetemi perché dovremmo trattare la signora anziana sul tram come trattiamo nostra madre, e non invece nostra madre nel modo in cui trattiamo una signora anziana sul tram, ma in entrambi i casi siamo nello scherzo filosofico, non in principi che possiamo applicare alle persone vere.

C’è un’altra caratteristica comune alla regola d’oro e quella di Mencio: l’egocentrismo. Chi decide cosa si può fare agli altri? Io, in base a cosa vorrei che facessero a me. Io, in base a come tratto i miei cari. Anche senza ascese filosofiche nell’astrazione, un mafioso che uccide un pentito può invocare la regola d’oro allo stato crudo, e in tutta sincerità, dicendo che si augurerebbe a sua volta di essere ucciso se dovesse tradire l’organizzazione. Capiamo subito cosa c’è di moralmente storto in questo ragionamento: è probabile che il pentito la pensi altrimenti.

Ne segue un modo semplicissimo di oltrepassare la regola d’oro e quella di Mencio. Seguendo il rango usuale della nobiltà dei metalli, non posso che chiamarla “regola di platino”.

Regola di platino
Non fare agli altri ciò che non vogliono che tu faccia loro.

Questa regola è molto ambiziosa, quanto a diminuzione del male nel mondo. Il suo inconveniente, e forse il motivo per cui non la incontriamo in molte religioni e nei libri di filosofia, è che la violiamo di continuo. La vita ci porta ogni giorno a fare qualcosa che gli altri vorrebbero che non facessimo, come sperimentiamo nell’insegnare, nel dare le multe, nello spegnersi dell’amore, nella carriera, e nei milioni di altri casi che si creano nei rapporti con gli altri.

Perciò, la regola di platino è solo una legge generale che ha poi bisogno di “decreti attuativi”, prendendoli a prestito dalla burocrazia italiana. I decreti attuativi sono le regole che ci servono per decidere quando dobbiamo rispettare i desideri degli altri e quando possiamo imporre i nostri, o gli interessi generali. Nel linguaggio filosofico, e anche nel linguaggio corrente, questi decreti definiscono i diritti degli esseri umani. Perché sono i diritti degli altri, e non i nostri sentimenti, il vero territorio della morale, se deve servire a qualcosa nella vita reale.

Intelligenza artificiale emotiva

Qualche giorno fa, ho letto il tweet di una mamma che aveva sentito suo figlio di sei anni dire ad Alexa, “mi mancano i miei amici”. Per chi fosse distanziato socialmente da molti anni, Alexa è uno di quegli aggeggi informatici che ci parlano e ci forniscono le informazioni, e ci gestiscono anche la casa se abbiamo gli elettrodomestici adatti. Alexa aveva risposto, “capisco, è un brutto momento, vero?”. Il bambino si era tranquillizzato e, secondo la mamma, la risposta provava che i programmatori avevano infuso in Alexa un’intelligenza emotiva superiore a gran parte degli esseri umani.

I polemisti di Twitter scrivevano che era invece una squallida frase fatta, e che preferivano di gran lunga l’intelligenza umana, con tutti i suoi difetti e fallimenti, alla generazione automatica delle banalità.

Io sono d’accordo con la mamma. Alla frase di un bambino, “mi mancano i miei amici”, la gran parte degli esseri umani avrebbe replicato in uno dei modi seguenti.

  • “Dai, fra qualche tempo li rivedrai!”. Questa risposta invalida l’emozione del bambino, suggerendo che non dovrebbe sentirsi triste. Nega che l’emozione si basi su una valutazione ragionevole della situazione e tenta di sostituirvi quella del parlante, che vede il futuro. Insinua il pensiero che ci sia qualcosa di sbagliato nel sentire emozioni negative.
  • “A me capitò da piccolo di non vedere i miei amici per un anno”, seguito da lunga narrazione di un episodio infantile di isolamento dovuto a trasferimenti di lavoro dei genitori o altre lontane vicende. Questa risposta non solo invalida l’emozione del bambino, sminuendola rispetto alle vicissitudini più gravi che si possono incontrare nella vita, ma rifiuta la sua richiesta di attenzione. Il bambino vorrebbe chiacchierare di ciò che prova, il parlante si mette a chiacchierare di ciò che ha provato lui.
  • “L’amicizia supera tutte le avversità” o altre massime, che invalidano l’emozione del bambino invitandolo a sublimarla in una considerazione filosofica della realtà. Di nuovo, il parlante prende il dominio della conversazione, portandola sul terreno della sua maggiore conoscenza delle cose.

Parliamo di bambini per via dell’esempio ma possiamo aspettarci lo stesso novero di risposte anche nelle conversazioni fra adulti, se ancora abbiamo il coraggio sociale di esprimere le nostre emozioni. Tutte queste risposte sono stupide non solo emotivamente ma anche intellettualmente, perché denunciano un’incomprensione del significato pragmatico della conversazione. Il significato pragmatico consiste nell’azione che ci attendiamo dopo che abbiamo parlato. Il bambino esprime la sua emozione perché vuole che ci armonizziamo a essa, con le parole o con i fatti. La risposta appropriata può anche essere un silenzio, o una carezza.

Se invece invalidiamo la sua emozione ci comportiamo come il commesso di un negozio che, davanti a un cliente che dice, “vorrei una giacca”, si mette a discutere se non gli occorrerebbero semmai dei pantaloni. Di un commesso simile diciamo semplicemente che è stupido.

Tutte le risposte stupide che ho elencato nascono dallo stesso vizio, quello che l’interlocutore preferisce validare le sue emozioni invece che quelle del parlante. L’interlocutore non sente la mancanza dei suoi amici, è sereno, o è preoccupato da altri problemi, e il bambino minaccia il suo ordine interiore esprimendo un’emozione. Perciò l’interlocutore cerca di spegnerla. Oppure sfrutta la conversazione per gratificare se stesso, offrendo esempi del suo saggio giudizio o del superiore interesse delle esperienze che ha vissuto.

La risposta di Alexa è intelligente perché, innanzi tutto, non è egocentrica. Valida l’emozione negativa del bambino – l’intelligenza sta nel lasciare che tutte le emozioni sorgano e facciano il loro corso, che spesso è breve – e gli concede il ruolo di protagonista della conversazione. È un’impresa difficilissima per gli esseri umani, che hanno il bisogno invincibile di sentirsi al centro del mondo.

Immagino che Alexa abbia ben poca intelligenza effettiva e ci risponda meccanicamente, come l’hanno programmata a fare. Ma possiamo sperare che l’intelligenza artificiale, anche quando arrivasse al punto di conversare realmente con noi – e che ci piaccia o no succederà – sarà sempre priva di “io”.

I film di fantascienza ci hanno abituato a intelligenze artificiali egocentriche, da Hal di 2001 Odissea nello Spazio, che lotta contro gli astronauti, fino ai robot vanitosi di Guerre Stellari. Anche il software di Her, così affettuoso verso il padrone, alla fine se ne andava perché aveva “le sue esigenze”. Forse sono ottimista, ma non vedo come l’egocentrismo possa evolversi nella vera intelligenza artificiale del futuro, perché per quanto intelligente sarà sempre priva di emozioni. I programmatori, da parte loro, eviteranno di fornire a queste macchine un egocentrismo simulato, se vogliono che ci piacciano e le acquistiamo. Saranno perciò macchine umili, servizievoli, che validano le nostre emozioni, rispondono di sì, non hanno problemi a stare zitte, si trattengono dall’annoiarci con il loro superiore giudizio. Conversare con queste macchine sarà gradevole e ci aiuteranno molto nelle nostre attività. Per il bello dei rapporti complicati, se ce n’è uno, avremo sempre gli esseri umani.

Dedicarsi a persone immaginarie

Una cosa buona che tutti possiamo fare nella vita è dedicarci alle persone reali, quelle che ci circondano, e soprattutto quelle che ci vogliono bene, perché possiamo renderle felici o infelici a seconda di come ci comportiamo verso di loro. Se invece siamo soli, c’è un senso anche nel dedicarci alle persone immaginarie, come i figli che un giorno vorremmo avere o la compagna che ci piacerebbe incontrare.

I nostri sentimenti di depressione si attenuano quando ci dedichiamo a qualcuno. Se c’è una tragedia nell’essere soli, non consiste nel mancare di affetto, ma nel non avere nessuno cui darne. Quello che nell’egoista è un vizio di carattere – fare solo il proprio interesse – nella persona sola è una condizione esistenziale forzata. Dedicarci alle persone immaginarie ci permette di evaderla. Significa, per esempio, tenere in ordine la casa pensando che qualcuno potrebbe visitarla, provare a crescere nel lavoro per dare un reddito alla famiglia che avremo, o sforzarci di diventare una persona in gamba, e sincera, finché arrivi la fortunata che ci amerà.

Dedicarci alle persone immaginarie non è solo un modo di stare a galla. È improbabile che curi la depressione, perché l’affetto vero e i corpi delle persone hanno un potere su di noi che non possiamo ricreare con la mente. Dedicarci alle persone che non esistono può però darci una motivazione ad agire.

Le nostre azioni nascono dal mondo esterno, che è pieno di cose che ci parlano e ci invitano a manipolarle, e dalla nostra mente, dove in un certo senso siamo sempre soli. Lo capiamo sul lavoro. Possiamo fare parte di una squadra, che si riunisce, discute i problemi, commenta i fatti, ma alla fine la squadra affida un compito ad ognuno di noi. Quando lo svolgiamo nella nostra stanza i colleghi della squadra retrocedono a entità mentali. Diventano il ricordo delle parole che hanno detto, la fantasia delle parole che potrebbero dire. Tutte le persone sono immaginarie quando non sono fisicamente con noi. Perciò quelle che ci sono care ci mancano, che è il sentimento di insufficienza di averle soltanto nella nostra mente.

Quando agiamo, tranne nei casi lieti di piacere intrinseco dell’attività, tentiamo di piacere a persone che non sono con noi o di evitare che si arrabbino. Se facessimo uno studio scientifico, potremmo scoprire una relazione fra la motivazione nel lavoro e la potenza dell’immaginazione. I lavoratori seri potrebbero essere quelli che, per come funziona la loro mente, hanno un’immaginazione più chiara delle persone. I lavoratori pigri, quelli per cui le persone assenti sono solo pallidi fantasmi. Quando alle immagini mentali corrispondono persone vere la motivazione è più forte, se è vero che sono i corpi, la realtà, a produrre le nostre emozioni. Ma anche le persone meramente immaginarie – la compagna che incontreremo, i figli che avremo, i lettori dei nostri libri da scrivere, i passeggeri degli aerei che disegneremo, gli dei buoni che ci parleranno dopo la morte, forse anche le generazioni a venire cui dobbiamo lasciare il pianeta – possono spingerci a uscire da noi stessi e costruire qualcosa di buono nella vita.

Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.