Aspasia e Pericle

Mi sono imbattuto in un passaggio delle Vite parallele, dove Plutarco narra che Pericle aveva completamente perso la testa per la bella Aspasia, e per spiegare ai lettori il punto cui il povero Pericle era arrivato, Plutarco scrive: “tutto preso da amore per Aspasia, Pericle andava a salutarla due volte al giorno, quando usciva di casa e quando rientrava”. E ho pensato che gli antichi greci avevano questo equilibrio meraviglioso in tutto ciò che facevano, nell’arte come nella vita quotidiana, ed è per questo che a distanza di millenni ci illuminano ancora, però avevano anche il grosso vantaggio di mancare di telefonini, perché altrimenti col cavolo che Pericle salutava Aspasia solo due volte al giorno.

Che cos’è la maternità?

Leggevo di recente un articolo sulla maternità, in cui l’autore criticava l’abitudine di dire che la maternità “è un lavoro”. Quest’abitudine, secondo lui, era animata dalle intenzioni migliori, perché ci sembra di fare un complimento alle mamme mettendole nella categoria dei lavoratori, che come sappiamo faticano e si rendono utili. Tanto è vero che spesso rafforziamo il complimento dicendo che “la mamma è il lavoro più difficile del mondo”, o “il lavoro più bello del mondo”. Ciò nonostante, diceva questo autore, l’abitudine era sbagliata, perché dimostrava che oggi siamo tanto ossessionati dal lavoro dal non riuscire più a concepire altri valori. La maternità magari non è lavoro ma ha lo stesso un significato, forse anche più del lavoro, e in generale sarebbe bello se fossimo un po’ politeisti, se adorassimo molti dei, e non soltanto il dio esigente del lavoro.

Fin qui quest’articolo mi piaceva molto. I guai iniziavano quando l’autore si metteva a cercare parole più adatte alla maternità, e scriveva che la maternità “è un servizio”, oppure “un privilegio”, o forse “un dovere”. Non so voi ma non mi sembravano definizioni esaltanti della maternità.

Allora mi sono chiesto se non ci fossero parole migliori, più giuste, che dicessero l’essenza della cosa, e mi è andato via anche un certo tempo a cercarle. Ho avuto il dubbio che, essendo uomo, fosse poco politicamente corretto verso le madri che spiegassi loro cos’è che facevano. Onestamente, non mi sarei certo fermato per questo motivo (sempre essendo uomo). Ma poi mi sono accorto che, a cercare queste parole, cadevo nell’astrattizzazione, come la chiamava Erich Fromm. L’astrattizzazione consiste nel cercare la natura di una cosa in caratteristiche che in realtà condivide con molte altre, e perciò non la identificano. Se diciamo che la maternità è un lavoro, non sappiamo più distinguere una madre da un vigile urbano, perché sono entrambi lavoratori. E se diciamo che è un servizio, non distinguiamo la madre dalla cameriera, perché entrambe servono, e sono infatti ben note le madri che si lamentano che la loro famiglia ha perso questa distinzione. Un privilegio? Mettiamo le madri insieme ai vescovi, visto che Dio ha dato alle une e agli altri una posizione cui non tutti possono accedere. E se la maternità è un dovere, entriamo nello stesso territorio del pagare le tasse.

Secondo Fromm l’astrattizzazione è una cattiveria che commettiamo contro noi stessi, quando ci mettiamo sotto le categorie generali, e diciamo “sono un dirigente”, “sono un italiano”, e così via, spogliandoci dei fatti concreti che ci accadono e che sono la nostra vita vera. Quindi, se vogliamo parlare di una cosa, con una certa fedeltà, dobbiamo cercare il concreto, invece che l’astratto, e dire le specificità della cosa, non le generalità. Per esempio la maternità non sarà un lavoro, o un servizio, o un privilegio, o un dovere, o una fortuna, o una scelta, o una missione, o una responsabilità, o un sacrificio, o una benedizione, che sono tutte le parole che mi erano venute in mente.

Si dirà invece, “la maternità è una donna che si occupa dei suoi figli”, e se per qualcuno occuparsi dei propri figli non vale abbastanza, non gli suona nobilitante, se sente la necessità di aggiungere qualcosa, allora non è colpa delle parole, perché qui le parole hanno fatto tutto ciò che dovevano, ma anche loro sono impotenti contro chi ha le pigne nella testa.

Fonti. L’articolo.

Il giudizio degli altri

Ho notato che le persone che temono il giudizio degli altri, anzi, che ne sono molto preoccupate, e si ritrovano con questo timore in pianta stabile nella loro personalità, e le puoi capire a fondo, queste persone, e penetrarle, e prevedere le loro mosse con il solo sapere che temono cosa gli altri potrebbero pensare di loro, ecco, queste persone invece temono poco gli individui con cui entrano in contatto. Non si curano dei loro sentimenti e in generale li prendono a pesci in faccia. Fra queste vittime ci sono gli amici che vogliono bene a queste persone, tutti i famigliari stretti di queste persone e i conoscenti poco pericolosi.

Secondo me significa che queste persone, parlo sempre di quelle che temono il giudizio degli altri, hanno l’illusione che ci sia un pubblico di altri che è importante, gente seria del cui giudizio bisogna preoccuparsi, che emette verdetti che occorre che siano favorevoli. Si deduce che il timore del giudizio degli altri è una mancanza di umiltà: queste persone trattano male gli individui con cui sono in contatto perché hanno gente più importante cui dedicarsi.

Oltre che una mancanza di umiltà, mi sa che è anche una malattia mentale, perché se uno ci riflette, e non si lascia spaventare dalle bestie che gli corrono dentro, e usa la ragione, che è diversa dall’intelligenza, perché ho notato che molte di queste persone sono intelligentissime, e forse sviluppano la mente a furia di pensare al giudizio degli altri, e concepiscono strategie degne di von Clausewitz per sottrarsi a questo giudizio, e se per esempio si trovano in battaglia con me mi stracciano, dicevo che se uno ragiona può capire che questo pubblico più importante non c’è.

Il check up annuale

Sono preoccupato perché domani ho un check up, come tutti gli anni, perché tutti gli anni in questo periodo faccio un check up, perché mi sembra il momento giusto prima delle intense attività di settembre, ma quest’anno mi reco a farlo in compagnia di un’amica, che a sua volta vivrà le intense attività, e denuncia dei sintomi, che a mia valutazione sono piccoli, innocui e passeggeri, ma lei teme le annuncino una grave malattia, o anche parecchie, sparse nei vari organi vitali, e quindi si attende che domani cadranno su di lei verdetti spietati, e sono preoccupato perché è una situazione un po’ come nei film, perché ci sono situazioni così nei film, con lei che teme e lui che la rassicura, e poi alla fine si scopre che quello ammalato è lui. 

La luce

Ho letto in un romanzo che tutti noi alla nascita emaniamo luce, ma questa luce diminuisce nel corso degli anni, più o meno velocemente secondo le persone. C’è ancora a vent’anni, qualche lampo si nota a trenta, a quaranta quasi tutti gli occhi sono scuri. Però ogni tanto incontri un poeta o un esploratore, anche di una certa età, cui è rimasta un po’ di luce.

Il provincialismo

Ieri guardavo alla TV un’intervista alla scrittrice Elizabeth Strout, che diceva che era cresciuta del Maine, che in America è considerato un posto provinciale, e poi si era trasferita a New York, e dopo un po’ aveva capito che anche New York è un posto provinciale, perché i newyorkesi hanno un modo loro di pensare, e si stupiscono che ce ne possano essere altri, ed Elizabeth Strout diceva che questa è la definizione esatta di provincialismo.

Molte riprese in corso, non dello stesso film

Ho letto un articolo che parla del focus, cioè della nostra attenzione, che uno potrebbe dire è come l’inquadratura del regista che decide a ogni istante di cosa si occupa il film. Il focus è la cinepresa che puntiamo sulle cose che succedono intorno a noi. L’articolo riporta alcuni esperimenti che dimostrano che viviamo tutti in film diversi, anche quando siamo nella stessa stanza e ci aspetteremmo una certa unanimità di vedute.

Uno è l’esperimento ben noto di Barry Manilow, o almeno è ben noto fra gli psicologi. Barry Manilow è un cantante americano che adesso è scomparso dalle scene, perché ormai è anziano, e il suo nome ai giovani dirà poco. Negli anni settanta ebbe un vasto successo, di quel tipo che in Italia definiamo nazional-popolare, con le implicazioni negative che la cosa comporta. Barry Manilow era un crooner, e quindi pensate a un incrocio fra Frank Sinatra e Toto Cutugno, senza la bella voce del primo, ma con una capigliatura simile al secondo, come noterete se cercate le foto su internet.

L’esperimento consisteva nell’entrare in una stanza affollata indossando una maglietta vistosa con la faccia di Barry Manilow. Il soggetto se ne vergognava, perché credeva che tutti i presenti l’avrebbero notato, si immaginava gli sguardi laser della folla dirigersi su di lui, sul suo petto dove campeggiava la faccia del cantante. Invece i dati mostravano che se ne accorgevano in pochissimi, pure fra coloro che conversavano con il soggetto e avevano la maglietta lì di fronte per tutto il tempo.

Il primo messaggio che ci viene da questo esperimento è che mentre tu sei concentrato sulla tua maglietta, gli altri sono concentrati sulla loro, su una bella ragazza che hanno notato, su come infilarsi nella coda del buffet, o su un pensiero che li tormenta, e insomma che nella stanza ogni partecipante gira un film diverso.

Il secondo messaggio è che non ce ne accorgiamo, che i film sono diversi. Abbiamo illusioni di realismo. Immaginiamo che il nostro film sia quello vero cui stanno partecipando anche gli altri. E siccome per forza di cose siamo al centro del nostro film, immaginiamo di essere al centro dell’attenzione di tutti. Oppure se il nostro focus è su qualcos’altro, poniamo sul nostro telefonino, per riportare gli esempi ai giorni d’oggi, non ci avvediamo che la gente magari in quel momento sta osservando proprio noi, e questo è il tema di un altro esperimento di cui parla l’articolo.

Il focus genera delle amarezze, per esempio quando una persona cara non presta attenzione al nostro film perché è impegnata nelle riprese del suo. L’articolo cita la moglie che soffre perché il marito non nota che lei ha pulito la casa, che è un esempio un po’ sessista e antiquato, degno dei tempi di Barry Manilow. Ma ne trovate mille altri nella vita di tutti i giorni, perché se ti illudi di essere il protagonista del film, poi è inevitabile che rimani deluso a fare la spalla o il personaggio di contorno, o a stare del tutto fuori dall’inquadratura, nei film che nel frattempo stanno girando gli altri.

Fonti. L’articolo è questo, sul New York Times.

La specie che parla

Qualche giorno fa sono andato alla Feltrinelli di piazza Duomo, che credo sia la libreria più grande a Milano, e mi sono fermato per un attimo a pensare a tutti i libri che aveva sugli scaffali, a quante storie e personaggi contenessero, e quanti ragionamenti, e come il mondo fosse pieno di scrittori, di cui una libreria contiene poi solo la piccola fetta di quelli bravi che hanno successo. Ho poi pensato a internet, ai miliardi di pagine web, ai miliardi di post su Facebook, ai miliardi di tweet su Twitter, dove troviamo anche i dilettanti e la gente che umilmente scrive e motteggia al servizio degli amici. Ieri fra l’altro Twitter ha detto agli investitori che i suoi utenti hanno ricominciato a crescere, perché si credeva che Twitter fosse in declino, che il settore dei social network fosse ormai affollato, e invece a quanto pare lo spazio per i social network non si esaurisce mai, e in questo caso si crede che Twitter cresca a ragione di tutti gli utenti che hanno qualcosa da scrivere sul presidente Trump.

E ho pensato che Instagram contiene altri miliardi di atti comunicativi, perché anche l’utente che pubblica una fotografia sta tentando di dirti qualcosa. E quando entri in un’aula in università sei sempre accolto dal frastuono, non perché qualcuno stia urlando, è solo la somma sonora delle conversazioni che in quel momento sono in corso, e tu devi compiere un atto di violenza, bloccare queste conversazioni, con l’aiuto delle regole e delle istituzioni, perché nell’ora successiva sarai l’unico ad avere il diritto della parola.

La specie umana parla. Ha bisogno di dire. Forse dovevano battezzarla homo loquacis, invece che homo sapiens, ammesso e non concesso che loquacis sia la giusta declinazione. Facciamo homo garrulus se preferite, perché della sapienza degli umani bisogna dubitare, mentre sulla loro disposizione a parlare non ci sono dubbi. Suppongo che questa disposizione insopprimibile sia sorta nei tempi primordiali, per probabili motivi evolutivi, perché ad esempio un cacciatore ne incontrava un altro nella savana ed era vantaggioso che i due si rovesciassero addosso fiumi di informazioni, fra le quali ci potevano essere spunti preziosi che li aiutavano nella caccia e giovavano alla sopravvivenza di entrambi. Oppure può darsi che lo scambio ininterrotto di commenti e pettegolezzi abbia permesso ai nostri progenitori di formare le comunità, e di avere così la forza del numero contro le specie rivali.

Perciò, se ti viene il dubbio di a cosa servano i libri, e i social network, e le conversazioni e tutte le altre parole che si dicono — incluse quelle che sto scrivendo ora — la risposta è che questo è il destino che l’evoluzione ha scelto per noi. Ad altre specie ha dato mezzi diversi, come le zanne affilate, gli arti veloci, la resistenza fisica, che permettevano agli esemplari di lottare anche con poco coordinamento reciproco. Così queste specie comunicano poco. L’evoluzione del linguaggio in loro si è fermata a beeeh, grrrr, miao miao e bau bau. Quando le osserviamo, notiamo che al di fuori dei rari momenti di combattimento, dimostrano in generale un animo tranquillo.

Lo scrittore e i significati

Fare lo scrittore è come rimanere un adolescente, che è il periodo della vita in cui attacchi significati a tutte le piccole cose che ti accadono. Questo periodo si esaurisce perché acquisti l’esperienza e ti accorgi che i significati non c’erano, ma li attaccavi tu alle piccole cose con la fantasia e con certe concezioni di te stesso. Lo scrittore è uno che continua ad attaccare i significati alle piccole cose che osserva e che immagina, anche da adulto, perché è ostinato, illuso, oppure ha scelto di farne il suo mestiere, e ci mette un’arte che procura il piacere al pubblico che ama ritirarsi nella lettura per riassaporare ogni tanto i significati.